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La Festa delle Macchine

Ieri ho fatto un esperimento ispirato a una festa religiosa indiana. Come ogni anno, in questo periodo nel sud dell’India molte fabbriche, laboratori e officine restano chiusi tutto il giorno. Meno traffico sulle strade. Più silenzio del solito.

Era Ayudha Puja, la Festa delle Macchine, il giorno in cui si rende omaggio con una vera cerimonia religiosa ad automobili, computer, macchinari, strumenti meccanici di lavoro. La moto o l’auto, ma anche la trebbiatrice o il tornio, vengono lavati con cura, addobbati con una ghirlanda di fiori, gli vengono offerti cocco, melograno, banane, riso soffiato e dolci. Li si spruzza di pasta di sandalo, curcuma e kumkum. Si accende della canfora per fare un fumo sacro, si gira con un vassoio in mano attorno alla macchina, si bruciano tre incensi e i veicoli schiacciano due lime verdi, messe sotto alle ruote. Poi i macchinari vengono lasciati a riposo tutto il giorno. Vorrei mettervi qui una foto della cerimonia variopinta che ho visto, ma non posso, non avevo il cellulare. Anche questo a causa del mio esperimento.

Più che un rito animista o pagano, come si diceva una volta, si tratta di un rito panteista, poiché si rende omaggio alla “forza divina che opera negli strumenti” e che abita il tutto. E quindi anche una vettura. Inizialmente era un rito per la benedizione della armi, ma nell’era moderna in cui le armi sono gli strumenti di lavoro, oggi anche computer e macchine per scrivere vengono adorati e benedetti in questo modo. Anche per gli animali, da soma o da compagnia, c’è una festa simile, Pongal, ma ieri è toccato alle macchine.

Ricordo che per un libro su tecnologia e spiritualità intervistai un guru della medicina ayurvedica a proposito della possibilità che le macchine siano abitate da un’anima: “Se lo spirito è ovunque, è anche nelle macchine,” disse. Un maestro di meditazione indù mi spiegò che si può usare qualsiasi cosa per la scoperta spirituale. C’era un illuminato che faceva arrivare al nirvana tirando feci addosso ai passanti. “Se si può usare la merda, anche una macchina può andare.”

Ho pensato allo Sabbath ebraico. Al riposo settimanale e al rapporto di dipendenza che ho anch’io con i miei strumenti di lavoro. Così la sera prima ho deciso di fare anch’io un regalo alle mie macchine e ho infilato telefono, lettore digitale e computer portatile in un cassetto della scrivania e mi sono ripromesso di non tirarli fuori fino al tramonto del giorno dell’Ayudha Puja.

Non sono un luddita. Quest’estate ho anche finito abbastanza in fretta l’ultimo Call of Duty sulla PS4, e ho iniziato Assassins Creed; so giocare (male) a Minecraft, sono presente su FB, Twitter, Instagram, LinkedIn, Pininterest, Tumblr e forse altri che ho dimenticato, come il defunto FriendFeed. Sono un vintage gamer che viene da Pac-Man, Asteroids e Space Invaders, passando da DOS, Fortran, Cobol e qualche start-up o re-start-up. Però ho sentito il bisogno di vedere cosa succedeva al mio cervello con quelle tre propaggini nel cassetto.

Ce la farò, mi sono chiesto. Quali saranno gli effetti collaterali? Essendo giorno festivo, non dovevo andare al lavoro all’Università e avevo 12 ore libere.

Cos’è successo?

51JL0acz+aL._AC_UL320_SR232,320_È successo che sono riuscito finalmente a leggere dall’inizio alla fine un’intero libro che volevo studiarmi da più di un anno. E, per coincidenza, è un libro che parla di lettura. Anzi si tratta di un lungo commento al primo libro sull’arte della lettura, il “Didascalicon” di Ugo di San Vittore scritto nel 1128 dopo Cristo sulla Rive Gauche della Senna a Parigi, in un monastero agostiniano. Il titolo di questo testo, regalatomi dal mio più caro amico, è “Nella vigna del testo” di Ivan Illich ed è uscito in Italia 20 anni fa.

“Il libro non è più la metafora-radice della nostra era; è stato rimpiazzato dallo schermo,” diceva Illich già allora, parlando della fine del “testo libresco” e con questo intendendo un testo il cui ruolo è quello di accrescere l’intelligenza di chi lo legge, un libro che grazie alla forza di volontà del lettore nello studiarlo può portargli un po’ di saggezza ed eventualmente anche l’illuminazione.

La ars legendi s’apre con il noto adagio che di tutte le cose che val la pena perseguire, la prima è proprio questa, la saggezza. E a cosa serve questa saggezza? “La saggezza illumina l’uomo di modo che si possa riconoscere.” 

Ma “molti studiano e pochi sono saggi”. Ugo di San Vittore insegna ai suoi monaci, ma anche al mondo laico oltre le mura del chiostro, come leggere, non solo per ricopiare i testi sacri da bravi amanuensi, ma per imparare qualcosa. Costruisce delle cacce al tesoro mnemoniche nei palazzi immaginari edificati nelle menti dei suoi studenti affinché apprendano qualcosa di più, e perché il cammino della conoscenza, secondo questo mistico agostiniano, porta a Cristo, che per lui è l’equivalente della saggezza.

Ciò che può dare la lettura, la lettura profonda e ininterrotta dal brusio della distrazione della Rete è la comprensione. “Ogni persona, ogni luogo, ogni cosa dentro al cosmo spazio-temporale dev’essere prima letteralmente compresa per poter rivelare se stessa e anche qualcosa in più: il segno di qualcosa che arriverà in futuro, e come la conquista di qualcos’altro che, per analogia, puntava verso il proprio avvento.”

Interrompo questa lettura profonda per fare un inventario di quel che mi sta succedendo oggi che ho messo le macchine a riposo. A parte la mia consueta routine mattutina, è tutto il giorno che leggo quasi ininterrottamente. Ho ritrovato una capacità di concentrazione che temevo perduta e difficilmente riconquistabile. La stessa che i miei studenti, giovani indiani che hanno dai 22 ai 33 anni, lamentano di non riuscire a ricuperare.

Leggo un libro sul leggere libri. Era lì sullo scaffale da così tanto tempo. Mi rendo conto che, guardando fuori dalla finestra, osservo meglio i colori, con più calma e tempo, ascolto i suoni, percepisco meglio gli odori. La concentrazione ritrovata riguarda la mente, ma anche i sensi. O sono proprio i sensi risvegliati ad acuire la percezione mentale?

È un ritmo più umano? Appartengo a una generazione di frontiera, tra gli hippie e gli yuppie, tra la Guerra Fredda e le Guerre Religiose, tra la fine della lettura e i social. Non è un ritmo più umano, è solo più simile a quello in cui si è formata la mia mente pre-Internet, da ragazzo e adolescente.

Ecco l’otium, osannato da Ugo di San Vittore, gran nemico del negotium o negozio, che è, come dice l’etimo, la “negazione dell’ozio,” inteso qui nel senso di dedizione allo studio e alla lettura per una ricerca spirituale prima ancora che umanistico-scientifica.

“La lettura meditativa che porta pace all’anima,” per dirla con le parole di quasi mille anni fa.

Ecco perché quel “perder tempo su Internet” non è necessariamente l’ozio utile degli antichi romani e dei monasteri medievali. L’otium che genera scoperte come la lettura mentale,  e non quella pronunciata sempre ad alta voce, fenomeno di trasformazione che accade proprio grazie a Ugo di San Vittore e che lo stesso Sant’Agostino aveva testimoniato osservando Sant’Ambrogio in una misteriosa lettura silenziosa.

Quando l’otium internettiano si trasforma in ricerca o in lettura concentrata di testi lunghi, quand’è un passare da una scoperta all’altra, come rapiti da una trance epifanica, ed è in quei frangenti che si comprende come questo strumento sia al servizio della conoscenza umana. Quando invece il nostro tempo è frastagliato in aspettative di riceve una scossa di piacere da una vuota e inutile novità che non contiene alcuna vera notizia da un’email, un’update, un tweet, un post, una foto, una gif, ecco che si perde un po’ quella ricerca di significato che ti restituisce invece la lettura profonda. In cambio di brevi scosse di piacere che frastagliano la comprensione.

La lettura “per Ugo è un’attività morale più che tecnica. È al servizio di un appagamento personale.” “Il lettore meditativo scopre nello spazio del proprio cuore quale cosa o quale avvenimento si riferisca per analogia ad un’altro.” Impara a discernere, abbinare. Fa crescere la propria intelligenza. Ed è così che grazie a questo studio legendi, la narratio diventacogitatio in quel medioevo monacale.

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Adesso che, come osservava Illich già vent’anni fa, siamo alla “dissoluzione della tecnica alfabetica nel miasma della comunicazione,” cosa ci aspetta?: “Un bulldozer si nasconde in ogni computer con la promessa di aprire autostrade di dati.” E il libro? “Il libro sta diventando poco più che una metafora che porta verso l’informazione.” Che non è la conoscenza.

Fintantoché la lettura è un’incarnazione di senso, e non un’astrazione come si crede, c’è speranza. Poiché: “la lettura è un atto corporale, somatico di una nascita che testimonia il senso generato da tutto ciò che il pellegrino incontra attraverso la pagina.” Sarà anche démodé, sarà retaggio di una forma mentis che scompare, sarà che la Nuova Intelligenza del pensiero frammentario sostituirà queste elucubrazioni (“comporre alla luce di un piccola candela”!), ma al momento è ancora così. 

È il crepuscolo. Non della lettura, ma di questo giorno dedicato alla Festa della Macchina. Ce l’ho fatta. Riapro con calma il cassetto. Accendo i miei elettrodomestici, mi collego alla rete. I compiti degli studenti ci sono, nessun messaggio urgente, nessun insulto ingestibile dai soliti troll, nulla che non potesse aspettare fino a domani. O a dopodomani.

Mi decido a stabilire una Festa della Macchina settimanale, invece che annuale. Uno Sabbath al servizio della lettura profonda, sia anche leggendo un libro su un iPad senza connessione di rete.

(questo intervento è stato pubblicato anche su ilPost a questo link)

Thomas Bernhard, lo scrittore maledetto che ci servirebbe ora (di Carlo Pizzati)

imagesEsistono scrittori che nella loro schiacciante grandezza rovinano innumerevoli esordienti. Sono autori il cui stile è così magnetico che genera file di imitatori i quali, non riuscendo mai ad avvicinarsi al loro modello, resteranno per sempre impastati nell’acredine. Ma non un’acredine sufficiente a far di loro dei Thomas Bernhard. Tra i responsabili più noti di quest’inconsapevole reato letterario troviamo il solito Gabriel Garcia Marquez, il volteggiante Milan Kundera, l’inarrivabile Jorge Luis Borges e, nella provincia chiamata Italia, Italo Calvino. Oggi mi dicono che esistono anche gli imitatori di Paulo Coelho.

Pochi autori, però, sono stati e sono pericolosi come Thomas Bernhard. Nei “favolosi” anni ’80 già s’insinuava la moda di leggere i suoi ultimi romanzi, a detta della critica i più maturi e riusciti. Quell’ipnotizzante monologare senza andare a capo e quell’Austro-patia, in cui bastava sostituire la propria nazione d’appartenenza, apparvero subito come una potente, dilaniante liberazione. Bernhard è un libertador della coscienza. Soprattutto della coscienza borghese che criticava. Quella che segue le mode letterarie, ad esempio. Come Fellini viene adorato dalla borghesia post-bellica democristiana perché ne indica con garbo sognante difetti e contraddizioni, come Nanni Moretti è idolatrato dalla borghesia conservatrice finta-stracciona di sinistra perché ne scimmiotta i tic, così il Grande Austriaco ci regala tutto il livore che dentro di noi proviamo inevitabilmente nei contesti soffocanti delle convenzioni sociali, soprattutto se ci si trova nell’umiliante ambito politico-giornalistico-artistico-culturale ben conosciuto ovunque.

Thomas Bernhard su il Garantista

Quanto avrebbe odiato queste parole, Thomas Bernhard. Quanto facilmente avrebbe distrutto con brio il suo autore, con la precisione di un sguardo impietoso e quindi lucido. E allora stuzzichiamone la memoria. L’insulto più grande per Thomas Bernhard è di ricordarne la nascita, il 9 febbraio del 1931, a Heerlen, in Olanda. “Odio i libri e gli articoli che iniziano con una data di nascita. Odio in assoluto libri e articoli che adottano un approccio biografico e cronologico; ciò mi appare di gran cattivo gusto e nel contempo la procedura meno intellettuale che ci sia.”

Per essere disgustosamente cronologici, la prima cosa da sapere è che il cognome di Bernhard, come ricorda Gitta Honegger nella sua ben argomentata biografia, fu il primo incidente che l’allontanò dalla famiglia, invece d’avvicinarlo. Il vero nonno di Thomas era uno scrittore di nome Johannes Fraumbichler. La nonna in realtà era sposata a Karl Bernhard, ma ebbe da Fraumbichler una figlia cui diede il cognome del marito cornuto e legittimo. Herta Bernhard, già lei figlia illegittima, va a lavorare in Olanda come donna delle pulizie e lì, nel 1931, partorisce Nicolaas Thomas Bernhard: figlio illegittimo di un falegname che non lo riconosce e che fugge in Germania, dove nel 1940 si suiciderà per avvelenamento a gas. Nel ’36 la madre si sposa ed ha due figli. Thomas resta l’unico in famiglia con il cognome della madre. Il patrigno si rifiuta di adottarlo e di dargli il suo cognome. Il conflitto con la madre si fa intenso. Viene spedito in un collegio per “bambini difficili” in Turingia. Poi in un ostello cattolico per ragazzi a Salisburgo.

Non sorprende che, circondato da tanto astio, guardato in cagnesco come “il bastardo,” per Bernhard il centro della famiglia resti sempre il vero nonno, quel sognatore, anarchico e bisessuale Johannes Fraumbichler che passò la vita cercando e fallendo nei suoi tentativi di diventare un grande scrittore, nonostante un primo e unico successo. Gli anni, pochi, in sua compagnia sono paradisiaci nella memoria di Bernhard.

Quasi tutti i suoi scritti, come sostiene Tim Parks nel NY Review of Books, hanno come fulcro un personaggio mono-maniacale ossessionato dal trionfo che ricorda Fraumbichler e su cui Bernhard modella il proprio carattere. Che sia la perfezione intellettuale di “Il nipote di Wittgestein” o i fallimenti paralizzanti della “Fornace,” il personaggio centrale è sempre una catastrofe per chi lo circonda e alla fine per sé stesso.

Thomas lascia la scuola a 16 anni per fare il garzone in una bottega di alimentari, ma prendendo lezioni private di canto (forse proprio ispirato dall’afflato artistico del nonno). I sogni da tenore soffocano a 18 anni in una tubercolosi curata con due anni d’ospedale. Mentre Bernhard sfiora la morte, sia il nonno idolatrato che la madre periscono davvero. Ciò lo sprofonda in un lunga depressione dalla quale emerge deciso a riconquistare pienamente la salute. E il mondo. Con l’aiuto di una nuova amica che ha 36 anni più di lui.arton1720-8d51a

Nelle sue passeggiate notturne non autorizzate dall’ospedale, conosce infatti la sua protettrice che diventerà suo pigmalione: Hedwig Stavianicek, vedova ed ereditiera di una famosa marca di cioccolato. La milionaria introduce il fragile, determinato e brufoloso 19enne alla più alta società austriaca. Inizia così una collaborazione come critico culturale con due giornali di Salisburgo e diventa subito una vera spina nel fianco di una società che rinnegava o nascondeva il proprio ruolo nell’Olocausto. Con una critica teatrale al limite dell’isterico, si conquista la sua prima causa per diffamazione e così la fama: ora i giornali parlano di lui. Abbandonato il giornalismo culturale, esplora la recitazione teatrale e scopre il suo ruolo migliore: il vecchio brontolone arrabbiato. Ora è perfettamente integrato nell’avanguardia austriaca. Seduce uomini e donne (non sessualmente, a quanto risulta), ma causa turbolenze emotive di qua e di là, riparando dalla “zietta” Stavianicek quando le cose si mettono male. Odia l’Austria, ma è in questo perfettamente austriaco (uno dei pochi punti in comune tra Austria e Italia). Alcuni concittadini lo accusano d’essere un Nestbeschmutzer, uno “sporca-nido.”

“Il passato dell’Impero Asburgico è ciò che ci forma. Nel mio caso è forse più visibile che in altri. Si manifesta in una sorta di odio-amore per l’Austria. Questa è la chiave di tutto ciò che scrivo.”

Ma Bernhard è limpidamente consapevole del fatto che la scrittura non ha il potere di alterare la società che critica senza rimorsi. Al contrario, l’artista è coinvolto nello show da baraccone. “L’immaginazione è un’espressione del disordine, dev’essere così” dice il pittore in “Gelo.”

Mi limito a trascrivere tre incipit di suoi romanzi, il cui stile non ha bisogno di ulteriori lodi: “Nel millenovecentosessantasette, nel Padiglione Hermann dell’Altura Baumgartner, una suora che vi svolgeva con solerzia infaticabile il suo lavoro di infermiera mi depose sul letto Perturbamento, il libro fresco di stampa che avevo scritto un anno prima a Bruxelles in rue de la Croix 60, ma io non ebbi neanche la forza di prendere in mano quel libro essendomi appena svegliato, erano passati solo pochi minuti, da un’anestesia totale durata parecchie ore che mi era stata praticata dagli stessi medici che mi avevano aperto il collo in modo da poter estrarre dalla gabbia toracica un tumore della grandezza di un pugno.” (Il nipote di Wittgenstein). “Un suicidio lungamente premeditato, pensai, non un atto repentino di disperazione. Anche Glenn Gould, il nostro amico e il più importante virtuoso del pianoforte di questo secolo, è arrivato soltanto a cinquantun anni, pensai mentre entravo nella locanda. Solo che non si è tolto la vita come Wertheimer, ma è morto, come si suol dire, di morte naturale.” (Il Soccombente). “Con quella che sul mio polmone fu detta ombra, un’ombra era di nuovo calata sulla mia esistenza. Grafenhof era una parola funesta, a Grafenhof dominavano in maniera esclusiva e con perfetta immunità il primario e il suo assistente e l’assistente di quest’ultimo, nonché le condizioni, tremende per un giovane come me, di un pubblico sanatorio per turbercolotici.” (Il Freddo).

82b6545c1a873c83a915ba4174e30d67I suoi libri hanno un successo internazionale.  Piace sia come autore teatrale che come romanziere e autore di racconti brevi. È prolifico e finisce in quella contraddizione creativa che lo caratterizza tra il profondo bisogno di esprimersi e l’ossessiva pulsione verso un isolamento supremo. È questa opposizione di poli a generare una delle voci più memorabili della letteratura europea.

Finisce così isolato dietro ad alte siepi, in un vecchio casolare di campagna nella frazione di Obernathal, in Austria. Dall’altra parte scorre la vita del villaggio della provincia, e gli adulti lo usano simbolicamente come spauracchio per i bambini. Lui ride amaro dell’inutilità di quel che scrive: “Perché applaudono?” si chiede, guardando i borghesi godere dei suoi spettacoli contro la borghesia, ma anche contro l’intellighenzia, contro tutto. Nell’89, il 12 febbraio, pochi giorni dopo il 58esimo compleanno, sapendo che doveva morire per malattie ai polmoni e al cuore, si uccide con un’overdose di medicinali. “Ogni cosa è ridicola, se paragonata alla morte.”

Leggerlo dà l’intensa impressione di riuscire ad assaporare, brevemente racchiusi nello spazio artificiale di performance letterarie uniche, un vero quadro delle contraddizioni che guidano le nostre vite. Il mondo è orrendo, le ruminazioni della mente che descrive quest’orrore non lasciano spazio ad alcuno ottimismo, ma i meccanismi inventati per esprimere il disastro in cui viviamo è sempre esilarante.

