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Caos è parole. di Carlo Pizzati

Secondo i Veda e la Bhagavad Gita, il Caos è Maya, cioè l’illusione di questa realtà.

Il Caos non è un misterioso disordine cosmico che ci attende nel blu profondo dell’Universo, nascosto dietro qualche galassia. E nemmeno un magmatico oceano di lava che ribolle minaccioso accanto al cuore della terra.

Caos è piuttosto l’illusione generata dal Samsara, il continuo gioco tra desiderio e sofferenza che costella e soggiace alla trama della vita.

Il Caos quindi è nella nostra percezione. Il Caos è la Parola. Senza la parola “caos” non ci sarebbe il Caos. Il Caos allora è nel credere ai nostri sensi. Nel credere anche in un senso delle cose, senso che con tutta probabilità, invece, ci sfugge.

Sembra contraddittorio, ma nella logica vedica, secondo la quale l’unica cosa che esiste è l’Uno, l’Atman, il Brahman, e cioè la Consapevolezza Assoluta, non vi è alcuna contraddizione nel vedere la realtà come Caos.

Cosa possono fare le parole, o meglio la parola, in rapporto al Caos?

La parola, secondo i Veda, è una colonna d’acqua scrosciante fra cielo e terra.

Prajapti, il Dio creatore, si congiunge a Vac, la Parola, per generare gli dei (vedremo poi come Vac stessa nasce da Prajapati). Ma è Vac, la femmina, la parola a ingravidare Prajapati, facendo nascere così da lui otto gocce, otto dei, i Vasu. E il coito continua e nascono altre gocce o divinità: i Rudra, gli Aditya, dei della luce, e poi Visvedevah, Tutti-gli-dei. E poi Prajapati si stacca da lei, dalla parola.

Ma prima che Vac nascesse Prajapati non era solo il Dio della creazione, era la creazione stessa, al punto tale da non poterla nemmeno descrivere, poiché egli era e basta. E non aveva parole per descrivere se stesso. Quando nacque Vac, Prajapati fu finalmente in grado di contemplare la creazione, cioè se stesso. Ovvero, la Parola è alla radice stessa della coscienza di sé. Anche se questo sé è sempre solo il poliedrico gioco dell’Illusione, come la creazione stessa.

Vac è anche la grandezza stessa di Prajapati. Come si crea la parola? La mitologia vedica anche qui ci restituisce immagini simboliche utilissime a capire il significato del lemma.

Quando il Dio creatore osserva inorridito il figlio Agni (il fuoco) voltarsi verso di lui per divorarlo, appena dopo esser nato, “la sua grandezza fuggì da lui”. Infatti Prajapiti si sente indebolito dopo questa fuga, dopo che la grandezza gli è sfuggita. Cos’è questa grandezza? L’essere femminile che viveva in lui, la Parola, che lo abbandona. O meglio, esce da lui e gli parla. E Vac gli dice: “Offri!”. E mentre Prajapati offre, cioè sacrifica, si rende conto che è stato lui stesso a parlare.

“Quella voce era la sua grandezza che aveva parlato a lui”.

Quindi, come scrive Roberto Calasso in “Ardore”: “Appena si riconosce la propria voce in un essere separato, si crea un Doppio che dialoga per sempre con colui che dice Io”.

Prima di arrivare al ruolo della parola nei testi biblici bisogna passare per la mitologia greca, che solitamente ci rimanda l’archetipo di “chaos” a noi più noto. Omero dice che fu Oceano “l’origine degli dei” e “l’origine del tutto” che emerge dal caos. Ma Oceano stesso, divinità fluviale, dopo la crezione resta al suo posto come flusso, corrente, pur non essendo nemmeno davvero un luogo.  Per i cantori orfici, invece, la cosmogonia è un’altra. Ad apparire dal caos è la Notte, Nyx, una dea che intimoriva anche Zeus, secondo Omero. Era un uccello dalla ali nere che, fecondata dal vento, depose il suo uovo d’argento nell’oscurità. Dall’uovo nacque il figlio del vento, divinità dalle ali d’oro, Eros, dio dell’Amore noto anche come Protogonos, il progenitore, e Fanete, colui che mostra ciò che è nascosto nell’uovo d’argento: il mondo intero. Sopra vi è il Cielo, sotto, il globo terracqueo.

Caos, o Chaos, in greco antico, non significava originariamente confusione e mescolanza, ma piuttosto ciò che resta nell’uovo vuoto, anzi nell’uovo “spalancato” (il significato letterale di caos).