In questo sta il suo genio. Ascolti il vecchietto malmostoso decomporre tutto ciò che vedi e conosci, facendo scomparire, filo per filo, la grande “Matrix” che ci circonda.

Poi “l’agile salto improvviso del poeta-filosofo” (I. Calvino su Cavalcanti) ti fa esplodere in una risata.

Sul mondo, su noi stessi, sulla grande Commedia.

(pubblicato il 24 gennaio 2015 sulla pagina di Cultura de il Garantista)

Il revival della lettura digitale online

Nietzsche? Boh.

No, anzi, si alza la mano timida della studentessa più matura della classe.

“Filosofo tedesco? Secolo 19esimo? Nichilisti?”

Sì, dico, cercando di sondare una cultura più recente:

“Qualcuno ricorda il Grande Lebowski? ‘Siamo nichilisti, non crediamo a niente’…”

Sguardi attoniti tra i banchi, zero assoluto: siam tra millennials. Età media della mia classepostgraduate: 22 anni. Qui in India l‘università finisce presto e s’inizia prima a specializzarsi, anche qui all’Asian College of Journalism di Chennai.

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In questo corso abbiamo cercato di sviluppare uno “Sguardo indipendente,” il titolo di questa serie di lezioni sul rapporto tra informazione e internet. Il sottotitolo è così lungo che qualcuno credeva fosse già di per sé l’intera prima lezione: “La metastasi della comunicazione e l’anoressia dell’informazione.” Quest’ultima definizione da disturbo alimentare è presa da Slavoj Zizek.

Slavoj che?

Abbiamo fatto una scorpacciata di nomi nuovi, per queste menti non formate prettamente sul modello occidentale. Dall’ “Ansia di Informazione” di Richard S. Wurman al più recente “The Invention of News” di Andrew Pettegree, passando per Marshall McLuhan, le visioni di Ben Franklin e Thomas Jefferson alla base del giornalismo americano con le sue costanti diatribe, per arrivare agli incazzati  intellettuali francesi come Pierre Bourdieu, Jean Baudrillard, Paul Virilio ed esplorare le argomentazioni più recenti come quelle di Lee Siegel di “Against the machine” e la pietra miliare di Nicholas Carr “The Shallows” su come il nostro cervello si starebbe per trasformare con l’utilizzo di Internet, non tralasciando i j’accuse di Morozov sul finto impatto di Internet nella storia contemporanea.

Sontag, Barthes, Berger e Camille Paglia ci hanno fatto capire come le immagini vincono sul testo, proprio quando Facebook annuncia che tra pochi anni diventerà prevalentemente un canale video. Sono temi importanti, qui, proprio nelle settimane in cui nelle capitali indiane dell’Information Technology, come la nostra Chennai, sono passati tutti: Zuckerberg di FB, Bezos di Amazon, Nadella di Microsoft.

Così siamo arrivati al presente e a capire cos’è la famosa New Intelligence e l’odio per l’originalità, l’inno al plagiarismo, al cut and paste, taglia e incolla glorificato da Jonathan Lethem e compagni. C’è anche un corso di “Uncreative Writing” che viene insegnato in un’università americana, naturalmente. Proibito essere originali, obbligatorio copiare tutto da Internet.

Sulle prime, questi millennials ammettevano di avere seri problemi di concentrazione nel leggere testi anche brevi, di pochi paragrafi, confermando quanto diceva il guru della usabilità d’antan Jakob Nielsen. Poi sono stati costretti a fare i compiti in un blog online. Erano liberi di rispondere anche con una poesia o un’immagine, anche un tweet, volendo: bastava che fosse possibile metterlo in relazione a un commento sul testo proposto. Invece hanno tutti articolato a parole e sempre meglio le loro reazioni e commenti, aggiungendo magari una foto, un grafico (la moda del meta-data è globale).

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A due terzi del corso si stanno accorgendo d’essere in grado di leggere testi lunghi online, di ragionarci e di utilizzarli nel lavoro scolastico per l’approfondimento sul tema richiesto.

Un giovanissimo studente ha ammesso che lui su internet cerca prevalentemente opinioni sul cricket di modo da formulare meglio i suoi commenti e le sue analisi su questo sport. Poi si lascia trascinare via anche lui dal brusio spesso inconcludente, ma forse in qualche modo informativo e rilassante dei social media. È risultato  evidente a tutti che è più che possibile leggere testi lunghi online, ricavarne una crescita intellettuale vera e seria, e al contempo utilizzare internet anche per svago su Twitter o Facebook.

Si arriva a quanto dice in una sua analisi David Dowling dell’Università dell’Iowa, nel lunghissimo testo che fa da compiti per casa questa settimana: “Fuggendo the Shallows: il revival della lettura profonda dell’era digitale.” Esiste una evidente tendenza contemporanea ad esplorare, comprendere e leggere testi lunghi, ebook (vedi i dati di crescita nel settore anche in Italia), analisi, editoriali lunghi, reportage, inchieste, e saggi. Anche se sono online.

Il mezzo è il messaggio, certo. Ma non è detto che una specifica fase nel rapporto tra società e nuovo mezzo sia il messaggio unico del mezzo stesso.

Tradotto: se per un periodo di assestamento ci sentiamo incapaci di leggere testi lunghi tramite un nuovo mezzo a causa delle sue distrazioni, non è detto che il cervello plastico dell’essere umano non sia in grado di adattarsi e ricuperare quella capacità di focalizzazione necessaria a godere di una narrativa lunga o di ragionamenti estesi e complessi, anche se letti online.

Naturalmente se siete arrivati a leggere fin qui, siete anche voi nella “nuova” categoria. Complimenti.

Ci sono fasi di assestamento, ben documentate dagli studiosi del campo con tanto di grafici, che dimostrano che quello che appare come il punto d’atterraggio nel rapporto con un mezzo di comunicazione, raramente lo è. Questo non vuol dire abbandonarsi ad un ottimismo sfrenato che crede nel migliore di tutti gli esiti per l’umanità sempre e comunque. Non è certo così.

Ma l’esito migliora anche grazie ai catastrofisti e ludditi come Nicholas Carr che mettono in guardia dagli aspetti peggiori e “idiotizzanti” nel rapporto con il nuovo mezzo.

È anche grazie a loro che quel rapporto cresce e, come pare stai accadendo adesso, trova un sistema più utile per potenziare l’intelligenza invece di eroderla.

(pubblicato anche su il Post a questo link)

Perché i giovani (disoccupati) devono leggere Turgenev  (di Carlo Pizzati)

Ho due nipoti disoccupati di 21 e 23 anni. Non sono tipi da università e non hanno lavoro. Normale. Il tasso di disoccupazione giovanile è oltre il 40 per cento, se non sbaglio. Mi sono spesso ritrovato, negli anni, nel ruolo scomodo dello zio che dispensa consigli. Orrore. Riesce davvero difficile dare consigli pratici in questa realtà, ma l’altro giorno mi sono reso conto, forse per disperazione, d’essere passato ai consigli poco pratici.

A uno dei nipoti in cerca di lavoro e di una direzione nella vita ho detto: “Leggi ‘Rudin’ di Turgenev. Ti spiegherà l’importanza di prendersi in pugno la propria vita. No, non è un manuale di auto-aiuto. È letteratura russa.”

Non credo che lo leggerà, ma rendo pubblica qui la motivazione di questo consiglio esteso a tutti i figli degli anni ’90, alcuni dei quali incontro due volte la settimana, questo semestre, in un’aula universitaria.

Perché “Rudin”? In realtà Rudin finisce un po’ male. Anzi, il suo afflato verso l’azione, dopo una vita da inerte e ciarliero “uomo superfluo” lo porta a un epilogo tragicomico. Ecco, mi hai detto il finale, spoiler alert! spoiler alert! Tranquillo, nipote, l’importanza di leggere “Rudin,” il primo romanzo di Ivan Sergeevic Turgenev, ha poco a che vedere con “il plot.” Non è una serie tv.

Turgenev nacque il 9 novembre del 1818 in una Russia che ci ha regalato una delle più intense e utili letterature del mondo. Salvò dai debiti di gioco Tolstoj e aiutò Dostoevskij in frangenti simili. Poi si fece condannare a un mese di carcere per pubblicato a sue spese e contro il veto della censura, un ispirato necrologio per Gogol. Idolatria, fu l’accusa, per aver osato dire che bisognava chiamarlo “Grande Gogol,” come uno zar.

Il suo “Rudin” è un Romanzo che si dice rappresenti la generazione dei ventenni degli anni ’40 di due secoli fa. Cos’ha dunque tutto ciò a che vedere con i nostri ragazzi nati negli anni ’90, i cosiddetti Millennials? “Rudin” parla di carattere, di personalità, di tendenze umane che sono atemporali e nelle quali è ancora possibile riconoscersi (a tutte le età).

La morale di questa novella, come Turgenev la definì, è che ciò che sconta nella vita non è quel che conquisti, ma come vivi. Beh, la morale più semplicistica.

“Rudin” va in realtà molto più a fondo. I fatti di cui parla si svolgono tra la Guerra di Crimea e le rivoluzioni europee del 1848. Rudin è un trentenne con i vestiti troppo stretti, come se ci fosse cresciuto dentro (i corsi e i ricorsi della moda, sorella della morte, figlia della caducità, come scriveva il Leopardi!). Ha la lingua svelta e acuta, ma nonostante la sua eloquenza non riesce a realizzare ciò di cui parla. La scena chiave per capirlo è quando Natasha, figlia della padrone di casa dov’è ospite da mesi, gli rivela che la madre è contraria al loro nascente amore. Rudin, invece di combattere romanticamente per la relazione, come vorrebbe Natasha, le dice mesto mesto che devono “sottomettersi al destino” e obbedire a mammà. Natasha lo scarica subito, giustamente. E sposa un altro.

Rudin è “quasi un Titano a parole, ma un pigmeo nei fatti.” Quanti ragazzi possono riconoscersi in questa definizione? L’amico d’infanzia Leznehv gli si contrappone come l’uomo normale, senza grandi ambizioni. Noiosissimo. Un petit-beurgeois. Che infatti si sposa, fa soldi, conduce un’esistenza senza scosse: un uomo da bruciare, per i sorcini in ascolto.

Invece Rudin, quest’uomo superfluo, loquace e introspettivo, rappresenta il prototipo amletico che Turgenev sviluppa in un importante discorso tenuto nel 1860 su “Amleto e Don Chisciotte.” L’autore russo identifico in queste icone letterarie due tendenze caratteriali presenti in tutti noi. L’egoistico Amleto, troppo assorto nella riflessione per agire, e l’entusiasta e spensierato Don Chisciotte che è sempre pronto all’azione. Anche se insensata.

Sì, Don Chisciotte è il coraggioso rivoluzionario che rischia di diventare un “militonto,” un pazzo scatenato che vede draghi nei mulini a vento (gombloddisda, per capirci). Ha fiducia nella Verità e in qualcosa di Supremo. È un tipo sincero, guidato dalla forza di volontà. È comico, ma molto amato.

Amleto è la sua antitesi. Dovrebbe vendicare l’uccisione del padre, ma è roso dal dubbio, dall’inazione. Uccide lo zio quasi per errore. È troppo analitico per auto-immolarsi. O per rischiare. È come Rudin. Uno dei suoi pochi meriti è quello di riuscire a educare gli altri. Con il pensiero, non con l’esempio.

Così Rudin trasforma la sua vita. Decide, dopo aver abbandonato Natasha e la villa dov’era ospite, di agire. Un Amleto che vuol diventare un Don Chisciotte. Prova ad amministrare un podere per conto di un amico, tenta di drenare un fiume per renderlo navigabile, diventa insegnante. Per un po’. Prova con tutta la sua forza a “prendersi in pugno.” Cambiare: l’oppio di questa realtà. Il problema è che è troppo Amleto, per cui fa una fine donchisciottesca, senza aver trovato una giusta misura tra le due pulsioni. Per questo credo che Rudin sia una buona lettura per scardinare gli Amleti e per avvertire i Don Chisciotte.

Si dice che “i giovani non leggono” (tranne libri per “gggiovani,” naturalmente). Chissà se è davvero così. Entrare in una storia profondamente, lasciarsi coinvolgere, identificarsi, è un primo passo per salvarsi. Quando i nostri meccanismi sono così aderenti a quelli della narrazione, è più probabile che avvenga una mutazione, che nasca una nuova idea, un nuovo progetto. Così come l’eroe si trasforma, possiamo farlo noi.

Funziona anche così la magia alchemica della letteratura.

Può servire a capire come un Amleto può diventare un po’ più Don Chisciotte. O viceversa.

Senza farsi ammazzare sulle barricate della vita.

(pubblicato sulla pagina Cultura de il Garantista il 19 ottobre 2014)

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Un Ralph Nader per Internet?

Il professor Stuart Russell, in un gastro-pub di Notting Hill, qualche mese fa, mi ha detto che per quanto riguarda l’intelligenza artificiale “siamo alla fase del contenimento.” Anche se è quel che immaginavo, questa candida ammissione da parte dello scienziato che ha ispirato il film “Transcendence” con Johnny Depp, incentrato sul download della coscienza, mi ha spiazzato.

ll download della coscienza è un tema sviluppato sotto il titolo di “Singularity” dal transumanista Ray Kurzweil. Oggi che è direttore dell’ingegneristica di Google, Kurzweil è stato riscoperto e rivalutato. Quando ne descrissi le teorie in “Tecnosciamani” qualche anno fa, era considerato da molti un futurologo un po’ picchiatello. Quello che era un inventore visionario, ora è incaricato di realizzare le sue visioni in una delle multinazionali più potenti del mondo.

url-1A proposito di visionari rivalutati, mi sono riletto un po’ di Marshall McLuhan quest’estate per preparare un corso universitario di teoria della comunicazione che insegnerò a Madras. Con gli studenti indagheremo, tra le altre cose, sulla New Intelligence e su come Internet cambia e cambierà la comunicazione. McLuhan (“l’utente è il contenuto”!) aveva già anticipato tutto, nei dettagli, addirittura anni prima che nascesse Arpanet, l’antenata militare di Internet. Ma McLuhan, in fondo in fondo, sembrava ottimista su un punto:vedeva nello sviluppo tecnologico una possibile chiave di affrancamento e liberazione dai vincoli del lavoro. Questo non s’è ancora avverato, e l’umanità non sembra avviata in quella direzione. Ma potrebbe.

Mi sono letto anche il saggio del 2013 di Roberto Casati  “Contro il colonialismo digitale, istruzioni per continuare a leggere,” che mi pare sia stato frainteso da qualche critico come un allarme luddista. Non è così. Sul tema in questione scrive, tra le altre interessanti cose, che il digitale non è una fase transitoria, è una realtà con la quale dobbiamo fare i conti con lucidità. Che male c’è? Mi è parso che in fin dei conti anche Casati, dal suo osservatorio parigino, stia partecipando a un ragionamento su come contenere un’invenzione fuori controllo. È un razionalissimo e umano richiamo a renderci conto che le innovazioni tecnologiche subiscono uno sviluppo spesso indipendente dalle pianificazioni e proiezioni industriali, ma è anche un invito a cominciare ad avere un rapporto più maturo e misurato con i nostri strumenti. Questa è un fase che si verifica quasi sempre nel rapporto tra uomo e innovazioni tecnologiche.

Dai, che quasi ci siamo e possiamo tutti darci una calmata (a parte l’iPhone6 e l’Apple Watch)!

Ma questa calmata nel rapporto con Internet e con gli strumenti che ci consentono di fruirne è giusto che ce la diamo per evitare di esserne inconsapevolmente sopraffatti e quindi diminuire i vantaggi benefici dell’innovazione con i costi di un uso ingordo che rende succubi di qualcosa che non riusciamo più a fermare: come la dipendenza da Internet, intendo dire. Oppure il nostro orgoglio.

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Com’è successo qualche anno fa al blogger Lee Siegel che, non riuscendo ad accettare i commenti critici nel suo blog su The New Republic, si è inventato un nick e si è messo a ribattere colpo su colpo con insulti e ingiurie. Se loro sono anonimi, perché non posso esserlo io, s’era detto Siegel. Smascherato rapidamente dagli utenti stessi, fu costretto a dimettersi e ad affrontare lo sputtanamento. Questa è stata la sua fortuna, scrive in “Against the machine,” perché di lì a breve gli  arrivò il contratto per il libro nel quale inizia il suo excursus del nostro rapporto con Internet facendo un paragone interessante: le automobili.

Fino al 1965 le case automobilistiche producevano veicoli senza prendere molto in considerazione i possibili danni a conducenti, passeggeri e passanti. Avevano fior di studi che indicavano pericoli e danni della auto, ma i costi per mettere in sicurezza gli automobilisti erano più alti dei benefici. Ci volle un Ralph Nader (che divenne poi l’eroe e la guida politica dei Verdi americani) a puntare il dito per mostrare le carte e denunciare le granchi marche automobilistiche. La sua battaglia fu vinta solo in parte, ma il punto qui è: siamo sicuri che anche Internet non abbia bisogno di un Ralph Nader che scriva un suo “Pericolosa a qualsiasi velocità”? Un Ralph Nader che costringa forse chi gestisce la rete a dare garanzie di privacy migliori, ad esempio, ma che aiuti gli utenti (che sono il contenuto, appunto) a non lasciarsi trasformare in androidi, come prevede Kurzweil?

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Da quel che sembrerebbe, in questa fase di “contenimento” di Internet e dei possibili sviluppi dell’intelligenza artificiale non si tratta di aumentare le regolamentazioni  (tutt’altro!) o di difendere la grande libertà e neutralità della rete (vedi la crociate a favore della “Net Neutrality” cui partecipa anche il brillante erede di Jon Stewart, John Oliver), ma nemmeno di cadere nella “net-delusione” di cui scrive da tempo Evgenij Morozov, smascherando le bufale cyber-utopistiche su Internet che causa le rivoluzioni in Medio-oriente, ma si tratta piuttosto di fare comunicazione, dare informazioni, spingere a pensare e a riflettere per non cadere in un automatismo caratteristico degli ingranaggi automatici o elettronici, non necessariamente dello spirito critico degli umani.

(pubblicato anche su il Post)

Minecraft e equitalia

Ho speso così tante monete da 50 e da 100 lire nei videogiochi del Bar dell’Oratorio di Valdagno che difficilmente potrei quantificare il danno alle mie finanze di ragazzino delle scuole medie.

Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 sono passato con disinvoltura dall’arcaica bara di latta del flipper alla concentrazione elettronica cui mi costringevo eludendo i fantasmi multi-cromatici di Pac Man, sparando dal mio stolido carrarmato agli alieni squadrati di Space Invaders, volteggiando sguaiatamente con la mia astronave in Asteroids in hyperthrust, cercando di non far spiaccicare la rana di Frogger e via addentrandosi in quel luminescente tunnel della nostalgia che per questioni di (mezza) età vorrei evitare con tutte le mie forze. A questo proposito: un paio d’anni fa scoprii che i furbetti di Disneyland a Los Angeles avevano ricreato una vera “Arcade,” una stanza dei videogiochi vintage dove incontrare appesantiti coetanei pervasi da una scossa elettrica di ringiovanimento ludico.minecraft

Scrivo questo per arrivare a qualcosa di contemporaneo, per dire che i videogiochi che da qualche anno minacciano e affiancano il cinema di Hollywood sono stati per me un luogo familiare, non qualche cosa da rifiutare in quanto “americanata” o in quanto “rimbecillenti.” Non ho mai creduto alle facili critiche pseudo-sociologiche sui danni dei video-giochi, scemenze che si ascoltavano un tempo e che a volte si ascoltano ancora da parte di quelle menti medievali che condannano le pratiche ludiche come se venissero ancora da un antico mondo romano decadente.

So che Minecraft non è una novità. Il suo boom (perdonate la battuta se conoscete Minecraft) risale all’estate del 2010, l’anno dopo la sua nascita. Proprio in quei mesi 33 minatori cileni combattevano contro la roccia e l’indifferenza per tornare alla superficie, bloccati nella loro cava sotterranea.

E quell’estate Minecraft, video-gioco nel cui titolo è nascosta la parola “miniera,” fu scaricato da più di mezzo milione di persone in poche settimane. Oggi è il videogioco e app più scaricata al mondo. Si parla di 16mila download quotidiani e di 40 milioni di giocatori in tutto il mondo, la popolazione degli adulti in Italia, più o meno.

Non posso parlare dell’aspetto tecnico, mi affascina ciò che simboleggia la sua estetica e il significato della narrativa cui si espone il giocatore.

space_invaderHa un aspetto immediatamente identificabile. Il suo creatore invece di spingere la gara grafica verso una definizione sempre più pulita e realistica ha scelto di tornare al passato, pescando appunto nel vintage. Quindi tutto in Minecraft è fatta a blocchetti, come fossero pezzi di Lego. Citazione di Space Invaders? Forse, anche. Occhiolino alle armate di Lego-isti che trovano in questo gioco la loro realtà separata? Anche.

Il gioco è facilmente accessibile. Consente ai giocatori meno abili di capire in fretta come funziona e lascia che sia il giocatore stesso a costruire la propria narrativa con grafica in 3D e “mob” (nemici) inventati dal gioco stesso.

In questo, incarna lo spirito di Internet, secondo la definizione del filosofo Jürgen Habermas, molto meglio di altri giochi perché qui il lettore (giocatore) diventa autore (creatore). Creatore nel senso letterale del termine, perché in Minecraft devi spaccare legna per costruirti un riparo. E devi farlo prima che cali la notte, perché con il buio escono zombi, ragni-vampiri, scheletri assassini e altri orrori. Anche nelle famose miniere bisogna addentrarsi sempre con le torce accese perché lì gli  zombi sopravvivono e si nascondono anche di giorno, sfiorandoti la nuca prima di addentarla. E poi (trigger warning per i vegetariani!) bisogna macellarsi mucche e pecore per procurarsi la carne, e quindi l’energia per costruire e combattere. Se muori, rinasci subito. Ma allora, se è buio, meglio mettersi a correre fino alla casa che ti sei costruito.

Sembra semplice, e questo è il fascino del gioco, ma man mano che si acquisiscono abilità sempre maggiori aumentano le complicazioni e le sorprese (ad esempio, si trovano oro, diamanti, metalli preziosi).

Ciò che mi affascina è come questo gioco, così come quelli che ho citato all’inizio dei questo testo, mi appaia come rappresentativo dell’epoca che ne vede il successo.

asteroidsmoviePac-man, Asteroids e Space-invaders si misuravano tutti con qualcosa di molto alieno. In questo sembrerebbe che zombi e ragni vampiri sostituiscano perfettamente il “nemico.” Ma c’è invece una differenza importante. Alla fine degli anni ’70  inoltrandosi poi fino all’89 era dilagante la moda sempreverde degli alieni. Nell’inconscio rappresentavano molto probabilmente quel presunto “nemico” dall’altra parte del Muro, della Cortina di Ferro della Guerra Fredda. Era un’entità sconosciuta e minacciosa che avanzava con le sua armate per conquistarci. È un tema di fondo sempre presente, ma che in quell’epoca si modulava con particolare fervore proprio per l’assonanza tra alieno e nemico politico.

L’affermarsi poi nei tardi anni ’90 di Grand Theft Auto (ad oggi 125 milioni di copie vendute) ha aperto la stagione dei videogiochi basati sulla paura della minaccia urbana. L’alieno non veniva più da un luogo lontano e misterioso, dall’altra parte del Muro, ma era tra noi. Si moltiplicava nei quartieri pericolosi (poveri). Era figlio della grande diseguaglianza.

Si tratta in realtà di un’esorcizzazione di un pericolo – quello del crimine urbano – che aveva già toccato il suo acme nella realtà, soprattutto in America. Ma forse proprio per questo, grazie alla diffusione del terrore metropolitano e di periferia (vedi “The Wire” tra le serie tv, e i prodromi nel 1979 nell’epico film “The Warriors”), Grand Theft Auto ha funzionato e funziona dal 1997.

Perché allora Minecraft s’impone oggi? A parte la trovata vintage efficace dell’aspetto a blocchi, quindi con ritorno al passato, tecnologicamente parlando, c’è qualcosa che sembra familiare nella necessità di arrangiarsi, di cavarsela da soli o con l’aiuto di altri singoli individui per sopravvivere. Sembra proprio il presente!

La minaccia ora non viene più da un nemico alieno che viene ad invaderci. Non è un ladro che ci vuole rubare l’auto. Qui siamo già sperduti in una realtà primitiva (post-atomica?) in cui bisogna ricostruire tutto da capo. Siamo già in “survivor mode.” Siamo alla tabula rasa che fa di noi dei sopravvissuti.

I segnali nella cultura e nei media di questo stato d’animo post-apocalittico ci sono tutti. Nella cultura bassa del reality “L’Isola dei Famosi” così come nella letteratura alta di Cormac McCarthy e il suo “The Road.” Nelle pulsioni agro-alimentari autarchiche dei New Agrarians che si coltivano l’orto sul tetto dei palazzi di Brooklyn, ottenendo l’auto-sufficienza,  così come sul tamagotchismo della Farmville di Facebook.

In Minecraft si racchiude così tutta questa essenza contemporanea: la sensazione che se non ti arrangi a procacciarti i beni di sussistenza soccombi in fretta. Sei solo e da solo te la devi cavare. Più e meglio lavori, più bella e ricca sarà la tua casa (ma se accumuli abbastanza TNT volendo puoi anche anarchicamente far saltare in aria tutto il tuo mondo e mandare in crash il gioco).

Ma soprattutto devi metterti al riparo dai nemici, dagli aguzzini, dai succhia-sangue. Qui ognuno può riempire la linea tratteggiata con il nome che preferisce, dare un’identità a ciò che questi zombi e questi ragni succhia-sangue possono rappresentare. Creditori, banche, esattori. Dalle mie parti tanti gridano subito invasati: “Equitalia”! Ma ognuno avrà un babau preferito.

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Il punto è che per quanto Minecraft sia apprezzabile nell’allevare piccoli architetti (attenzione: una delle professioni più inflazionate in Italia, come quella dei giornalisti) e di nutrire lo spirito di auto-sufficienza e un costruttivo senso dell’inventiva, in realtà rimanda un quadro chiarissimo dello spirito dei tempi.

Qui, in queste miniere, tra questo grande sole bianco e quadrato, che appare tra nuvole squadrate, tra questi omini un po’ di Lego, un po’ Golem, c’è la realtà del nostro stato d’animo, c’è l’ansia di dover trovare “una casa” a tutti i costi, di lavorare, produrre per sopravvivere, nonostante le avversità, nonostante chi vuole prenderci le nostre energie e risucchiarci tutto fino alla nostra morte.

Come Space Invaders raccontava la realtà di una Guerra Fredda che disumanizzava “l’altro” trasformando in extra-terrestre, come GTA utilizza la paura del “rapinatore,” del ladro di una ricchezza acquisita (fino allo sboom 2001), così Minecraft dal 2010 è un successo anche perché ci rappresenta come siamo, in una realtà con pochissimi cardini, in sfacelo, forse in una lenta distruzione che consentirà una ricostruzione (non è dato saperlo ancora), ma che per il momento sembra preoccupata solo dalla propria sopravvivenza.

(pubblicato a pagina 16 su il Garantista il 9 settembre 2014)

“Liberi dalla schiavitù del lavoro” apologia di Marshall McLuhan di Carlo Pizzati

Woody Allen in fila al cinema con Diane Keaton in “Annie Hall” è infastidito dalle sbruffoneggiate pseudo-intellettuali di un nevrotico newyorkese che dietro di loro parla di Marshall McLuhan.

“Cosa non darei per avere una grande calza piena di merda di cavallo per darla in testa a uno così!”

“Ehi, aspetta, questo è un paese libero, posso dire quello che voglio!” si lagna l’intellettuale.

“Ma tu non capisci niente di Marshall McLuhan!”

“Capita che io insegni un corso alla Columbia University che si chiama ‘TV, media e cultura’ quindi penso che la mia visione sul signor McLuhan abbia un certo peso…”

“Davvero? Davvero? Perché capita che io abbia il signor McLuhan proprio qui, e allora, e allora, lascia che…lascia che…” Woody Allen infila la mano dietro un cartellone pubblicitario e ne estrae un elegante signore in cravatta scura e giacca color crema: Marshall McLuhan.

“Ho sentito quel che ha detto. Lei non sa nulla del mio lavoro. Quel che lei dice vorrebbe dimostrare che il mio intero sofisma era sbagliato. Che lei sia riuscito a farsi assumere per insegnare quel corso è strabiliante.”

Woody Allen guarda il pubblico, sconsolato, e dice: “Se solo la vita potesse essere così…”

woody-allen-marshall-mcluhan-thumb-350x233-37609Era il 1977 e la parabola di Marshall McLuhan stava per toccare il fondo, nonostante gli sforzi di Woody Allen e di altri. Protestante convertito al cattolicesimo, forse per questo sfornò sei figli che dovette poi mantenere e quindi, già accademico di successo mondiale, stella internazionale del suo Villaggio Globale, già meme con “il mezzo è il messaggio,” si dovette far assumere come consulente e conferenziere proprio per quelle multinazionali come l’IBM e la telefonica AT & T da cui metteva in guardia il mondo. Il famoso “punto di appoggio” da cui Archimede avrebbe sollevato la Terra con la sua leva “è stato affittato alle società private,” aveva previsto.

Morì a Capodanno del 1980, alba di un decennio che non fu molto rispettoso del suo genio. Ebbe un ictus e il suo cervello, che secondo la biografia di Douglas Copeland era irrorato da due arterie invece che una, ne risentì, essendo già sopravvissuto a un tumore benigno. Durante le ultime lezioni universitarie si bloccava a metà frase e poteva restare così, nel silenzio, anche per parecchi minuti prima di riprendere la frase esattamente dove l’aveva lasciata e completare il ragionamento.

Eppure dopo che negli anni ’80 e ’90 il suo pensiero fu declinato alla francese da Lacan, Baudrillard e Derrida, sopravvivendo anche agli attacchi di Umberto Eco e Regis Debray, ecco che la realtà dimostra che quest’uomo ha saputo fotografare, molto prima che iniziasse ad accadere, la trasformazione che stiamo vivendo oggi. Come spesso capita agli artisti, era troppo in anticipo. O, come rapperebbe er Piotta, era “troppo avanti”.

Si può sperare anche che fosse in anticipo sulla sua idea di sviluppo tecnologico come chiave di affrancamento e liberazione dai vincoli del lavoro. McLuhan spiegava che, paradossalmente, l’automazione rende lo studio delle discipline umanistiche ancora più importante. Alle macchine ciò che è meccanico, agli umani ciò che è intuito. Nel nostro nuovo Medioevo pervaso dalla tirannia degli ingegneri informatici, questo ancora non si è realizzato del tutto. Ma come le macchine e le automobili hanno liberato dalla servitù i cavalli, così l’automazione libererà l’umanità.

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“Gli uomini sono diventati all’improvviso nomadi raccoglitori di informazioni, nomadi come non mai, informati come non mai, liberi dalla frammentaria specializzazione come non mai, ma anche coinvolti nel processo sociale come mai prima; poiché con l’elettricità noi estendiamo il nostro sistema nervoso globalmente, interrelazionando  subito ogni esperienza umana.” All’epoca non solo non esisteva WhatsApp, Viber, Skype, Facebook e Twitter: non esisteva nemmeno il World Wide Web, e il suo precursore del Pentagono, Arpanet, sarebbe nato solo cinque anni dopo.

Aveva anche capito che nei decenni successivi saremmo stati costretti a partecipare perché “l’implosione elettrica spinge all’impegno e alla partecipazione.” E alla libertà.

La profezia di 50 anni fa immaginava una società in cui le macchine al servizio dell’uomo gli avrebbero consegnato la libertà di sviluppare la propria tendenza artistica.

Ecco, l’arte. Sperava, questo intellettuale canadese dal pensiero secco e freddo come i paesaggi della sua Winnipeg, nel Manitoba, che la “società elettrica” avrebbe portato all’autonomia artistica.

Per lui, l’arte era “un’informazione esatta su come riorganizzare la propria psiche per anticipare il successivo colpo generato dalle nostre facoltà estese.” Tradotto (a rischio di farsi prendere a colpi di calza piena di merda di cavallo): liberati dalla schiavitù del lavoro automatizzato grazie all’avvento delle macchine, l’uomo si sarebbe potuto dedicare più liberamente a interpretare i cambiamenti storici cui partecipava. E’ andata così? Non proprio. O non ancora? Le idee di McLuhan erano “indagini,” “mosaici,” inviti a pensare ai media, non assiomi.

WellAdjusted“Nell’era elettrica indossiamo l’intera umanità come fosse la nostra pelle.” Queste parole, da “Understanding Media,” nel 1964 dovevano esser sembrate solo un bel verso poetico. Oggi sono chiarissime.

La narcosi nascosta etimologicamente nel narcisismo induce l’uomo a diventare il servomeccanismo della propria immagine estesa e ripetuta. In questa sonnolenza nemmeno le frammentate grida della ninfa Eco arrivano a Narciso che è diventato ormai un sistema chiuso. Familiare? Guardate chiunque vi stia accanto risucchiato da uno schermo e capirete.

“L’uomo è l’organo sessuale delle macchine, così come le api lo sono delle piante.” E questo ci porta al fatidico “il mezzo è il messaggio.” “Il contenuto è la grattata, il mezzo di comunicazione è il prurito.” “Il contenuto è il succulente pezzo di carne portato dal ladro per distrarre il cane da guarda della mente.” Ovvero: “il messaggio di ogni mezzo o tecnologia è il cambiamento apportato alla scala, ritmo o schema che viene introdotto nelle cose umane.” O, meglio ancora: “Tutto ciò che accade alla luce di una lampada elettrica o di un neon è il ‘contenuto’ di quella luce elettrica: non esisterebbe senza di essa.” Non importa cosa fai, cosa metti su Internet o come lo usi, appena lo usi tu sei il suo contenuto, ed è Internet il messaggio.

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The Mechanical Bride (’51), studio critico sulla cultura pop; The Gutenberg Galaxy (’62) sulla crescita dell’individualismo nell’uomo tipografico e in cui si descrive il famoso Villaggio Globale sono culminati poi in Understanding Media da cui nascono le idee di mezzi caldi e freddi, l’età dell’ansia, la scomparsa del linguaggio nel futuro tecnologico (lo vediamo ora frammentarsi in 140 caratteri), la fotografia che rende gli essere umani degli oggetti e poi l’importante concetto che gli spazi pubblicitari sono buone notizie in un mare di brutte notizie (un segreto ancora ben celato da media ed editori).

Aveva visto bene su musica, cinema, radio, tv e armi e persino sui videogiochi, ora punta d’avanguardia della colonizzazione inversa della tecnologia nelle menti. “Il futuro del lavoro consiste nel guadagnarsi da vivere nell’era dell’automazione,” lo scriveva 50 anni fa. Ciao ciao Eco, ciao ciao Debray e tutti i suoi nemici.

Una delle sue barzellette preferite spiega sia il suo sense of humour, sia ciò che cercava di dire con le sue teorie. E forse può esser vista anche come una presa in giro dei suoi detrattori. La storiella descrive due indiani Navajo che si stanno facendo una chiacchierata da un capo all’altro dell’Arizona con segnali di fumo. A metà della conversazione la Commissione per l’energia atomica fa detonare una bomba nucleare. Quando il nuvolone a fungo si disperde, il primo indiano manda all’altro un segnale di fumo che dice: “Mannaggia, magari l’avessi detto io!”

follow on twitter: @carlopizzati

(pubblicato a pagina 9 su il Garantista il 30 agosto 2014 per la rubrica lo Scaffale)

McLuhan su il Garantista

Sulla passione per i polizieschi

Un amico straniero cresciuto tra Italia, Francia e Stati Uniti mi raccontava della sua passione per i polizieschi italiani.

“Il commissario Montalbano no,” diceva: “Camilleri lo leggo solo per le ricette.” Carlotto, Carofiglio, ecco, quelli gli piacevano e stava iniziando (buon per lui) a leggere Giorgio Scerbanenco, autore che dà il nome al più importante premio del genere. Gli sembrava, così diceva, che attraverso le inchieste poliziesche gli arrivasse un’immagine della realtà italiana: era un suo modo per ricollegarsi a un paese dove aveva abitato.con-la-figlia1

Nonostante questo, ammetteva che nessuno come una scrittrice di opere di letteratura e non di narrativa poliziesca, Elena Ferrante, riusciva a portarlo nel profondo di una realtà che appare come italiana, ma che sotto la cute nazionale rivela un racconto di umanità universale.

Purtroppo, tranne qualche romanzo che mi sono costretto a leggere per capire alcune cose sull’editoria italiana, non posso dire di essere un conoscitore né un fan del poliziesco, ma mi pare si stia cadendo in una trappola (questa sì degna di un giallo poliziesco) pensando, il naso tra le pagine di carta o sopra a uno schermo, che possa esistere un commissario o un investigatore privato che metta ordine nel caos.

Questo è il substrato di ogni poliziesco italiano in voga in questi anni, a quanto mi par di capire. Ed è questo il senso di sollievo e appagamento che immagino provino gli entusiasti lettori di questa forma di narrativa.

Molti anni fa un produttore americano mi voleva convincere a scrivere una sceneggiatura che raccontasse come Antonio Di Pietro fosse diventato l’erede di Falcone e Borsellino. Il film doveva narrare come la Mafia fosse riuscita a uccidere due eroi, espandendo di conseguenza il suo potere nel nord del paese e aumentando la sua presa sulla politica. Ma come poi (il bene trionfa!) il magistrato Di Pietro fosse riuscito a bloccare il malaffare anche al nord, incastrando politici concussi e imprenditori disonesti.

Quel film non si fece. Nemmeno nella realtà si è mai realizzata la visione di quel produttore americano, come mi pare di leggere sempre nelle cronache, nonostante gli arresti importanti, le condanne esemplari, personaggi famosi ora ufficialmente famigerati: non sembra che ci sia uno smantellamento del sistema, ma lo smottamento di una cosca o di una famiglia a vantaggio di un’altra, tutto qui. Si tratta di una sorta di debole riformismo, non di una rivoluzione di sistema che metta fine del malaffare endemico, aggettivo che viene da endemia: malattia infettiva costantemente presente, anche se in forma sporadica, in un determinato territorio.

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Per questo il lettore italiano che si diletta con quei libri il cui unico prurito intellettuale è scoprire “chi è stato?” si sta autoingannando senza rendersene conto: appaga un disagio tangibile affidando la propria fantasia a un uomo di legge che porta ordine nella confusione utilizzando la sua virtù, logica, deduzione e raziocinio.

Così facendo il lettore riporta nella realtà quest’illusione e questo spiegherebbe poi, confrontandosi con la caotica realtà, perché si moltiplichi con fervore quel senso di brontolona dissociazione per cui siamo noti in tutta Europa (addio Bel Paese ridanciano).

Per questo, dicevo al mio amico, preferisco rileggere Edgar Allan Poe, Raymond Chandler, l’ispettore Maigret di Simenon.

tumblr_lxd1y6Uuw61qzdxojo1_400Ma sopra a questi, provo piacere nel rileggere Friedrich Dürrenmatt, che tra le sue cupe valli svizzere non tenta di portare un finto ordine, ma lascia nell’anonimato il Mostro (il deviato, l’assassino, il Male) o, meglio ancora, porta a capire che quel Mostro, quel caos, quel vero Male è l’intero villaggio, la città, l’intera nazione.