Per Esiodo è la Terra, Gea che emerge dal caos, che non è una divinità ma solo un vuoto “spalancarsi”. Nel mito pelasgico della creazione è Eurinome, Dea di Tutte le Cose, che appare dal caos, trovando il vuoto sotto i piedi divide il mare dal cielo e intreccia una danza sulle onde. Danzando seduce il Vento del Nord e da esso appare il serpente Ofione che si accoppia con lei. Eurinome depone il famoso Uovo Universale e da lì fuoriescono tutte le cose: sole, luna, pianeti, stelle, terra, monti, fiumi, alberi, erbe e creature viventi.

Secondo invece i miti filosofici prima vi furono le tenebre e dalle tenebre emerse il caos. Dall’unione di tenebre e caos nacquero la Notte, il Giorno, l’Erebo e l’Aria.

Cosa dice il più grande filoso del caos? Platone fa parlare Timeo nel Grande discorso Cosmologico. Timeo si interroga sulle cause, e prima ancora si chiede se cielo e mondo siano sempre esistiti o se l’Universo sia stato generato. Fu generato, azzarda Timeo, avendo postulato che tutto ciò che è visibile ha una causa, ed essendo visibile e percepibile ai sensi l’Universo, anch’esso deve avere una causa e quindi un Artefice, un Demiurgo. Dal caos il Demiurgo crea l’Universo, a sua immagine e somiglianza, bello e buono, poiché, dice Timeo, “non è lecito a chi è ottimo di fare se non ciò che è bellissimo”.

La parola che emerge dal caos, per Platone, è “buono”.

La Bibbia ci offre un’interpretazione più semplice del rapporto tra Caos e Parole. “Nel principio Dio creò il cielo e la terra – dice la Genesi descrivendo la Creazione – Ma la Terra era deserta e disadorna e v’era tenebra sulla superficie dell’Oceano e lo spirito di Dio era sulla superficie delle acque.

Dio allora ordinò: “Vi sia luce”. E vi fu luce”.

Ecco Fiat Lux. Incredibile, ma la prima parola pronunciata da Dio per mettere ordine nel caos è stata: “Fiat” (cosa che lascia sicuramente perplessi gli operai della Mirafiori).

Non è un gesto e nemmeno un pensiero, l’agente dell’Ordine nella Creazione: è una parola.

Ed è quella stessa parola, ora divenuta lingua, che il Dio Cristiano, o meglio il Dio pre-cristiano dell’Antico Testamento ebraico vede come minaccia tra i discendenti di Sem, Cam e Iafet.

Quando questi discendenti si stabiliscono a Sennaar e costruiscono una torre “la cui cima sia nei cieli” Dio interviene vedendo “un solo popolo e un labbro solo è per tutti loro,” così dice Dio, preoccupato da questa Parola che unisce i popoli. “Ormai tutto ciò che hanno meditato di fare non sarà loro impossibile” dice ancora Dio nella Genesi (11,3). E allora? “Orsù, discendiamo e confondiamo laggiù il loro labbro…”. Per mettere fine all’unificazione della Parole, Dio riporta il caos.

Così, i Sennaariani si confondono, non si capiscono più, torna il caos attraverso la confusione delle parole (e continua fino a oggi).

Dio è salvo. I cieli inoppugnabili. Anche se non per molto.

E la città stessa cambia nome. “Per questo il suo nome fu detto Babele” o Babel che deriva dall’ebraico balal – confondere, anche se Babel significa in realtà “Porta di Dio”. Una porta chiusa da Dio con la confusione dei linguaggi per evitare d’essere raggiunto.

“Dio,” dicono le note alla Bibbia delle edizioni Paoline, “vuole l’unità dell’umanità da lui creata, ma non vuole l’uniformità nell’oppressione” come quella dei Babilonesi che tentavano di unire diversi popoli sotto un’unica lingua.

Cosa dice invece il Corano a proposito? Dalla sura della Vacca in poi il Corano è un inno a sé stesso, all’importanza del libro stesso e della fede che propugna, è un canto alla rilevanza e centralità dell’invocazione del nome di Dio. Il Corano è la Parola. Ma in quanto al Caos, il Corano si richiama ad Abramo, a Mosè ed è quindi figlio di quella mitologia e di quella genesi biblica di cui abbiamo appena detto.