(pubblicato anche su il Post)

Sulla non-morte del romanzo

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Il romanzo non è morto. Non è nemmeno nato, a dire il vero, in quanto il romanzo non è un essere vivente, siamo seri, ma è un mezzo per trasmettere il pensiero dell’autore ai suoi lettori. Per qualche secolo questa comunicazione è avvenuta tramite la scrittura e continua ad essere così.

Da quando è stato scoperto un nuovo metodo per consegnare i pensieri scritti di un autore ai suoi lettori ci si preoccupa del fatto che il veicolo utilizzato per questa “trasmissione del pensiero” possa alterare il modo in cui il contenuto viene recepito.

Attorno ai temi di questi due paragrafi si avvita da qualche anno un dibattito che riguarda la lettura. Recentemente sul “Guardian,” “New York Times” e “Corriere della Sera,” sono stati pubblicati (sia su carta che in Internet)  interventi stimolanti su questo tema.

Will Self ha firmato una analisi approfondita dal titolo “Il romanzo è morto (questa volta sul serio),” ovvero il testo di un suo intervento a Oxford pochi giorni fa. Dice Self che il romanzo come forma letteraria sarebbe dovuto morire con Hemingway e Fitzgerald e poi sepolto per sempre con “Finnegan’s Wake”. Invece si è trascinato per altri tre quarti di secolo. I bei romanzi usciti dopo l’epopea di James Joyce, scrive Self, altro non erano che zombi: “esempi di una forma d’arte non-morta che rifiutava d’estinguersi.”

Le menti gutenberghiane (per citare MacLuhan) di molti critici letterari sono rimaste bloccate nelle loro prigioni di carta. Però, nonostante ciò, nulla può sostituire la profondità dell’esperienza della lettura.

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Così, i cowboy del libro stampato da qualche anno si chiudono a cerchio attorno a biblioteche e tipografie, accerchiati dalle tribù degli e-book. Libri gratis per bambini, borse che con slogan supplichevoli implorano d’essere riempite di libri, scambi di libri, volumi abbandonati in luoghi pubblici per esser condivisi, club di lettori, presentazioni, fidelizzazione del lettore. E poi tutto un inno al fascino fisico del libro, il piacere dei polpastrelli sulla carta, gli effluvi profumati che escono da quelle pagine, descrizioni sensuali di un oggetto che sempre più spesso finisce a macerare in umidi garage e il cui valore commerciale tracolla del 95 per cento subito dopo l’acquisto. Misure disperate, dice Self.

Eppure qualche segnale fa sperare i cowboy nell’ “arrivano i nostri”: l’anno scorso negli Stati Uniti le vendite di libri a copertina rigida sono aumentate del 10 per cento, mentre le vendite di e-book sono calate del 3 per cento. Effetto snob o status symbol, forse. Ma il dato c’è.

La realtà, dice Self, è che i libri di carta sono destinati comunque ad essere una tecnologia minore, anche se il beau livre sopravviverà. Ma la domanda è: sopravviverà la vera lettura, il pensiero profondo?

L’avvento della nuova tecnologia di lettura non cambia il codice, cambia la mente. Il mezzo è il messaggio. Ci voleva Internet per resuscitare le verità di MacLuhan, il cui pensiero torna giustamente di moda.

Self pone l’unica domanda pratica che riguarda la battaglia tra libro stampato e ebook, tra lettura con concentrazione profonda contro lo skimming e il browsing della cosiddetta Nuova Intelligenza (basata su sinossi ed estratti, su Wikipedia e Google):  i lettori saranno in grado di disattivare volontariamente il collegamento internet dei lettori digitali quando sono assorti in un romanzo o saggio?

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Quattro anni fa, recensendo per il Sole 24 Ore un saggio di Nicholas Carr su quello che Internet sta facendo ai nostri cervelli avevo già proposto questa semplicissima seppur virtuosa soluzione. Mi ero imposto di leggere proprio su un lettore digitale un libro la cui tesi è contraria alla lettura degli ebook. Interruppi la lettura (in ebook) di “Anna Karenina” per leggere il saggio “The Shallows” di Carr, finito il quale completai tranquillamente il capolavoro di Tolstoj.

Carr descriveva l’avere un cervello letterario come la capacità di mantenere l’attenzione su parole, idee ed emozioni che fluiscono dentro di noi. Il lettore diventa il libro. Esce da questo genere di lettura trasformato (solo se il libro in questione è in grado di arrivare a questo, naturalmente). Ma questo è possibile solo con la carta.

Perché una volta che ci si è abituati al multitasking il nostro cervello perde la capacità di concentrarsi a lungo, sostiene Carr. Ma a me bastò spegnere la connessione wi-fi del lettore digitale per consentirmi di utilizzare l’ebook come un libro che mi comunicò, senza distrazioni, un contenuto profondo che 4 anni dopo ricordo ancora.

È quel Pensiero di cui scrive anche David Brooks sul “New York Times” in un editoriale intitolato “Love Story”  rievocando una conversazione letteraria durata una notte intera tra Isaiah Berlin e la poetessa Anna Akhmatova. Lei recitava il “Don Juan” di Byron facendo piangere Berlin, poi discutevano delle differenze tra Pushkin e Chekov. Berlin dichiarava di preferire la leggerezza dell’intelligenza di Turgenev, l’Akhmatova preferiva l’intensità oscura di Dostoevskij.

Mentre la poetessa confessava la sua solitudine e le sue passioni, Berlin non riuscì nemmeno ad interrompere l’incantesimo di quel dialogo letterario per andare un attimo al bagno.

“Berlin e l’Akhmatova,” commenta David Brooks, “furono in grado di creare quel dialogo che cambiò la loro vita grazie al fatto che avevano entrambi assorbito delle buone letture. Erano spiritualmente ambiziosi. Avevano in comune il linguaggio della letteratura, scritta da geni che ci capiscono meglio di quanto noi capiamo noi stessi.”

Paolo Di Stefano sul “Corriere della Sera” ha scritto un testo stimolante e pieno di speranze in questo senso. Ricordando l’esortazione foscoliana “O italiani, vi esorto alle storie” sostiene che non è troppo tardi, perché attraverso la lettura dei grandi romanzi europei si può “aprire quello scrigno d’argento in cui ritrovare sé stessi.” Che poi Di Stefano possa pubblicare questo genere di ragionamento soprattutto in funzione di una promozione marketing per romanzi letterari in vendita con il Corriere toglie poco al valore dell’analisi.

L’identità europea nasce dal romanzo (sì, anche dall’economia e dalla scienza, ma trova un senso nel romanzo). E anche per questo ormai che ha meno senso parlare di letterature nazionali. I veri autori contemporanei europei sono influenzati da Balzac, Hugo, Dickens, Mann, Marquez, Kafka, Kundera, Tolstoj, Calvino, Bernhard, Philip Roth o Pynchon in egual misura, non sono discendenti di padri che scrivevano nella loro stessa lingua, sono figli della Weltliteratur.

Sopravviverà tutta questa fondante ricchezza culturale, travasando il romanzo dalla carta allo schermo?

Ogni nuova tecnologia ha bisogno di uno (spesso doloroso) assestamento nell’integrarsi alla cultura dei suoi inventori.

Riusciranno i lettori a costringere se stessi (o con l’aiuto di utili e già esistenti App) a quel semplice “click” che scollega la lettura continuativa dalle distrazioni della rete, dai “ping” delle mail, delle chat, dalla seduzione della ricerca infinita?

Non lo so. Provateci. E vedrete forse che le 853 pagine di un romanzo di Stephen King ambientato nel 1963 si leggono con facilità anche su uno schermo, così com’è possibile leggere Tolstoj, Jack London, Platone e lo stesso MacLuhan.

L’importante è scollegare wifi o connessione Internet e avere le batterie cariche, nell’interesse della salvaguardia del pensiero continuativo e profondo.

(pubblicato anche su il Post a questo link)

Lo strano caso dell’e-fantasma della signora Pia Farrenkopf (di Carlo Pizzati)

Non che si sentisse il bisogno di dimostrare ancora una volta che il denaro, come scriveva Walter Benjamin, sta in modo devastante al centro di tutti gli interessi dell’esistenza. Ma la storia della signora Pia Farrenkopf, il cui cadavere mummificato è stato scoperto nel suo garage di casa dopo 6 anni di indifferenza pubblica e privata, è significativo anche di qualcos’altro.

Non per via dei pruriti horror-vampireschi-zombi che sarebbe bello passassero di moda (cosa che non accadrà, poiché nutriti dalla necessità d’esorcizzare la tristezza dell’inevitabilità della propria morte), ma proprio perché il caso del fantasma della signora Farrenkopf, ben approfondito qui sul New Yorker, ci parla di un tema molto contemporaneo: le implicazioni del dopplegänger androidico che molti di noi stanno creando, qui su questo schermo.

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È stata definita, la fu signora Farrenkopf, come una dimostrazione del paradosso del gatto di Schrödinger, esperimento mentale di meccanica quantistica che (molto approssimativamente) simboleggia la contraddizione di un gatto ancora vivo mentre lo stesso gatto è anche morto stecchito dal cianuro dentro una trappola quantistica.

Allo stesso modo, la signora Farrenkopf giaceva in lento stato di decomposizione avvolta nel suo giaccone invernale, al volante della sua auto, chiavi nel cruscotto, chiusa in garage per sei anni, mentre i suoi 54 mila dollari in banca continuavano a pagare in automatico le sue bollette: luce, acqua, gas e, soprattutto, quel capestro della modernità chiamata mutuo.

I vicini di casa, nella cittadina di Pontiac, Michigan, sapendo che quella signora riservata era spesso in viaggio per lavoro, con quella gentilezza e generosità di cui non si parla nei giornali perché non fanno notizia (tranne in questi casi), le tagliavano regolarmente l’erba del giardino, pensando di farle un favore.

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E come accade a volte, le buone intenzioni sono le peggiori, perché quel giardino ben curato ha contribuito a tener nascosta la morte della signora Farrenkopf (già in rotta con i suoi parenti), finché quei 54 mila dollari che pagavano on-line le sue spese, si sono dileguati.

Allora, un incaricato della banca preoccupato dai pagamenti interrotti e intenzionato a mettere all’asta la casa, ha scoperto la mummia della fu signora Farrenkopf, incartapecorita al volante della sua auto.

Le indagini, le teorie sul suicidio (era appena stata licenziata) e sull’omicidio (una parente è convinta che la signora Farrenkopf non avesse tendenze autodistruttive) sono poco interessanti, tranne per quel pubblico giallista per sempre illuso che un commissario riesca a mettere ordine nel caos, dando un senso alla vita e ai suoi controsensi. Un primo “Montalbano” già ha deluso tutti dicendo che una mummia ha ben poche tracce organiche utili da regalare a breve.

Ma ciò che affascina è piuttosto il fatto che per “il sistema,” per le banche, i servizi di luce, acqua, gas, tv via cavo eccetera, quest’individuo sia rimasto in vita, anche legalmente, fintanto che pagava. Così come resta in vita nella nostra percezione un deceduto nel suo profilo sui social media. Pensiamo di essere in controllo della nostra identità elettronica, mentre invece questa ha potenzialmente una sua vita indipendente. Non mi riferisco al furto di identità via internet, ma a un’idea più astratta. Cioè, il fantasma elettronico della signora Farrenkopf, che è vissuto istituzionalmente sei anni oltre il suo decesso, non era senziente o spirituale, per quanto ne possiamo sapere, ma in qualche modo quell’identità ha continuato ad esistere indipendentemente, come se il suo doppio reale fosse ancora vivo.

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Non siamo certo nell’ambito della singularity di Ray Kurzweil, futurologo che profetizza la possibilità di fare il download della coscienza ed entrare in un nirvana eterno dentro a un server (magari di quelli ultimo modello fatti di luce), ma questi episodi sono proprio ciò che fanno riflettere sulla nostra identità trasformata da ciò che ci rappresenta: il nostro doppio elettronico.

Sarà pur vero che siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni, ma è ironico che la presunta nipote della signora Farrenkopf, nel tentativo di dimostrare che la zia non aveva nulla di losco, abbia deciso di postare su apposita pagina Facebook le foto da ragazza di Pia Farrenkopf, le sue lettere, i suoi pensieri, le immagini del suo barboncino bianco e persino una foto di una vacanza al museo delle Streghe di Salem, per ritornare al tema horror.

Garantendo così, con la pagina “Mummified in Michigan”, un’ulteriore protesi alla già lunga vita virtuale di un e-fantasma.

pubblicato anche qui sui il Post

I selvaggi e la pulizia dei fatti (di Carlo Pizzati)

Indiani crudeli. Stupratori. Selvaggi. Retrogradi.

In questi mesi si sta costruendo ad arte un subdolo collegamento: gli indiani sono crudeli e disumani, quindi non hanno diritto di giudicare i marò. Come se questo gioco potesse alimentare sdegno, da trasformare in pressione su governo e opinione pubblica italiani e rendere così più minacciosi i toni di Roma verso Nuova Delhi. Lasciamo perdere la gestione pasticciona e contraddittoria del caso marò sia da parte indiana (vergognosa), sia da parte italiana (spiazzante). Intendo qualcos’altro.
“Indiani crudeli, quindi assetati di sangue che vogliono uccidere i nostri marò…” Questo è il collegamento che si tenta di creare nell’opinione pubblica grazie a una rappresentazione volutamente filtrata delle notizie che arrivano dall’India. In realtà si tratta di nient’altro che falsature razziste e dozzinali nei confronti di un paese che è un continente di 1 miliardo e 200 milioni di abitanti. Rendersi conto di questo non è bieco relativismo, è analisi.

Fatti veri: in India succede che si stuprino delle bambine e le si dia fuoco. Si getta acido sul viso delle donne. E c’è la pena di morte. L’anno scorso a Delhi, folle inferocite chiedevano il capestro per gli assalitori di una 23enne, morta per le conseguenze dello stupro a bordo di un autobus. La conclusione: gli indiani sono degli incivili. Ma lo stupro e il lancio di acido non sono un’esclusiva specifica indiana. Questi episodi accadono anche in Italia. Ma questo è il ragionamento che troppi italiani infilano nel  grezzo berciare su giornali, social network, tv. Ed è invece questo sragionare che a me appare becero, aggettivo che mi rendo conto si adatta bene a gran parte del dibattito nazionale in questo periodo.

In Italia come si fa ad aspettarsi uno sguardo misurato su un tema che tocca le corde delle emozioni? Invece ci si continua a lasciarsi andare a quella passionalità di cui si è così orgogliosi, senza capire che è l’humus che rende così facilmente manipolabili.

Eppure basterebbe concentrare il dibattito su quel che dicono, che so, i protagonisti principali della storia. Parlo dei marò stessi. Ho letto, ad esempio, che recentemente uno dei marò in stato di fermo a Delhi ha chiesto ai giornalisti italiani di “raccontare la verità.” Ha ragione. Ha accennato a due inchieste aperte. Lo ha sottolineato e ha fatto capire cosa intendeva. Si sostiene in una delle teorie, avallata da una testimonianza, che i due marò abbiano solo sparato in acqua, ingaggiando alla lettera le procedure richieste. Lo scontro a fuoco si sarebbe verificato nel porto di Kochi e sarebbero state le armi dei guardacoste indiani a uccidere i due pescatori quando, nel porto, la loro imbarcazione tentava di assalire la petroliera. È una versione legittima. Possibile. A quanto pare, però, l’autopsia rivela che un pescatore è stato colpito con un unico proiettile alla testa e l’altro dritto al cuore. Quanto è probabile che in un confuso scontro a fuoco nel porto si possa uccidere con tanta precisione? Non lo so. Ma quanto è probabile che da una petroliera si riescano a uccidere con altrettanta precisione due pescatori in un’imbarcazione in movimento? Neanche questo è nelle mie competenze. Ma è di questo che sarebbe giusto parlare, di questo si dovrebbe dibattere oltre all’ingiustizia di tenere così a lungo in stato di fermo, senza capi d’imputazione, due persone che hanno dimostrato di non volersi esimere dall’indagine. Parlare di fatti, testimonianze, prove che riguardano il caso specifico.

“Gli indiani, gli indiani.” È più facile credere a uno stereotipo confuso e consunto, “i selvaggi”, quelli che non hanno un sistema giuridico funzionante. Gli stupratori.
La nuova legge anti-stupro emersa dal notorio episodio di Delhi dell’anno scorso è durissima. Ne ha pagato le conseguenze il direttore della rivista di inchieste “Tehelka” Tarun Tejpal. Le molestie sessuali a una giovane collaboratrice non-consenziente in ascensore rischiano di costargli 10 anni in prigione, dove si trova attualmente. Un importante giudice è indagato di un crimine simile. Non era mai accaduto prima. E in entrambi i casi nessun giornale o tv ha osato dire che la vittima “se l’era cercata,” come si continua invece a dire in Italia in questi contesti in certi ambienti. Civiltà vuol dire anche leggi severe contro il cosiddetto “femminicidio”. E approvate in tempi rapidi. Attenzione sempre viva da parte dei media sul problema della violenza sessuale. Questo è un giornalismo evoluto che partecipa al bene pubblico. Questa è, anche, l’India del 2014. Si può dire lo stesso dell’Italia? Mi pare di no.

Qualche ingenuo osservatore scrive: nonostante la nuova legge, in India sono aumentati gli stupri. A volte i fatti non bastano, bisogna capirli. Ci sono stati il doppio degli stupri denunciati. Questo accade grazie alla legge, non nonostante la legge. Le donne hanno meno paura di denunciare questi episodi. C’è stata una vera evoluzione, anche culturale. E rapida. L’India in realtà ha un alto tasso di condanne per stupro in rapporto alle denunce. Nel Regno Unito solo il 7 per cento di condanne, in Svezia il 10 per cento, in Francia il 25 per cento. In India, paese ancora in fase di sviluppo con molteplici sfie, il 24,2 per cento.

La pena di morte è da selvaggi. Come lo è negli Stati Uniti. Questo è un punto su cui val la pena discutere e sul quale è giusto far pressione assieme a tutta l’Europa contro tutti paesi che ancora la adottano. Si tratta di un’irrazionale vendetta ufficiale. Le statistiche continuano a dimostrare che nei paesi o negli Stati americani dove c’è la pena di morte non c’è riduzione nel tasso di omicidi. I fatti dicono che le sedie elettriche, le iniezioni letali, le impiccagioni servono solo a placare un biblico senso di vendetta, non sono un deterrente al crimine. Di questo si dovrebbe parlare.
Ma no, qui mi pare si stia tutti a gridare degli “indiani” cattivi, come se gli italiani fossero cowboys che devono andare a riprendersi due prigionieri legati al totem per un sacrificio umano.

Per questo è paradossale dichiarare, come ha fatto il ministro degli Esteri Emma Bonino a Zapping 2.0 su Radio Uno che: ”Sul dossier dei marò e sull’inaffidabilità del regime indiano io credo che serva un’unità italiana. Lasciamo per dopo la ricostruzione su cosa è successo, su chi ha sbagliato. Per ora tutto il Paese è teso ad affermare la dignità e lo stato di diritto applicato ai nostri due marò”. È giusto condannare la mala-giustizia indiana (tema che ricorda quello che dice Amanda Knox della giustizia italiana dopo 7 anni di processo per omicidio), ma non dire: ai fatti pensiamoci dopo. Contano. Anche perché è proprio sui fatti che si sbagliano tribunali e ministeri indiani (legge anti-pirateria? Contro due militari che possono aver sbagliato, e di grosso, ma non di certo con intenti pirateschi, no?).

Italia e India sono due democrazie giovani, nate nello stesso periodo come Repubbliche, senza più re, senza più imperi e imperialisti. Hanno anche un sistema politico simile, costituzioni apparentate dallo spirito di quei tempi. Se dobbiamo confrontarci su un caso giudiziario, gestito anche male, come vengono gestiti malissimo tanti casi giudiziari in Italia, non facciamolo con il desueto e imbecille metro del razzismo per cui siamo famosi nel mondo (e su Google), ma confrontandoci con la pulizia dei fatti.

(pubblicato su Il Post il 4 febbraio 2014)

NEL LABIRINTO DEI CODICI COLORATI DI PIERRE LEGRAND (di Carlo Pizzati)

AUROVILLE, TAMIL NADU – Pierre Legrand è arrivato ad Auroville più di 40 anni fa e si può dire che sia stato uno dei fondatori di questa comunità rivoluzionaria dedita a seguire gli insegnamenti di Sri Aurobindo e della sua socia francese, nota solo come La Mère, la madre. Qui si vive in comunità, il denaro non esiste, non esiste proprietà, si agisce collettivamente, ma si crea individualmente.

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Legrand è un artista dotato. La sua casa tra alberi e praticelli è un caleidoscopio di punti colorati che contrassegnano il suo ultimo periodo artistico, un labirinto cromatico nel quale è bello addentrarsi come in un castello stregato di un Luna Park.

“Attenti a non perdervi,” avverte due ospiti che entrano prima in cucina e poi nello studio. Ma è un piacere perdersi tra i giocattoli di Pierre Legrand.

Là sul muro c’è una sagoma che sembra un omaggio a Niki De La Saint Phalle. “Indovinato!” dice. E quelli invece assomigliano a didgeridoo australiani. “Gli aborigeni e la loro arte mi hanno sempre affascinato,” conferma, “anche loro danno importanza alle vibrazioni e al livello sottile della creazione. A differenza loro, io dipingo per capire la vita, per mettere a nudo l’incredibile complessità della materia e dell’invisibile. Così ho scoperto uno strumento di conoscenza e con esso diagrammi di energia simili a quelli della tradizione tantrica della pittura. E li ho nascosti nelle mie opere.”

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Quest’artista settantenne sembra avere una saggezza degna dei suoi lunghi capelli bianchi, ma anche l’energia creativa di un bambino divertito e divertente. E in questi ultimi anni, il gioco preferito di questo bimbo canuto sono stati i codici. Quelli che nei suoi quadri e sculture sembrano segni, sono in realtà lettere di un alfabeto in codice. I grandi pannelli di carta incisa contengono infatti le trascrizioni in codice delle sue poesie e di quelle della moglie, la scrittrice e poetessa indiana Anuradha Majumdar (“Lontano dal Paradiso” Fazi), con la quale vive qui ad Auroville.

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Ma com’è arrivato in questa capitale della neo-spiritualità? Poco più che ventenne e appena laureato in ingegneria ottenne un lavoro molto ben pagato per la multinazionale petrolifera Texaco in Senegal e Camerun. “Era un suicidio spirituale. Gli occidentali in quei paesi africani erano colonialisti e razzisti.” Abbandonò tutto, si mise in viaggio per cercare una direzione nella vita e in Giappone incontrò un amico. “Mi raccontò d’essere rimasto bloccato per un mese a Pondicherry dove, disse, ‘ci sono un sacco di idioti che stanno tutti attorno a una vecchia signora che vuole cambiare il mondo’. Disse proprio così,” si mette a ridere, “in quel momento capii che dove dovevo andare lì. Era il 1967. Non me ne sono più andato.”

E come nasce invece la ricerca artistica sui codici? “Qui ad Auroville c’è molta disciplina,” risponde Legrand, “ogni giorno si ripete il mantra come fosse una formula segreta, perché qui si crede che il mantra abbia un potere. Alcuni decenni fa scoprii che, scrivendolo, il mantra acquisiva ancora più potere. Lavoravo a una griglia per un progetto architettonico e mi misi a scrivere il mantra su una specie di schema grafico. Era solo una pratica spirituale, ma mi resi conto che aveva una bellezza tutta sua, compresi che era arte e capii che la vibrazione di quel che si scrive corrisponde a qualche cosa che c’è nella realtà, oltre la pagina o oltre l’opera d’arte. Allora cominciai a scrivere dei messaggi con quest’alfabeto: li chiamavo ‘Lettere all’Invisibile’.”

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E nacque la carriera d’artista, le mostre collettive internazionali, prima in Germania e poi in Francia assieme a Richard Serra…”Viaggiavo in Europa una volta l’anno. La tela da pittura pesava troppo e inventai una tecnica con i teli anti-zanzara, il cui materiale è così lieve che il colore stesso diventa il supporto. Trascrissi su enormi veli 108 poesie di mia moglie Anu. Fu il punto di non ritorno. Prima usavo il colore della terra e poi, per due anni, lavorai solo con il bianco. Poi iniziò un periodo pieno di colori.”

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Il suo studio è tappezzato da questi codici variopinti. Sembra la sala giochi di un asilo infantile, con tanti bolli di colore che rallegrano la vita, l’esplosione in un colorificio. Sfogliare i quaderni di Lagrand è in sé un’esperienza artistica. Anzi, i suoi quaderni, fitti di segni, codici, tabelle, numeri, frasi, poesie e annotazioni, sono parte dell’opera. In essi si legge l’invenzione di un linguaggio artistico di un nuovo alfabeto che nasce dalle parole e si scompone poi in simboli e in colori.

Così un “L” è magari il colore giallo, e una “D” potrebbe essere il rosso. E le frasi diventano colori. Ecco spiegato che quel salone di giochi in realtà si trasforma in un libro scritto e illustrato nel quale si può passeggiare senza nemmeno sentire la necessità di tradurre con la ragione il senso del racconto. Come se si potesse assorbire il significato delle poesie di Anu e di Pierre senza codificare l’alfabeto, ma respirandone il puro e semplice effetto cromatico.

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Insomma, con questo codice che trasforma le lettere in colori ha inventato un software? Ride. “Sì è un programma, ma serve a esprimere una gioia senza avere limiti. Così ho anche scoperto un materiale che si può dipingere in entrambi i lati. E ora dipingo su nuovi materiali flosci, che si muovono con il passaggio dell’aria e mi ricordano una pelle. Ecco questo mi piace proprio,” dice accarezzando un telo, “è più leggero. E io voglio avere una vita più leggera, quindi è normale che arrivi a questo.”

Legrand in questa fase segue un’ispirazione meno matematica e più istintiva, ma sempre con il linguaggio in codice. “Che è un codice non codificabile. Solo io posso risalire al significato, ma non è questo il punto. La comprensione razionale del significato non centra nulla.”

La libertà dal significato quindi? “Ah, la ricerca di significato l’ho lasciata andare un bel po’ di tempo fa! Non è il significato che conta. Ha presente le pitture primitive nel Sud della Francia? Ecco quelle evidentemente sono pitture che non devono essere viste, no? Perché c’è qualcosa di magico e di segreto in esse. Il processo della creazione è importante in sé, poiché creando ti senti energizzato. Non è il testo in sé ad essere l’unico centro dell’opera, anche il crearlo fa parte dell’opera. Scrivere è in sé un elemento energizzante, così come lo è creare un’opera d’arte. I monaci tibetani scrivendo su una pietra dicono: tu puoi cambiare un luogo. Intervenendo con la tua creazione dai energia a te stesso e al luogo. Come i poeti della Bahkti qui in India cantano la bellezza della creazione, anch’io canto la gioia dell’esperienza, e la mia è una canzone di gratitudine.”

La pittura per Legrand è stata “un processo per curarmi dal cinismo e dal pessimismo.” E ora deve fare i conti con il passato, preparando una retrospettiva. “Vedendo quello che ho fatto in tutti questi anni mi sono chiesto se avevo più bisogno di una galleria o di uno psicanalista.”

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Così è andato ad analizzare di nuovo l’istante in cui capì che era un artista. Era il 1984, aveva appena disegnato i mobili per un night club nel sud della Francia e l’architetto non gli pagò il lavoro. “Rimasi così deluso e rattristato per la falsità di quella promessa non mantenuta, per la menzogna che accompagna sempre l’umanità, che restai fermo immobile per 5 ore. E poi ebbi una visione. Vidi molte luci. Dall’oscurità profonda della tristezza nella quale ero precipitato arrivava una luce meravigliosa. Vidi tutto quello che ho sviluppato come opera d’arte negli anni. Ma non fu né facile né immediato. Ci ho messo 15 anni a descrivere quello che vidi in mezz’ora. Esistono due parole che riescono a esprimere quella visione in maniera sintetica e precisa, due parole che spiegano che non puoi separare la tecnica dal messaggio. Le ha scritte un poeta italiano che ha avuto una vita difficile. Sicuramente le conoscerà già. Sono: ‘M’illumino d’immenso’ di Giuseppe Ungaretti.”

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Copyright text and photographs © Carlo Pizzati 2013

(versione integrale dell’articolo apparso sul supplemento culturale Alias – il Manifesto, sabato 27 luglio 2013)

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Il filosfo del terrore islamico

Dieci anni fa pubblicai questo testo che analizza la filosofia di Sayyid Qutb, ideologo che ha ispirato Osama bin Laden e Al Qaeda. Dopo aver visto di recente “Zero Dark Thirty”, avere letto della condanna definitiva di tre islamici che pianificavano una serie di attentati in territorio britannico nel 2005 e il recente attentato a Hyderabad, in India, ho pensato di ripubblicare qui quest’analisi, visto che non è più disponibile in rete. All’epoca fu un testo discusso e dibattuto, sia in conferenze che in rete.

L’analisi si conclude con un invito all’Occidente a dare una risposta che non sia solo politica, economica e militare, ma poiché il contrasto nasce su una base filosofico-religiosa, anche la risposta sarebbe dovuta venire dalla filosofia.

A dieci anni di distanza, gli attacchi continuano, la risposta non è arrivata.
Il filosofo del terrore islamico
di Carlo Pizzati

S’è parlato di morte e ci sono stati morti. S’è parlato di guerra e c’è stata la guerra. Ma la nostra vera preoccupazione non è nata dalla guerra in Iraq, è iniziata l’11 settembre 2001. E’ causata dal terrorismo, non dalle battaglie in Medio Oriente.
La nostra nuova preoccupazione, dopo la fine della Guerra Fredda, inizia quel settembre di due anni fa. Le conseguenze di quel gesto ci hanno accompagnato per mesi prima dell’attacco all’Iraq. Continueranno ad accompagnarci anche dopo.

Al Qaeda c’era prima della guerra in Iraq e c’è sicuramente anche adesso, dopo la caduta di Saddam Hussein. Per questo è importante cercare di capire cosa c’è alla base ideologica e teologica di questo gruppo terroristico di fondamentalisti islamici.
Le radici di Al Qaeda, le radici ideologiche, non risiedono né nella povertà – come spesso si tende a credere – né nell’antiamericanismo, ma nelle idee di un pensatore egiziano che da ragazzo ha vissuto un periodo negli Stati Uniti, un teologo importante per il radicalismo islamico, morto nelle carceri del presidente Nasser in Egitto, nel 1966: Sayyid Qutb.
Qutb
Per lui, il vero problema del mondo moderno è causato dalla cristianità e l’unico modo per guarire dall’angoscia creata da quello che lui ritiene un antico errore dei “seguaci di Cristo” è il martirio.
L’interpretazione del Corano del filosofo di Al Qaeda unisce i tre rami dell’internazionale dell’estremismo islamico: gli Arabi Afghani di bin Laden e le due fazioni egiziane, Il Gruppo Islamico e la Jihad Islamica egiziana.

Il pensiero di Sayyid Qutb si sviluppa negli anni ’50 quando Gamal Abdel Nasser prende il potere in Egitto, detronizzando il vecchio re Farouk. E’ una rivoluzione nazionalista alla quale si uniscono anche i radicali come Qutb. Spesso nella preparazione dei colpi di stato i giovani ufficiali ribelli hanno bisogno di una figura paterna, di un uomo più vecchio di loro che giustifichi le loro azioni, che faccia da ideologo, da riferimento. Quest’uomo, per i Liberi Ufficiali, per i colonnelli Gamal Adb-Nasser e Anwar Sadat (i due presidenti dell’Egitto post-monarchico) è proprio Sayyid Qutb.

Ricordiamo che i più radicali tra i Pan-Arabisti (rappresentati oggi nell’ala più estrema e violenta dal partito Baath di Saddam Hussein) ammirano apertamente i nazisti e immaginano un nuovo califfato che dimostrasse la vittoria della razza araba su tutti gli altri gruppi etnici.
Qutb invece, vede la resurrezione di un califfato come pura teocrazia dove applicare rigorosamente la sharia, il codice legale del Corano.
Appena ottenuto il potere, Nasser s’impegna a reprimere le attività politiche dei radicali della Fratellanza Musulmana alla quale appartiene Qutb. Molti fuggono dall’Egitto, fra questi Muhammad Qutb, fratello di Sayyid, che si trasferisce in Arabia Saudita dove diventa un distinto professore di studi islamici. Anni più tardi, tra i banchi delle sue lezioni, si può intravedere uno studente dagli occhi languidi, figlio di buona famiglia saudita, che risponde al nome di Osama bin Laden.

Sayyid Qutb, rimasto in Egitto, viene quindi incarcerato da Nasser. Vive in una cella con altri 40 prigionieri, gran parte criminali comuni, passando 20 ore al giorno in loro compagnia e ascoltando da enormi altoparlanti le registrazioni dei discorsi di Nasser. Ma, rifiutando di emigrare in Iraq o in Siria dove gli era stato offerto asilo, Qutb accetta il martirio, rifiuta persino di chiedere la grazia a Nasser, e va incontro alla sua esecuzione nel 1966. In punto di morte, Qutb ha usato i suoi anni di prigionia per scrivere e far pubblicare di nascosto i suoi scritti. Il più importante, la base del suo pensiero, è “All’ombra del Corano”.
Qutb scrive che, in tutto il mondo, gli esseri umani hanno raggiunto una situazione di “crisi insopportabile”. La razza umana ha perso il contatto con la sua natura. Questo è un punto molto importante, che contraddistingue il mondo orientale, teso ad un rapporto armonico con la natura, da quello occidentale, che spesso vede la natura come una forza da domare, da controllare e da conquistare.

Qutb sposa quel concetto islamico chiamato tawhid (la singolarità di Dio, e quindi dell’universo). Per lui “l’universo non può essere ostile alla vita, o all’uomo; né può la “natura”, così come viene chiamata oggi, essere considerata come antagonistica all’uomo, opposta a lui, impegnata contro di lui. Piuttosto – scrive Qutb in “Giustizia Sociale nell’Islam” – lei è un’amica il cui scopo è lo stesso della vita e dell’umanità. E il compito degli esseri viventi non è di combattere la natura, poiché essi sono cresciuti nel suo seno, e lei ed essi insieme formano parte di un singolo universo che procede da una singola volontà”. Secondo alcuni musulmani, il fatto che prima della preghiera ci si lavi le mani con l’acqua e in assenza di questa, si usi la terra o la sabbia è proprio la dimostrazione di questo contatto con la natura prima del dialogo con Allah.

La disobbedienza a questa singola volontà divina è ciò che crea il disordine dell’esistenza attuale: questo è il convincimento del filosofo egiziano. L’ispirazione dell’uomo, la sua intelligenza e moralità stanno degenerando.
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Perché tutto ciò? La causa è la jahiliyya, l’ignoranza pagana della guida divina, e tutti i meravigliosi comfort e invenzioni di alta tecnologia non diminuiscono questa ignoranza. “La Jahilliya si basa sulla ribellione contro la sovranità di Dio sulla terra – sostiene Qutb – trasferisce all’uomo uno dei più grandi attributi di Dio, cioè la sovranità, e fa degli uomini dei signori sugli altri”. Ma questa disobbendienza alla volontà divina si manifesta in forme nuove, assume le sembianze della “rivendicazione del diritto di creare valori e regole di comportamento collettivo e di affermare che il diritto di scegliere il proprio modo di vivere è una prerogativa dell’uomo, senza considerare ciò che Dio ha prescritto. Il risultato di questa ribellione contro l’autorità di Dio è l’oppressione delle sue creature”.

I rapporti sessuali stanno deteriorando ad un livello “più basso delle bestie”. L’uomo è divenuto un essere miserabile, ansioso, scettico, che sprofonda nell’idiozia, nella follia e nel crimine. Sembra quasi di leggere Thomas Bernhard. Nella loro infelicità, la gente si rifugia nella droga, nell’alcol, nell’esistenzialismo: di questo è convinto Qutb. La ricchezza e la scienza non servono a salvare la razza umana. I paesi più ricchi, infatti, sono i più infelici.

Il grande errore
Quando ha inizio tutta questa miseria morale? A questa domanda Nietzsche e altri filosofi nel ventesimo secolo rispondono indicando nelle origini della civiltà occidentale, nell’antica Grecia il momento in cui l’uomo commette quello che Qutb definisce “il fatale errore”. Un errore filosofico prima ancora che teologico che consiste nel porre una fede arrogante nel potere della ragione umana.

Ed è proprio questa fede che ha creato i tempi moderni nei quali la “tecnologia tiranneggia sulla vita”.

E’ un’analisi affrontata dai filosofi del ventesimo secolo e riproposta anche recentemente da molti pensatori contemporanei. François Raspail conia un aforisma che condensa in una frase l’idea di “scienza, sola religione dell’avvenire”. E sono molti che vedono addirittura avvicinarsi un altro scisma, non solo quello tra la scienza e Dio, ma anche quello tra l’uomo e la tecnologia. Come scrive Paul Virilio nell'”Incidente del Futuro”: “Dopo millenni, non tanto di umanesimo quanto di antropocentrismo (greco-latino e giudaico-cristiano), si prepara un grande scisma, di cui viviamo solo gli inizi”.
Secondo la tradizione cabalistica la “morte di Dio” è legata alla fabbricazione del Golem, quindi la tecnologia soppianta la spiritualità. E ora, con inquinamento, incidenti, cibernetica, fertilizzazione in vitro, protesi di vario genere, computer e Internet che sostituiscono la memoria e spesso l’immaginazione, il Golem-tecnologia potrebbe minacciare l’uomo.
Il concetto è stato illustrato perfettamente in un film di successo come “Matrix” in cui gli esseri umani sono trasformati in “pile di energia” per nutrire le macchine: fantascienza che riflette una delle paure dell’uomo contemporaneo. E le stesse paure, formulate diversamente le esprime Qutb.

Torniamo al filosofo di al Qaida e allo scisma tra ragione e spirito, così come venne concepito nell’antica Grecia.
Qutb differisce dall’analisi dei filosofi occidentali poiché non individua l’errore nel pensiero dei filosofi ellenici bensì punta il dito sull’antica Gerusalemme.
Furono gli ebrei, i primi seguaci di Gesù Cristo, scrive Qutb, ad operare quella scissione tra mente e corpo, tra ragione e fede.

Secondo Qutb la persecuzione dei cristiani impedì che il messaggio di Gesù Cristo, che l’Islam considera solo un profeta e non il Messia, fosse comunicato ed esposto accuratamente. I Vangeli, “risultato di fraintendimenti ed improvvisazioni, non sono accurati ed affidabili”, dice Qutb.

I Cristiani, secondo Qutb, enfatizzarono il messaggio divino di spiritualità e amore portato da Gesù, ma rifiutarono il sistema legale dei Giudaismo, il codice di Mosè che regolava ogni momento della vita quotidiana.
Al suo posto, i primi cristiani importarono nella loro teologia la filosofia dei Greci, la convinzione che l’esistenza spirituale sia completamente separata dalla vita fisica, che esista una zona di puro spirito.

Ecco un esempio di ciò che dice Qutb: nel IV secolo dopo Cristo, l’imperatore Costantino si converte e così tutto l’Impero Romano si cristianizza. Ma fu una conversione – dice Qutb – fatta con opportunistico spirito pagano, dominata da scene di lussuria, ragazzette semi-nude, gemme e metalli preziosi. La Cristianità, avendo abbandonato il codice Mosaico, non poteva difendersi né essere difesa moralmente. E quindi i cristiani, inorriditi dagli usi e costumi dei romani, si difesero dal deliquio imperiale con il culto dell’ascetismo monastico.

Ma per Qutb anche questo è un errore perché l’ascetismo dei monaci cristiani è in conflitto con la qualità fisica della natura umana. In questo modo la Cristianità ha perso il contatto con il mondo fisico.