In quella Bibbia c’è un testo che è scritto proprio da “colui che prende la parola,” forse le pagine più poetiche della Bibbia, un vero poema ebraico, l’Ecclesiaste o Qohelet. E cosa dice colui che prende la parola? Che tutto è Caos. Ecco di nuovo la parola che crea il caos, descrivendolo, nell’ispirata traduzione di Ceronetti:

“Fumo di fumi

Tutto non è che fumo

C’è un guadagno per l’uomo

In tutto lo sforzo suo che fa

Penando sotto il sole?”

No, sembra dire Qohelet: i bimbi nascono e poi “vanno via. E da sempre la terra è là”. Il sole si leva e tramonta, i venti girano da sud a nord, anzi il vento “altro non fa che giri,” mentre i fiumi continuano a versarsi in un mare che mai si riempie. Nulla ha un fine, tutto è circolare.

“Ogni sarà già fu

E il si farà fu fatto

Non si dà sotto il sole

La novità”

Le parole.

Si dice che le parole portino ordine nel Caos.

Qui, in queste parole che state leggendo, si dice invece che le parole sono il Caos, in quanto lo definiscono.

Torniamo all’idea originaria dell’esattezza come antitesi del caos, e per la precisione, all’esattezza del linguaggio su cui ragiona Italo Calvino nelle “Lezioni Americane” e che dà il titolo al Terzo capitolo di quel libro.

“Un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazinone” a questo anela Calvino. Ma vede anche un’epidemia (il caos) esplodere nel linguaggio e individua nella letteratura la matrice degli anticorpi per contrastare l’espandersi di quella che chiama “peste del linguaggio”: il Caos di Babel, la porta di Dio invasa dalla confusione dei significati.

Oltre alla malattia insita nell’uso delle parole, al caos contribuiscono anche le immagini, o meglio quello che Calvino descrive come una nuvola d’immagini che “si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria”.

Calvino individua l’inconsistenza del mondo stesso, in tutto ciò. La perdita di forma colpisce tutto e Calvino cercava di opporvi l’unica difesa che riusciva a concepire: un’idea di letteratura.

L’imprecisione come radice del Caos. Cioè il contrario di quanto sostiene Giacomo Leopardi secondo il quale il linguaggio è tanto più poetico quanto più è vago, impreciso. Parole generatrici di Caos. Poetico Caos, ma pur sempre Caos.

Nello Zibaldone, Leopardi elenca le situazioni propizie alla stato d’animo dell’”indefinito” e parla di “quei luoghi dove la luce si confonde ec. ec. colle ombre.”

Eppure, come ricorda Calvino, nessuno è più preciso di Leopardi nel definire i contorni e nel descrivere la vaghezza.

Paul Valery e il suo Monsieur Teste sono un altro esempio di descrizioni specifiche delle forme geometriche di una sensazione caotica come il dolore: “zone dolorose, anelli, poli, pennacchi di dolore” che tuttavia lo lasciano incerto, o meglio, per essere più esatti “riscontro in me stesso qualcosa di confuso e di diffuso.” Ecco ancora il Caos che vince sulle parole.

E così l’universo si disfa, ricorda Calvino “precipita senza scampo in un vortice d’entropia, ma all’interno di questo processo irreversibile possono darsi zone d’ordine, porzioni d’esistente che tendono verso una forma, punti privilegiati da cui sembra di scorgere un disegno, una prospettiva. L’opera letteraria è una di queste minime porzioni in cui l’esistente si cristallizza in una forma, acquista un senso, non fisso, non definitivo, non irrigidito, in una immoblitià minerale, ma vivamente come un organismo”.

Cioè la poesia come grande nemica del caso pur essendone figlia e conscia del fatto che il caos avrò sempre partita vinta.

Caos è parole. Per questo ha sempre la meglio su di esse.

E’ forse perché dal caos veniamo prima di nascere e al caos torniamo prima di morire?

Dubbio mistico. Quel caos potrebbe essere il buddhistico “vuoto”, oppure il vedico “pieno”.

Essendo oltre la nostra possibilità di descrizione, resta mistero.

Ma in quella barriera tra il descrivibile e l’indescrivibile le parole si sfibrano.

Ecco allora che si approda alla poesia, dove senso e caos si mescolano, terreno di frontiera tra queste due idee.

“In principio era il verbo.

Alla fine, il silenzio.

Finalmente.”

(“Chiacchiere metafisiche” – dalla raccolta di poesie “Lungo le scale del mio smarrimento” C.Pizzati)

(Carlo Pizzati© 2011)

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