Il codice mosaico, con le sue leggi sull’alimentazione, l’abbigliamento, il matrimonio, il sesso e tutto il resto, comprendeva il divino ed il terreno in un unico concetto, che era il culto di Dio. La Cristianità ha diviso queste cose in due: il sacro da una parte, il secolare dall’altra. “Date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio”.url-1

La scienza
Ora siamo nel VII secolo. Arabia. Dio porta la rivelazione al suo profeta Maometto che stabilisce la relazione corretta a e non distorta con la natura umana. Maometto detta un codice legale molto severo, che mette la religione in armonia con il mondo fisico. Le profezie di Maometto, nel Corano fanno dell’uomo il “vice-reggente” di Allah sulla terra: lo incaricano di occuparsi del mondo fisico, non semplicemente di viverlo come qualche cosa di alieno alla spiritualità o come una stazione di sosta sulla strada dell’aldilà cristiano.

Ed è per questo che gli scienziati musulmani del Medio Evo prendono talmente sul serio questo invito da cominciare un’analisi sulla natura della realtà fisica. Così nelle università islamiche dell’Andalusia e ad Oriente, gli scienziati musulmani, approfondendo questa ricerca, scoprono il metodo scientifico o induttivo, che apre le porte a tutto il successivo progresso scientifico e tecnologico.
Il califfato tracolla, sotto l’attacco dei crociati, dei mongoli e di altri nemici. Qutb dice che è perché i musulmani dimostrano di non aver abbastanza fede nelle rivelazioni di Maometto. “Non riuscirono a trarre il massimo dalla brillante scoperta del metodo scientifico”.

Le scoperte dei musulmani giungono in Europa. Qui, nel XVI secolo, il metodo scientifico islamico inizia a dare risultati e nasce la scienza moderna.
Ma la Cristianità, con la sua insistenza sulla divisione tra mondo fisico e spirituale, non gestisce bene il progresso scientifico, e quindi questa scissione dilaga nella cultura e forma l’atteggiamento della società verso la scienza.

Secondo Qutb, gli europei iniziano ad immaginare Dio da una parte e la scienza dall’altra, la religione di qui, la ricerca intellettuale di là. Da una parte la naturale propensione dell’uomo per la ricerca di Dio e per una vita ordinata da regole divine, dall’altra il desiderio umano di conoscenza dell’universo fisico. La Chiesa contro la Scienza e gli Scienziati contro la Chiesa. Ecco l’errore della cultura giudaico-cristiana, nell’analisi di Qutb.

Il dominio dei progressi scientifici permette all’Europa di dominare il mondo e gli europei infliggono “l’odiosa schizofrenia” su genti e culture in tutti gli angoli del globo.
E’ l’origine della moderna miseria: l’ansia della società contemporanea, il senso di sbando, la mancanza di motivazione, di senso, il desiderio per i falsi piaceri.

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Imperialismo occidentale
Questa crisi della vita moderna viene percepita da ogni persona in grado di pensare nell’Occidente cristiano. Ma la leadership europea sull’umanità – secondo Qutb e successivamente secondo i suoi seguaci – impone questa crisi su ogni persona anche nel mondo musulmano. I cristiani in Occidente subirono la crisi della vita moderna come conseguenza della loro stessa tradizione teologica, il risultato di circa 2 mila anni di errore ecclesiatico. Ma i musulmani hanno dovuto subire la stessa esperienza perché è stata imposta loro dai cristiani, il che fa pesare questa esperienza doppiamente: all’alienazione si aggiunge l’umiliazione.

Qui Qutb tocca un tema facilmente riconoscibile: quella sensazione che la natura umana e la vita moderna siano in qualche modo in contrasto. Che la vita moderna crei chiusura, paure, sensi di colpa, complessi, freddezza, incapacità di comunicazione.

Già dagli anni ’50, Qutb riesce ad identificare il tipo di agonia personale che Mohamed Atta e i terroristi suicidi dell’11 settembre devono aver vissuto nel loro tempo, nelle loro vite. L’angoscia che viene dal vivere un mondo moderno di idee liberali mentre si crede che la vera vita esista altrove, in un mondo coranico di obbedienza alla legge divina. Il presente contro il passato, il secolare contro il sacro. E’ da questa confusione, da questo contrasto – generato dall’errore dei Cristiani, secondo Qutb – che nasce la rabbia terrorista.

I colpevoli
Nella visione di Qutb i colpevoli di tutto questo sono non solo i cristiani nel loro errore, ma anche gli ebrei, che lui vede come ingrati a Dio, senza scrupoli, arroganti quando al potere. Il sionismo è parte dell’eterna campagna degli ebrei per distruggere l’Islam. Ma ancora più pericolosi degli ebrei sono i musulmani che vanno a braccetto con l’errore cristiano, quelli che hanno inflitto la “schizofrenia” cristiana al mondo islamico, come ad esempio la Turchia di Kamal Ataturk.

Per rispondere a questo errore, per punire i colpevoli e riconquistare il ruolo della legge divina nella vita quotidiana Qutb ha un piano, un piano rivoluzionario per rimettere l’uomo in contatto con il mondo naturale e con Dio, togliendogli le angoscie del vivere…

In sintesi, lo sguardo filosofico e teologico di Qutb sulla realtà e sulla storia rispecchia in qualche modo la riflessione di gran parte della critica sociale e filosofia moderna, ma riviste attraverso il filtro del commento coranico, della visuale musulmana. Ciò gli ha permesso di proporre una serie di contromisure che nessun pensatore occidentale oserebbe considerare e prendere sul serio.

L’America e l’Islam
Qutb critica gli Stati Uniti non perché questa nazione fallisca nel tentativo di essere una società liberale, ma proprio perché E’ una società liberale. La sua critica riguarda la riuscita divisione tra STATO e CHIESA. E’ di nuovo qui l’errore. Non si tratta di una critica politica, ma teologica, o ideologica.

“Il conflitto – scrive Qutb – non è economico, politico o militare, spostare su questo piano l’analisi serve a far apparire noi islamici che insistiamo nel parlare di religione come dei fanatici, dei retrogradi”.
“Ma in realtà il confronto non è sul controllo del territorio, sulle risorse economiche o sul dominio militare: se crediamo sia questo, cadiamo nelle mani del nemico e non avremmo nessuno da incolpare per le conseguenze tranne noi stessi”.

Per Qutb l ‘esigenza dell’Occidente, guidato dall’America, è sempre stata quella di eliminare l’Islam per salvare le proprie dottrine dall’estinzione. Ed è per questo che Crociati e Sionisti si sono coalizzati nell’attacco al mondo islamico. Non un attacco militare, non un attacco sui territori: la gente con idee liberali cerca di “restringere l’Islam ai riti emotivi e rituali, impedendogli di partecipare alle attività della vita per contenere la sua completa predominanza su ogni attivita umana secolare, una preminenza che si guadagna in virtà della sua natura e funzione”.

Per fermare tutto ciò, per fermare l’invasione delle idee liberali dell’Occidente e degli Ebrei, aiutati dai musulmani “moderati” – scrive Qutb nel libro che gli causa la condanna a morte: “Pietre Miliari”- all’Islam non resta che formare una “avanguardia” (termine che gli viene probabilmente da Lenin, anche se Qutb pensa piuttosto ad un piccolo gruppo animato dallo spirito di Maometto e dei suoi Compagni all’alba dell’Islam).

Questa “avanguardia” di veri musulmani inizierebbe il rinnovamento dell’Islam e della civiltà in tutto il mondo. Si ribellerebbe ai falsi musulmani e agli ipocriti, facendo come fece Maometto, e cioè fondando un nuovo Stato, basato sul Corano. Da lì l’avanguardia farebbe risorgere il califfato per portare l’Islam in tutto il mondo, proprio come Maometto.
L’avanguardia riporterebbe la shariah, il codice musulmano, che diventerebbe il codice legale di tutte le società.
“Una vita per una vita, un occhio per un occhio, un naso per un naso, un orecchio per un orecchio”.

Qutb non accetta di considerare queste punizioni come barbare o primitive. La sharia, nella sua visuale, vuol dire liberazione. Altre società, ispirate a principi non coranici, costringono la gente ad obbedire alle leggi fatte da altri uomini, li assoggetta a dei padroni. Ma nella sharia, nessuno è costretto ad obbedire a dei semplici umani: la sharia, nelle parole di Qutb, significa “l’abolizione delle leggi fatte dagli uomini”, il sistema islamico significa “la completa e vera libertà di ogni persona e la piena dignità di ogni individuo nella società”.
In altre parole “in una società in cui alcune persone sono i signori che creano leggi e altri sono gli schiavi che obbediscono, non c’è vera libertà, nessuna dignità per ogni individuo.”

E’ qui che Qutb crea una sorta di sincretismo tra la sua interpretazione di ciò che significa l’obbedienza alla legge del Corano e l’uguaglianza tra gli esseri umani. Forse la sua filosofia viene influenzata – o forse è un tentativo di contrapporsi – dal socialismo di Nasser, ma in sintesi il suo richiamo è per una vera uguaglianza dinanzi alle regole irremovibili e severe del Corano, e non di fronte alla manipolabilità delle leggi umane, usate solo perché alcuni controllino altri. Solo uno Stato islamico potrebbe porre fine alle ingiustizie.

Per arrivare a questo, al ritorno di un califfato islamico nell’intero mondo, per combattere l’alienazione del mondo moderno basato sulla disarmonica divisione tra Dio e legge c’è solo un modo: la jihad, la guerra santa, la lotta, la violenza, così scrive Qutb.
Ed è per questo che secondo Qutb questa avanguardia dev’essere disposta al martirio così come viene declinato nella sura della “Vacca” nel Corano.

“Coloro i quali rischiano le loro vite e vanno a combattere, coloro i quali sono pronti ad offrire le proprie vite per la causa di Dio sono persone piene di onore, puri di cuore e benedetti nell’anima. Ma la grande sorpresa è che quelli tra di loro che saranno uccisi nella lotta non devono essere considerati o descritti come morti: essi continuano a vivere, come Dio Stesso chiaramente specifica”.

L’assenza di una risposta filosofica dell’Occidente
E’ proprio attraverso questi ragionamenti che Qutb sceglie di sacrificarsi per rispetto ai tremila seguaci egiziani che credono nella sua parola. E infatti alcuni di quei tremila divennero poi le basi del terrorismo egiziano degli anni ’70, la decade successiva alla sua esecuzione. Gruppi che poi confluirono nella formazione terroristica di bin Laden, fornendo ad Al Qaeda la dottrina fondamentale.

Ed è dal ceto sociale di Qutb, dalla media borghesia, che il terrorismo musulmano continua ad arruolare adepti. Non sono i poveri disperati a farsi saltare in aria, a dirottare aerei e buttarsi contro i grattacieli, ma persone con un’educazione, studenti, “talebani” che conoscono il Corano e che sono stati conquistati da questa filosofia, da questo credo. Sono persone che credono di poter dare una spiegazione all’infelicità del mondo, basata secondo loro su secoli di errore teologico, e che credono di lottare per riportare l’umanità ad una società perfetta.
La saggezza, la pietà, la morte e l’immortalità sono, nella loro visione del mondo, la stessa cosa.
Per quanto malsane dal nostro punto di vista, queste sono serie basi filosofiche e teologiche dalle quali sferrare un attacco.

E noi? Siamo in grado di rispondere con altrettante certezze o profondità? I nostri presidenti rispondono con gli eserciti. Questo è il loro ruolo in una società che ha ancora bisogno della logica della guerra. Eppure Bush dopo l’11 settembre aveva promesso una guerra di idee. Ma non è all’altezza e idee non ne ha portate. Ha cacciato Saddam Hussein dal potere, dice di avere tagliato i finanziamenti di Al Qaeda, ha dato una dimostrazione della forza. E’ sufficiente? No, non è sufficiente. La crisi dell’Occidente indicata da Qutb esiste, ne parlano filosofi e leader religiosi da decenni. Ma quando finirà il pensiero debole che sembra voler cantare la ninna nanna del crepuscolo di una civiltà?
Siamo di fronte all’esigenza di trovare una nuova etica che ci permetta di vivere nella libertà conquistata con la democrazia ma senza indebolirci. E non bastano le promesse di una politica morale che emergono dal Dipartimento di Stato americano e i corsi di Etica ai quali vengono sottoposti i cadetti di West Point. E’ il mondo intellettuale e spirituale che dovrebbe rispondere in questo momento. E’ altrettanto importante che difendersi dal terrorismo.

16 maggio 2003
(Carlo Pizzati ©)

La casa madre dell’Assoluto

pubblicato su East 43

È finito il boom indiano? Il tasso di crescita in India è arrivato al livello più basso degli ultimi 10 anni. L’anno fiscale si è concluso a marzo con una crescita del 6,5%, in calo dall’8,4 dell’anno precedente. I settori più colpiti sono quello manifatturiero, minerario e agricolo. Il dato più allarmante risulta quello del primo trimestre 2012: crescita del 5,3% invece del 9,2 del periodo corrispondente nel 2011.
I fattori responsabili sono principalmente la contrazione dei nuovi investimenti nel settore privato e gli effetti finanziari della crisi in Europa. I fondamentali sono forti, il sistema finanziario locale è protetto, le riserve di valute forti sono solide e la banca centrale è efficace. Ma i numeri sono peggiori del previsto e le voci critiche contro un governo troppo immobilista e bloccato da un’opposizione frammentata e sempre più regionalista crescono. C’è speranza? Forse proprio nella flemma e pervicacia del popolo indiano si trova quella forza che consentirà di affrontare questo rallentamento.

di Carlo Pizzati

                                                                                                    Paramankeni (Tamil Nadu)

Cara India,

ti ringrazio perché non ti offendi quando, guardando le tue strade caotiche fuori del finestrino di un’auto, dico che qui vivono i poveri più eleganti del pianeta.

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Non ti offendi e ridi. Apri quel grande sorriso bianco e mi guardi passare, assieme al tuo miliardo e 200 milioni di figli.

È questa tua flemma che mi ha subito sedotto. Dopo la prima sorpresa nel vedere tanti uomini in turbante acquattarsi lungo le tue strade per lo svuotamento mattutino delle loro pance, ho subito conosciuto quella grande calma nell’affrontare il caldo, lo smog, il traffico, il caos e suo fratello, lo stress.

Adesso sei Moderna, sei l’India Moderna. Eppure quel sorriso, sopra il tuo sari, mi sembra così antico. Più vivace di quello della Monna Lisa, ha un velo di energia in più in confronto a quello enigmatico della signora europea. Resiste a tutta questa modernità, quel flemmatico sorriso indiano che ondeggia mentre scuoti la testa per dirmi che mi stai ascoltando con attenzione, anche se non stai necessariamente condividendo ciò che ti dico.

Io ti ho amato da sempre. Da quand’ero un ragazzino delle elementari e leggevo Rudyard Kipling, invidiavo il viaggio di Phileas Fogg da Bombay a Calcutta e il ritornello di “Kalì, Kalì, Kalì, questa donna dovrà morir” di un antico   sceneggiato Rai mi bruciava nella testa, ridevo di Mowgli, mi commuovevo con Tagore e lasciavo che Gandhi, la Grande Anima, cambiasse per sempre il mio cuore.

Ti ho amato da sempre, eppure ti conosco di persona da così poco. Ho avuto paura di te, delle tue malattie, dello strazio della miseria, di minacce e fantasmi incerti che poi, una volta che mi hai abbracciato, non ho incontrato mai. Neanche vedendo un lebbroso con il viso coperto da un drappo che attraversava la strada nel quartiere di Triplikane a Chennai, né guardando un vecchio morire nei suoi stracci, sul ciglio della strada a Royapettah, mentre tentava di alzarsi e poi si lasciava andare.

Non ho trovato le paure che avevo, una volta arrivato in India. Ho trovato invece una grande serenità in un vortice di clacson, grida, gente che si spintona e che taglia la fila (aò! Sono cresciuto in Italia, credi che non me ne accorga?).

Sei moderna, adesso. Ma cosa ti sta succedendo, mamma India? Ho avuto la fortuna di conoscere il tuo aspetto migliore, quello che chiamano “l’India Rurale”. Questo vuol dire che mi sono risparmiato quegli elettroshock chiamati invece Mumbai e Delhi.

Kabir Bedi (sì, Sandokan! Sandokan!) mi ha detto che a Mumbai c’è sempre troppa confusione e che lì non riesce proprio a scrivere le sue memorie, cui sta cercando di lavorare. E il mio amico Sandeep gira per Delhi con la Bmw, disegna vestiti all’ultima moda e continua a ripetermi: «È qui che devi venire, è qui che ci si diverte». Proprio per questo non ci vado. E intanto Sandeep, poco più che trentenne, fugge con la fidanzata americana a fare una vacanza a Barcellona o va a sciare sull’Himalaya. È lui a incarnare il miracolo di quest’India moderna, trendy, disinvolta, non arrogante, ma sicura di sé.

Ti ho evitata, in queste grandi città. Sono andato a cercarti in provincia. Ti ho contemplato nel Sud, tra i templi sacri di Tiruvannamalai, girando a piedi nudi con un milione di pellegrini attorno alla montagna sacra di Arunachala cantando il mantra: “om namah shivaya”.

I giornali dicono che il BJP, il partito degli indù fondamentalisti, sia sempre più forte, che gli episodi di linciaggio nei confronti di cristiani e musulmani siano in aumento. Questo fa parte comunque del tuo essere moderna, a modo tuo. Questa è l’altra faccia della tua flemma. Sta arrivando anche qui l’anarchia globale di cui ha scritto Robert Kaplan? Ti stai africanizzando anche tu? Non ancora. Il livello di sicurezza, osservando le disparità economiche, la condensazione urbana e demografica e i sogni spacciati da tv e cartelloni, è ancora alto, considerato il contesto.

Ho parlato con tanti dei tuoi figli, in questi ultimi anni: il ricco industriale old money di Chennai, che conosce Bassano del Grappa molto meglio di me, come anche l’imprenditore chimico preoccupato per tutte le donne che si suicidano ancora a causa del sistema della dote. Spesso gli uomini si sposano solo per incassare la dote dai suoceri, poi ripudiano la moglie che, rovinata, preferisce farla finita.

Il direttore di un grande quotidiano dice che è convinto che andrà tutto bene. Un nostro comune amico, critico e giornalista, dice che si va verso l’inferno. I miei amici scrittori esprimono tutto questo nella speranza che la letteratura sia ancora in grado di sensibilizzare e quindi di unire tutti in uno sforzo di miglioramento, collettivo, umano. Perché qui il giornalismo sembra contare ancora, così come anche il parere degli intellettuali (sì, incredibile, qui esistono ancora).

Il mio amico Shekkar gira documentari naturalistici. Dice che tra poco gli spazi per gli animali selvatici sarà esaurito del tutto. Non ci pensa nessuno, non è prioritario. Prima bisogna scalare la graduatoria dentro ai G20, poi si penserà alle ranocchie, ai serpenti, agli uccelli, alle tigri e agli elefanti. Poi sarà tardi, dice Shekkar, la minaccia alle foreste è reale. E dopo la foresta, tocca all’acqua.

Mamma India, già si litiga per la tua acqua al confine con la Cina, lo sai. È lì che si combatterà la prossima guerra, dicono, nel nuovo assetto mondiale: nell’India Rurale.
Non quella che ho visto a Shekawati in Rajasthan, tra le ville di un’era di arricchimento dell’India avvenuta più di cento anni fa. Non a Mysore, grande cittadina del Karnataka non lontana da Bangalore, dove ho vissuto per un mese un’esistenza a misura d’uomo. E nemmeno nelle turistiche cittadine del Kerala come Kovalam, Varkala e tra le piantagione di tè di Munnar. Qui si muore già tanto di suicidi e alcolismo. Fa parte dello sviluppo anche questo, dicono.

A Tranquebar, altro villaggio di pescatori tamil di quest’India rurale dove approdo rientrando verso casa, incontro Francis, uno dei due direttori generali della catena di alberghi Neemrana, con hotel in tutta l’India, sedi che lui visita continuamente, sentendo il tuo polso, mamma India. È francese, abita qui da quarant’anni. A cena racconta dell’India di un tempo e di com’è mutata, delle tradizioni che si stanno perdendo, dell’invasione di telefonini, di internet e anche dei giovani europei (tantissimi italiani) che arrivano sempre più numerosi a Delhi, Calcutta, Mumbai per fare parte del Nuovo Secolo, per mettere le basi in una nazione dove si respira l’ottimismo della crescita, che sarà pure rallentata al 6,5% dal 8,4 su cui si attestava, ma che c’è: c’è!

E lo si vede anche qui, a Tranquebar, o meglio Taramghambadi – il “villaggio delle onde che cantano,” questo il significato della parola in tamil – dove nel 2004 le onde hanno cantato un requiem per alcune centinaia di pescatori, spazzati via per sempre assieme alle 180mila vittime dello tsunami. Eppure, grazie a un fondo di sviluppo congiunto tra una multinazionale europea e il governo indiano, qui hanno già ricostruito e avviato una serie d’imprese artigianali gestite dalle donne.

Mamma India, il tuo futuro ricomincia anche da qui. E dalla solerzia di un pescatore incontrato un pomeriggio sulla spiaggia di fronte a casa. Gli si è rotto il motore e non ha più acqua da bere. Torno in riva al mare con una bottiglia piena e biscotti. Vuole sapere se mi piace il Tamil Nadu. Certo che mi piace. Ed ecco che arriva il meccanico in motocicletta con un nuovo asse per il motore rotto. Il pescatore assetato mi racconta del suo villaggio, dove ora tutti hanno il peschereccio a motore, non più a remi e a vela. «Eh, lo so – gli dico – perché mi svegliate ogni mattina all’alba con i vostri scoppiettii». Il motore è pronto. Il pescatore ringrazia sorridendo e riprende a pescare, facendo su e giù con le sue reti, nel Golfo del Bengala.

Nuova India, sei inarrestabile.

Sul malinchismo italiano di Carlo Pizzati (o Karl Lakkersson?)

Recentemente ho avuto la fortuna di spostarmi tra Parigi, Londra e il Galles incontrando registi, scrittrici, poetesse e mecenati. Con queste persone il discorso si è attorcigliato spontaneamente attorno a un unico tema: la sopravvivenza dell’arte e della letteratura nella logica di mercato.

Ieri sera parlavo con Raj Malhotra, imprenditore di Nuova Delhi che ha fatto fortuna con l’Information Technology. Ora, mentre accudisce il suo business milionario, ha deciso di trasformarsi anche in “art producer”. Di cosa si tratta? Raj collabora con l’associazione Art Angel, confraternita di persone facoltose che promuovono e finanziano opere d’arte trovando artisti, autori e registi. Milionari annoiati che non trovano di meglio da fare? Forse.

Il risultato, mi dice Raj, mentre saliamo in ascensore, è la sorprendente opera d’arte che vedremo quando si apriranno le porte. In cima al tetto di questo palazzo sul Tamigi, ecco apparire un battello. Si chiama Roi de Belges (foto sotto), proprio come l’imbarcazione di Joseph Conrad che risalendo il Fiume Congo ha ispirato le pagine di “Cuore di tenebre”. Nel battello aggrappato al bordo del tetto del South Bank Centre, là in alto sui tetti di Londra, vivono, quattro giorni alla volta, poeti, scrittori e autori cui viene chiesto di produrre un testo sulla loro esperienza di 2012 caratteri (cifra che corrisponde all’anno corrente). Colm Toibìn era qui il mese scorso, Michael Ondaatje è partito due giorni fa.

Guardo i tetti di Londra dalla prua del battello sul tetto e penso a Radu Mihaileanu, incontrato qualche giorno prima a Parigi. È uno dei miei registi preferiti. Ha girato “Il treno della vita,” “Il concerto,” e il toccante “La sorgente dell’amore(foto sotto).  Eravamo in un caffé di Belleville per un thè pomeridiano. Radu è presidente dell’ARP, associazione degli Autori, Registi e Produttori, simile ai Centoautori italiani. Stanno facendo lobbying con Bruxelles per consentire alla Francia di continuare a finanziare con fondi statali la produzione artistica, cinematografica e letteraria francese e in francese. Comprìs?

Se lo Stato non tutela le nostre produzioni, ci omologheremo tutti in un unico modello culturale che è quello americano, mi diceva Radu. Ha ragione sul fatto che la cultura, se lasciata al mercato, ha la tendenza ad abbassare i suoi standard al minimo comune denominatore. Si perdono le nicchie più alte ed esigenti. Si smette di formare le classi dirigenti, i cosiddetti responsabili della guida dell’economia, dell’amminstrazione pubblica, dell’educazione stessa, ma le vendite alla base del mercato si allargano al punto che un’azienda culturale, sia essa una società di produzione, un giornale o una casa editrice, non può permettersi altra scelta: deve pubblicare soprattutto intrattenimento.

Ma se nessuno fornisce significato, diceva Radu, chi lo può fare? Solo l’arte e la letteratura lo sanno fare in maniera profonda e vera. E una società che non capisce più il significato delle cose, a cos’è destinata? (La risposta è già nel presente, naturellement). Guardate l’Italia, commentava Radu, fino agli anni 70 e inzio anni 80 creava ancora maestri del cinema e buoni scrittori, ma oggi?

Il declino della produzione culturale in Italia negli ultimi 30 anni è forse il risultato di una commercializzazione scriteriata attraverso la qualità bassa delle televisioni private, in un primo tempo, e poi nella sfarinatura totale della tv pubblica.

Alcuni quotidiani e settimanali hanno scelto come strategia perdente la rincorsa del successo della tv scimmiottandone stile e contenuti, mentre le case editrici hanno coltivato successi di narrativa di autori che avevano (spesso) come unica qualifica la notorietà in ambiti non letterari. Il mercato dell’arte (nonostante i musei dal nome di gelato come Gam, Gnam e Maxxi) sopravvive nelle collezioni clandestine di imprenditori che nascondono i loro tesori al fisco.

Intanto, i finanziamenti pubblici alla stampa, alle case editrici proprietarie di quotidiani e riviste e alle società di produzioni cinematografiche, si affidano a un sistema ancora drogato dal nepotismo e dal familismo amorale, per niente anomalo in un paese che ogni anno rinnova il suo record come il paese Europeo più corrotto.

In più, spiego a Radu, nonostante la spesa delle famiglie nel settore cultura – in controtendenza con tutti gli altri settori – l’anno scorso abbia raggiunto  i 70,9 miliardi di euro (aumentando del 2,6 per cento, secondo Federculture), il Ministero della Cultura ha dovuto ridurre il bilancio di 36,4 per cento in 10 anni, arrivando allo 0,1 % del Pil. Le imprese private dal 2008 al 2011 hanno diminuito le sponsorizzazioni culturali del 38,3 per cento.

Ma comunque, chiedo a Radu, è giusto il finanziamento pubblico all’arte e alla cultura italiana soprattutto in un sistema che non garantisce che arrivi a chi lo merita? Forse in Francia è diverso e ha ragione Radu a chiedere i soldi dei contribuenti francesi. Nel suo caso hanno generato film importanti, l’ultimo indaga sui diritti delle donne nei paesi musulmani.

Ma sono molto riusciti anche i risultati dei finanziatori privati come gli Art Angel. A Southbank, la riva sud del Tamigi, alcuni metri sotto il battello di Conrad si svolge in questi giorni il Parnasso della Poesia, parte delle Olimpiadi della cultura di Londra. Mi ritrovo a parlare dello stesso tema con la poetessa Alejandra Del Rio, cilena che vive in un paesino delle Ande a 2000 metri sul livello del mare.

Si è resa conto, qui, che tutti stanno scrivendo e parlando solo in inglese.

Cosa sta accadendo alla letteratura, mi chiede Alejandra con i grandi occhi neri un po’ acquosi.

Sta morendo?

Se andiamo avanti così, le letterature dei paesi più piccoli scompariranno, dice.

È quello che succede da voi?

Le racconto allora di una scrittrice italo-americana il cui romanzo è stato rifiutato da una casa editrice italiana semplicemente perchè firmato con un nome italiano. Era un libro scritto in inglese, con un discreto successo nel mondo anglosassone e tradotto in italiano. Eppure un editore (uno di quelli che dà il proprio nome alla casa editrice che fonda) l’ha rifiutato. Non per demeriti del testo, ma per la semplice ragione che l’autrice ha un nome italiano. Ora il suo libro è un long-seller di una più illuminata casa editrice italiana.
In Italia, dico ad Alejandra, una casa editrice come la Feltrinelli deve il 75 per cento del suo fatturato ai libri di autori stranieri, quel restante 25 per cento è quel che è: un quarto dei ricavi del settore libri. Poche case editrici hanno percentuali molto diverse. Parrebbe quindi che l’Italia sia interessatissima all’estero. Ma le notizie di politica estera sono le meno seguite in assoluto su quotidiani, riviste e blog. Il settimanale Internazionale è un’anomalia.

In Messico quest’esterofilia sfrenata la chiamano malinchismo in onore della pinche Malinche, la “fottuta Malinche,” nobile azteca che andò a letto con Hernan Cortés e di cui divenne interprete linguistica e culturale, ovvero la prima collaborazionista della storia americana, anticipando Pocahontas.

Allo sparuto club di lettori rimasti in Italia interessano poco gli autori che scrivono in italiano: amano piuttosto le storie sognanti della narrativa di paesi esotici. Ma, stranamente, non interessa molto la realtà quotidiana di quegli stessi paesi, raccontata – spesso anche male, è vero – dalle pagine di politica estera dei giornali italiani. In altre parole, spiego ad Alejandra, stiamo leggendo soprattutto autori stranieri di narrativa, vediamo film stranieri (adesso pare che nemmeno i cinepanettoni si salveranno), contempliamo arte contemporanea straniera.

Ma non c’è forse qualcosa di velatamente sadico in un paese che rispedisce a casa immigrati che chiedono asilo politico, ma adora leggere poi delle loro sofferenze nei romanzi di autori stranieri? Scoprire storie esotiche con protagonisti di paesi equatoriali funziona, ma andare al bar a bere un caffé con un cittadino di quei paesi, non è altrettanto trendy.

Speriamo almeno che, leggendo, qualche animo s’ingentilisca. La letteratura, diceva infatti Mario Vargas Llosa durante un’interessante chiacchierata qualche settimana fa al Festival di letteratura di Hay on Wye, nel Galles, serve a rendere gli animi più sensibili e attenti agli altri, quindi la sua utilità sociale è più vasta e profonda della denuncia giornalistica. La poesia, l’arte e la letteratura e il cinema serio perseguono la giustizia e la bellezza, senza utilizzare la politica come matrice. Hanno, direbbe il Manzoni, per scopo l’utile, per mezzo l’interessante e per oggetto il vero.

Ma, cara Alejandra, in Italia se non sei ricco o non hai accumulato qualche risparmio come puoi permetterti di tentare di scrivere seriamente libri che si occupino, in lingua italiana (come vorrebbe Alejandra) del significato delle cose (come vorrebbe Radu) e di rendere gli animi più sensibili e giusti (come dice Vargas Llosa) e che non siano invece puro intrattenimento, categoria, quest’ultima, cui s’iscrivono per forza i tantissimi magistrati, poliziotti e commissari in voga nella narrativa italiana contemporanea.

È colpa delle mancate sovvenzioni statali che consentirebbero l’esistenza di case editrici più sensibili alla letteratura italiana e meno alla narrativa, mi chiedo? E lo chiedo ad Alejandra.

Ma, voi, in quel villaggio sulle Ande, come fate a tenere i corsi di poesia per bambini e tutte le belle cose che mi ha raccontato di questa shangri-la chiamata Monte Gabriela, perché lì è nata la poetessa premio Nobel per la letteratura Gabriela Mistral? Sarete sicuramente finanziati dallo Stato, no? No, dice, noi tosiamo le pecore, filiamo la lana e tessiamo, maglioni, tappeti e coperte, produciamo manufatti che vendiamo e restiamo, dice, furiosamente independientes.

Non ci capisco più niente. Radu vive in un paese ancora ricco e vuole salvaguardare la cultura francese con i finanziamenti statali, Raj vuole produrre arte con l’entusiamo dei miliardari londinesi, Alejandra tosa le pecore e tesse al telaio e dice che a Monte Gabriela non hanno Internet, ma che il loro grande cielo blu è molto più bello di Facebook. E forse altrettanto utile, se lo sai guardare.

Mi piace, bella immagine, poetica. Ma davvero il futuro della cultura è tosare pecore in una comune montana? O è già il presente, come sembra dire Alejandra. Bello, bucolico, forse denso d’ispirazione, ma il lavoro che fa chi crea arte e letteratura è un servizio. Non solo all’autore stesso, ma agli altri. Se fornire significato serve a tutti, forse tutti dovrebbero contribuire a pagare chi lo fornisce, sempre che se lo meriti e che lo sappia far bene.

Non in Italia, qui lasciamo perdere. Penso a Conrad che si chiamava Korzeniowski, e anche Radu che di cognome faceva Buchman, o a Gary Shteyngart che si chiama Ivan. E spiego ad Alejandra, che mi ascolta molto contrariata da ciò che le dico, che sto pensando di cambiare il mio nome in “Karl Lakkersson” per poter pubblicare con una casa editrice italiana che ha i libri con la carta e i colori più eleganti di tutti e si chiama Iperborea.

Ma, naturalmente, pubblica solo autori scandinavi.

Pinche Malinche.

(© Carlo Pizzati 2012)

Parole nel caos. di Carlo Pizzati

(nota: intervento al workshop su Caos e parole del “think net” Vedrò 2011. Il testo integrale sullo scopo del working group inviato dagli organizzatori è in fondo a questo documento. Le domande essenziali cui si risponde nel testo qui sotto sono le seguenti:

– Globalizzazione, radicamento e stratificazione delle differenze etniche e sociali, nuovi cultural divide, crossmedialità, sono tutti fenomeni che concorrono a rendere più ardua la sfida di un uso positivo e creativo della parola.[…]

– Come il linguaggio sta oggi condizionando la nostra immaginazione?

– Come ci può aiutare a dialogare davvero alla ricerca di prospettive nuove?

– Quali sono i ponti linguistici nella frammentazione e moltiplicazione delle differenze culturali?

– Come il linguaggio si riformula nella crossmedialità?)

LE VERE NEMICHE DEL CAOS.

“La globalizzazione rende più ardua la sfida di un uso positivo e creativo della parola?”

Cosa s’intende per uso positivo e creativo della parola? Un uso positivo: in riferimento a quale polarità? Qual è un uso negativo della parola?
La domanda è così generica che la risposta sfugge. E’ troppo soggettiva. Positivo per chi? In merito a quale fine? E “uso creativo della parola” cosa significa?
La parola, o l’uso delle parole, è di per sé un gesto creativo.

Le parole consumate e le parole che non riflettono con esattezza il significato voluto sono parole che non rispondono alla sfida di un uso positivo della parola? Ma in riferimento a cosa? Allo status quo di un linguaggio che si evolve male. Cosa significa “che si evolve male”? Che l’utilizzo del linguaggio non è al servizio del senso.
Parole che generano il caos invece di combatterlo.
Non sono le parole le nemiche del caos, bensì le parole giuste.
Quali sono le parole giuste? Quelle che più si avvicinano al senso voluto da chi esprime il pensiero attraverso quelle parole.
In che modo s’impara un utilizzo corretto delle parole? Attraverso lettura e scrittura. In quest’ordine.
Ma allora “globalizzazione, radicamento e stratificazione delle differenze etniche e sociali, nuovi cultural divide, crossmedialità” sono davvero fenomeni che rendono più difficile la pratica della lettura e della scrittura, indispensabili per far sì che le parole siano al servizio di un Ordine e Senso non agenti solo del Caos?
Non vedo come.
La globalizzazione, in ambito culturale, dovrebbe far sì che si vengano a conoscere autori di paesi molto diversi dal nostro. E così in Italia. Basti guardare i dati editoriali: il fatto che per gran parte degli editori l’autore straniero sia spesso una voce delle vendite che supera il 50 se non il 60 e in alcuni casi il 75 per cento delle vendite totali sembra dimostrarlo. Ciò accade anche grazie alla globalizzazione. Oltre che al provincialismo,  alla storica disponibilità di lasciarsi colonizzare anche culturalmente e altri meccanismi malati dell’industria culturale.


LA TASSONOMIA DELL’EBREO-ITALIANO AFRO-ANIMISTA

Le differenze etniche e sociali…

Non è chiaro cosa significhi. “Etnia” è un termine impreciso e scientificamente labile. Sappiamo che non esiste un’etnia italiana, né certamente una padana né un’etnia meridionale, siciliana, campana, lombarda, ligure, non esiste un’etnia regionale.
L’etnia è una popolazione di esseri umani i cui membri si identificano in un comune ramo genealogico o in una stessa stirpe, differenziandosi dagli altri come un gruppo distinto. Tutto ciò, nel contesto delal penisola italiana attraversata periodicamente nei secoli dei secoli da diversissimi generi di popolazioni di varia provenienza geografica è ridicolo.

Se intendiamo, invece di etnia, individui accoumnati da cultura, lingua, religione, usi e costumi forse il discorso cambia. Per Max Weber “gruppo etnico” definisce quei gruppi umani che condividevano la “credenza soggettiva di una comune origine”, a prescindere dalla sussistenza o meno di reali affinità parentali. Per gli americani, i gruppi etnici sono: afro-americani, ebrei, irlandesi, italiani, portoricani e cieò gruppi che secondo loro hanno medesima “razza” (concetto ancora più improbabile), religione e origine nazionale.
Quindi un ebreo-italiano di religione afro-animista a quale etnia apparterrebbe? A quale razza?
Tassonomie più che ridicole, ottuse: ma indispensabili ai fini di un’organizzazione dello Stato. Come sappiamo la burocrazia non ha bisogno di seguire i dettami della logica né della scienza per creare le sue regole.

Meglio non confondere la burocrazia con la realtà, o perlomeno con ciò che ci appare come la realtà. Non vedo come il radicamento e la stratificazione delle differenze etniche e anche sociali possano rendere meno positivo e creativo l’uso delle parole.

L’ARATRO ARTISTICO.

“La parola si svuota e la retorica si impadronisce del discorso. Il linguaggio contribuisce a generare il caos”.

Questo primo fenomeno è dovuto alla scarsa pratica della lettura e della scrittura. E come il linguaggio contribuisca a generare il caos l’abbiamo già speigato nella prima parte. Ovvero, in primo luogo il caos esiste in quanto può essere descritto. Se poi l’utilizzo inesatto della parola contribuisce all’aumento di confusione, ciò è dovuto a una perdita di conoscenza dello strumento dovuto alla scarsa pratica.
L’aratro non può essere usato per dipingere. O forse sì, se ne può fare un uso creativo, ma dipenderà poi dal risultato se ciò che viene creato è arte o caos. Ossia, ciò che conta è l’intelligibilità. Se usiamo parole nuove in contesti diversi e l’effetto generato è efficace siamo alla scoperta di un linguaggio nuovo: questo è un uso creativo delle parole.

COME L’UTENTE DIVENTA UTENSILE.

Quali sono allora i punti di rottura in cui le parole smettono di significare impedendo dialogo ed evoluzione?

Quando i maestri, gli esempi da seguire, chi parla in pubblico e al pubblico, chi viene imitato, insomma, può permettersi un utilizzo scorretto della lingua e anzi viene premiato per questo.

Sono un ragazzo fortunato perché non c’è niente che ho bisogno” Lorenzo Cherubini.
Ok se tu mi vuoi, l’appuntamento è sempre per le sei, sarei una pazza se non ci verrei” Valentina, trans neomelodico.

Ma perché l’oratore sgrammaticato può prendere il microfono senza censura e biasimo, anzi facendo leva proprio sul linguaggio scorretto come strumento di carisma?
La risposta è putroppo banale, come tante verità: la mercificazione di massa rende indispensabile abbassare la soglia comunicativa al minimo comune denominatore.
Se il canone è dettato da esigenze commerciali e non formative, il linguaggio deve per forza divenire quello più diffuso, ed è purtroppo quello meno preciso perché parlato da una vasta maggioranza di non lettori e spesso anche, per nostra fortuna, di non scrittori.

Se l’ignoranza dell’utilizzo esatto del linguaggio si diffonde assieme e a causa dell’atrofizzazione di attività come lettura e scrittura, il linguaggio diventa anoressico.
Impoverendosi, si depaupera il pensiero che dovrebbe esprimere.
Il risultato è una maggiornaza non più di persone o cittadini, ma di utenti, i cui meccanismi sono sempre più elementari, rendendo così sempre più facile il loro utilizzo.
Ovvero, grazie all’impoverimento della padronanza del senso delle parole, l’utente diventa utensile.
E’ lui lo strumento che deve lavorare meccanicamente per soddisfare necessità la cui radice non solo non riesce a capire, ma forse nemmeno a intravedere.

DACCI OGGI LA NOSTRA ICONOFAGIA QUOTIDIANA…

La nostra immaginazione allora risente di questo caos nelle parole?

L’immaginazione, lo dice il termine, è fatta da immagini, non parole. Dovremmo forse preoccuparci di più di quell’iconofagia quotidiana cui sottomettiamo gli occhi nelle nostre città e case, in quanto a danni all’immaginazione. Per fortuna poi arrivano i sogni a scompaginare tutto e a rimescolare la nostra ebbrezza di immagini con un Demiurgo misterioso, forse nascosto in qualche piega dell’Inconscio (sempre che esista).
Le Parole, come appunto la buona poesia, possono essere la fonte alla quale abbeverare un’immaginazione desiderosa di stimoli, inneschi e micce verbali per esplosioni visive.
Se le parole sono quelle sbagliate, la deflagrazione non avverrà.

IL TEATRO DELLE PAROLE.

Come ci si può aiutare a dialogare davvero alla ricerca di prospettive nuove?

Prima di chiedersi come, forse è meglio chiedersi “se” ci si può aiutare.
Il rapporto con le parole, lo ripeteremo ad nauseam, è ovviamente fondato su lettura e scrittura, ma è anche giusto precisarlo, sull’ascolto di parole giuste, quindi anche sulla buona recitazione di buoni testi (ovvero testi che usino un linguaggio esatto).
Allora il singolo, l’individuo, può nutrirsi di buone letture, buon teatro, buon cinema con buoni testi, ma avrà con queste opere un’esperienza diretta e solitaria, non collettiva.
Solo così può davvero far proprio il significato, senza tradurlo attraverso schemi – magari addirittura ideologici – appresi da altri.
Quindi al massimo ci si può aiutare nella ricerca di un miglioramento dell’esattezza del nostro linguaggio consigliandoci gli uni con gli altri i buoni maestri.
In questo, i canali di comunicazione di massa tradizionali – carta stampata, tv, radio – a volte eccellono, ma sempre più cadono vittime del pervasivo clientelismo e nepotismo che già pervade il resto della nostra società.

IL PRIMO MATTONE DEL PONTE LINGUISTICO.

Quali sono i ponti linguistici nella frammentazione e moltiplicaizone delle differenze culturali?

Cos’è la frammentazione e moltiplicazione delle differenze culturali? Cosa si intende con questo parlare oscuro? Parliamo di chi utilizza la lingua con cognizione in rapporto a chi lo fa nella confusione dei significati? Allora prima di stabilire quali sono i ponti, meglio stabliire il metodo per costruirli. Il primo è la chiarezza. Parlare chiaro. Scrivere chiaro.
Ciò non significa svilire la complicazione del pensiero con concetti più rudimentali. Non siamo demagoghi. Significa sapere ciò che si sta dicendo e trovare le parole universalmente più esatte per esprimerlo, ma nel contempo avere anche la cognizione della comprensibilità del linguaggio che si sceglie.
Più ristretta ed elevata la scelta della parole, più esili saranno i ponti linguistici tra i frammenti delle molteplici differenze culturali. Ad esempio una frase come “come il linguaggio si riformula nella crossmedialità” non è per niente chiaro alla gran parte dei lettori. Quindi perde di forza e di conseguenza di utilità.
La sociologia e la linguistica non salveranno la lingua.
Aveva ragione Calvino. E’ compito della letteratura: buone storie e la capacità di scriverle in modo da affabulare informando ed emozionando con il linguaggio più esatto possibile.

(Caos e parole. VeDrò)                     Vicenza 26 agosto 2011    

(Carlo Pizzati © 2011)

TESTO ORIGINARIO DEL WORKING GROUP.
Lo scopo del Working group è quello di avviare una riflessione
sull’uso e abuso del linguaggio nella società contemporanea,
con particolare attenzione ai luoghi elettivi in cui si elaborano
la nostra cultura, il nostro immaginario, e dove si assumono decisioni
rilevanti per i destini individuali e della comunità. In tal
modo, intendiamo risalire ai nuovi significati e ai nuovi valori che
caratterizzano la cultura contemporanea, prevedendo future
evoluzioni possibili.

Globalizzazione, radicamento e stratificazione delle differenze etniche e sociali, nuovi cultural divide, crossmedialità, sono tutti fenomeni che concorrono a rendere più ardua la sfida di un uso positivo e creativo della parola.

Le mutazioni del contesto
contemporaneo mettono in crisi consistenza e univocità:
assistiamo alla convivenza di diverse strutture e tipologie discorsive.
Nella babele di parole sorte, morte e risorte, invertite
di significato, slittate, risemantizzate rischiamo di perderci:
la parola si svuota e la retorica si impadronisce del discorso. Il
linguaggio è allo stesso tempo la vittima, l’assassino e la soluzione
del giallo. Contribuisce a generare il caos ma, in quanto
struttura significante, rappresenta anche l’unica soluzione e via
di superamento. Questa è la sua funzione primaria: dare ordine
alle cose, renderle intellegibili e permetterci di agire su di esse.

Riappropriarci del nostro futuro significa saper articolare e verbalizzare
una narrazione dotata di senso e, dunque, di prospettiva.
Il linguaggio in quanto discorso rappresenta la via maestra
del rapporto con l’Altro, l’unico modo di costruire un orizzonte
comune ed è più che mai importante riconoscerne l’attuale statuto
sociale, i fraintendimenti e gli automatismi in cui rischiamo
di incorrere. È l’incontro con l’altro a generare naturalmente il
caos perché ci porta fuori dal nostro campo: c’è bisogno di una
reciproca focalizzazione per determinare, insieme, il nuovo significato
di una parola e quindi di un’esperienza.

Il linguaggio è uno spazio neutro di definizione a due o più vie attraverso cui
negoziare le relazioni. Tutti quelli coinvolti nelle attività di linguaggio
abbandonano l’identità individuale per poter mantenere
il disequilibrio, quello che possiamo chiamare lo sbaratto sociale,
per ottenere il contatto. Cercheremo di individuare i punti di
rottura, spaesamento, sovrapposizione in cui le parole smettono
di significare impedendoci di dialogare ed evolverci. In questo
modo, le ricomprenderemo nel loro valore e ci lasceremo guidare
dalla potenza dei loro significati. Ci faremo ispirare dal linguaggio
per far emergere il meglio che c’è in noi e nella società e
per far apparire, come in una cartina di tornasole, i nuovi valori
che contraddistinguono il nostro tempo.

C’è un nucleo di verità nel linguaggio, al di là della fluidità del
gioco dei significati, che non è una gabbia ma un invito al libero
esercizio delle facoltà intellettuali e spirituali dell’uomo. Il linguaggio
è tanto vicino alla realtà quanto strumento indispensabile
per l’immaginazione. Le parole non sono le cose solo perché
permettono di distaccarcene e quindi riconoscerle e modellarle.

Come il linguaggio sta oggi condizionando la nostra immaginazione?

Come ci può aiutare a dialogare davvero alla ricerca di prospettive nuove?

Quali sono i ponti linguistici nella frammentazione e moltiplicazione delle differenze culturali?

Come il linguaggio si riformula nella crossmedialità?

Caos è parole. di Carlo Pizzati

Secondo i Veda e la Bhagavad Gita, il Caos è Maya, cioè l’illusione di questa realtà.

Il Caos non è un misterioso disordine cosmico che ci attende nel blu profondo dell’Universo, nascosto dietro qualche galassia. E nemmeno un magmatico oceano di lava che ribolle minaccioso accanto al cuore della terra.

Caos è piuttosto l’illusione generata dal Samsara, il continuo gioco tra desiderio e sofferenza che costella e soggiace alla trama della vita.

Il Caos quindi è nella nostra percezione. Il Caos è la Parola. Senza la parola “caos” non ci sarebbe il Caos. Il Caos allora è nel credere ai nostri sensi. Nel credere anche in un senso delle cose, senso che con tutta probabilità, invece, ci sfugge.

Sembra contraddittorio, ma nella logica vedica, secondo la quale l’unica cosa che esiste è l’Uno, l’Atman, il Brahman, e cioè la Consapevolezza Assoluta, non vi è alcuna contraddizione nel vedere la realtà come Caos.

Cosa possono fare le parole, o meglio la parola, in rapporto al Caos?

La parola, secondo i Veda, è una colonna d’acqua scrosciante fra cielo e terra.

Prajapti, il Dio creatore, si congiunge a Vac, la Parola, per generare gli dei (vedremo poi come Vac stessa nasce da Prajapati). Ma è Vac, la femmina, la parola a ingravidare Prajapati, facendo nascere così da lui otto gocce, otto dei, i Vasu. E il coito continua e nascono altre gocce o divinità: i Rudra, gli Aditya, dei della luce, e poi Visvedevah, Tutti-gli-dei. E poi Prajapati si stacca da lei, dalla parola.

Ma prima che Vac nascesse Prajapati non era solo il Dio della creazione, era la creazione stessa, al punto tale da non poterla nemmeno descrivere, poiché egli era e basta. E non aveva parole per descrivere se stesso. Quando nacque Vac, Prajapati fu finalmente in grado di contemplare la creazione, cioè se stesso. Ovvero, la Parola è alla radice stessa della coscienza di sé. Anche se questo sé è sempre solo il poliedrico gioco dell’Illusione, come la creazione stessa.

Vac è anche la grandezza stessa di Prajapati. Come si crea la parola? La mitologia vedica anche qui ci restituisce immagini simboliche utilissime a capire il significato del lemma.

Quando il Dio creatore osserva inorridito il figlio Agni (il fuoco) voltarsi verso di lui per divorarlo, appena dopo esser nato, “la sua grandezza fuggì da lui”. Infatti Prajapiti si sente indebolito dopo questa fuga, dopo che la grandezza gli è sfuggita. Cos’è questa grandezza? L’essere femminile che viveva in lui, la Parola, che lo abbandona. O meglio, esce da lui e gli parla. E Vac gli dice: “Offri!”. E mentre Prajapati offre, cioè sacrifica, si rende conto che è stato lui stesso a parlare.

“Quella voce era la sua grandezza che aveva parlato a lui”.

Quindi, come scrive Roberto Calasso in “Ardore”: “Appena si riconosce la propria voce in un essere separato, si crea un Doppio che dialoga per sempre con colui che dice Io”.

Prima di arrivare al ruolo della parola nei testi biblici bisogna passare per la mitologia greca, che solitamente ci rimanda l’archetipo di “chaos” a noi più noto. Omero dice che fu Oceano “l’origine degli dei” e “l’origine del tutto” che emerge dal caos. Ma Oceano stesso, divinità fluviale, dopo la crezione resta al suo posto come flusso, corrente, pur non essendo nemmeno davvero un luogo.  Per i cantori orfici, invece, la cosmogonia è un’altra. Ad apparire dal caos è la Notte, Nyx, una dea che intimoriva anche Zeus, secondo Omero. Era un uccello dalla ali nere che, fecondata dal vento, depose il suo uovo d’argento nell’oscurità. Dall’uovo nacque il figlio del vento, divinità dalle ali d’oro, Eros, dio dell’Amore noto anche come Protogonos, il progenitore, e Fanete, colui che mostra ciò che è nascosto nell’uovo d’argento: il mondo intero. Sopra vi è il Cielo, sotto, il globo terracqueo.

Caos, o Chaos, in greco antico, non significava originariamente confusione e mescolanza, ma piuttosto ciò che resta nell’uovo vuoto, anzi nell’uovo “spalancato” (il significato letterale di caos).

Per Esiodo è la Terra, Gea che emerge dal caos, che non è una divinità ma solo un vuoto “spalancarsi”. Nel mito pelasgico della creazione è Eurinome, Dea di Tutte le Cose, che appare dal caos, trovando il vuoto sotto i piedi divide il mare dal cielo e intreccia una danza sulle onde. Danzando seduce il Vento del Nord e da esso appare il serpente Ofione che si accoppia con lei. Eurinome depone il famoso Uovo Universale e da lì fuoriescono tutte le cose: sole, luna, pianeti, stelle, terra, monti, fiumi, alberi, erbe e creature viventi.

Secondo invece i miti filosofici prima vi furono le tenebre e dalle tenebre emerse il caos. Dall’unione di tenebre e caos nacquero la Notte, il Giorno, l’Erebo e l’Aria.

Cosa dice il più grande filoso del caos? Platone fa parlare Timeo nel Grande discorso Cosmologico. Timeo si interroga sulle cause, e prima ancora si chiede se cielo e mondo siano sempre esistiti o se l’Universo sia stato generato. Fu generato, azzarda Timeo, avendo postulato che tutto ciò che è visibile ha una causa, ed essendo visibile e percepibile ai sensi l’Universo, anch’esso deve avere una causa e quindi un Artefice, un Demiurgo. Dal caos il Demiurgo crea l’Universo, a sua immagine e somiglianza, bello e buono, poiché, dice Timeo, “non è lecito a chi è ottimo di fare se non ciò che è bellissimo”.

La parola che emerge dal caos, per Platone, è “buono”.

La Bibbia ci offre un’interpretazione più semplice del rapporto tra Caos e Parole. “Nel principio Dio creò il cielo e la terra – dice la Genesi descrivendo la Creazione – Ma la Terra era deserta e disadorna e v’era tenebra sulla superficie dell’Oceano e lo spirito di Dio era sulla superficie delle acque.

Dio allora ordinò: “Vi sia luce”. E vi fu luce”.

Ecco Fiat Lux. Incredibile, ma la prima parola pronunciata da Dio per mettere ordine nel caos è stata: “Fiat” (cosa che lascia sicuramente perplessi gli operai della Mirafiori).

Non è un gesto e nemmeno un pensiero, l’agente dell’Ordine nella Creazione: è una parola.

Ed è quella stessa parola, ora divenuta lingua, che il Dio Cristiano, o meglio il Dio pre-cristiano dell’Antico Testamento ebraico vede come minaccia tra i discendenti di Sem, Cam e Iafet.

Quando questi discendenti si stabiliscono a Sennaar e costruiscono una torre “la cui cima sia nei cieli” Dio interviene vedendo “un solo popolo e un labbro solo è per tutti loro,” così dice Dio, preoccupato da questa Parola che unisce i popoli. “Ormai tutto ciò che hanno meditato di fare non sarà loro impossibile” dice ancora Dio nella Genesi (11,3). E allora? “Orsù, discendiamo e confondiamo laggiù il loro labbro…”. Per mettere fine all’unificazione della Parole, Dio riporta il caos.

Così, i Sennaariani si confondono, non si capiscono più, torna il caos attraverso la confusione delle parole (e continua fino a oggi).

Dio è salvo. I cieli inoppugnabili. Anche se non per molto.

E la città stessa cambia nome. “Per questo il suo nome fu detto Babele” o Babel che deriva dall’ebraico balal – confondere, anche se Babel significa in realtà “Porta di Dio”. Una porta chiusa da Dio con la confusione dei linguaggi per evitare d’essere raggiunto.

“Dio,” dicono le note alla Bibbia delle edizioni Paoline, “vuole l’unità dell’umanità da lui creata, ma non vuole l’uniformità nell’oppressione” come quella dei Babilonesi che tentavano di unire diversi popoli sotto un’unica lingua.

Cosa dice invece il Corano a proposito? Dalla sura della Vacca in poi il Corano è un inno a sé stesso, all’importanza del libro stesso e della fede che propugna, è un canto alla rilevanza e centralità dell’invocazione del nome di Dio. Il Corano è la Parola. Ma in quanto al Caos, il Corano si richiama ad Abramo, a Mosè ed è quindi figlio di quella mitologia e di quella genesi biblica di cui abbiamo appena detto.

In quella Bibbia c’è un testo che è scritto proprio da “colui che prende la parola,” forse le pagine più poetiche della Bibbia, un vero poema ebraico, l’Ecclesiaste o Qohelet. E cosa dice colui che prende la parola? Che tutto è Caos. Ecco di nuovo la parola che crea il caos, descrivendolo, nell’ispirata traduzione di Ceronetti:

“Fumo di fumi

Tutto non è che fumo

C’è un guadagno per l’uomo

In tutto lo sforzo suo che fa

Penando sotto il sole?”

No, sembra dire Qohelet: i bimbi nascono e poi “vanno via. E da sempre la terra è là”. Il sole si leva e tramonta, i venti girano da sud a nord, anzi il vento “altro non fa che giri,” mentre i fiumi continuano a versarsi in un mare che mai si riempie. Nulla ha un fine, tutto è circolare.

“Ogni sarà già fu

E il si farà fu fatto

Non si dà sotto il sole

La novità”

Le parole.

Si dice che le parole portino ordine nel Caos.

Qui, in queste parole che state leggendo, si dice invece che le parole sono il Caos, in quanto lo definiscono.

Torniamo all’idea originaria dell’esattezza come antitesi del caos, e per la precisione, all’esattezza del linguaggio su cui ragiona Italo Calvino nelle “Lezioni Americane” e che dà il titolo al Terzo capitolo di quel libro.

“Un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazinone” a questo anela Calvino. Ma vede anche un’epidemia (il caos) esplodere nel linguaggio e individua nella letteratura la matrice degli anticorpi per contrastare l’espandersi di quella che chiama “peste del linguaggio”: il Caos di Babel, la porta di Dio invasa dalla confusione dei significati.

Oltre alla malattia insita nell’uso delle parole, al caos contribuiscono anche le immagini, o meglio quello che Calvino descrive come una nuvola d’immagini che “si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria”.

Calvino individua l’inconsistenza del mondo stesso, in tutto ciò. La perdita di forma colpisce tutto e Calvino cercava di opporvi l’unica difesa che riusciva a concepire: un’idea di letteratura.

L’imprecisione come radice del Caos. Cioè il contrario di quanto sostiene Giacomo Leopardi secondo il quale il linguaggio è tanto più poetico quanto più è vago, impreciso. Parole generatrici di Caos. Poetico Caos, ma pur sempre Caos.

Nello Zibaldone, Leopardi elenca le situazioni propizie alla stato d’animo dell’”indefinito” e parla di “quei luoghi dove la luce si confonde ec. ec. colle ombre.”

Eppure, come ricorda Calvino, nessuno è più preciso di Leopardi nel definire i contorni e nel descrivere la vaghezza.

Paul Valery e il suo Monsieur Teste sono un altro esempio di descrizioni specifiche delle forme geometriche di una sensazione caotica come il dolore: “zone dolorose, anelli, poli, pennacchi di dolore” che tuttavia lo lasciano incerto, o meglio, per essere più esatti “riscontro in me stesso qualcosa di confuso e di diffuso.” Ecco ancora il Caos che vince sulle parole.

E così l’universo si disfa, ricorda Calvino “precipita senza scampo in un vortice d’entropia, ma all’interno di questo processo irreversibile possono darsi zone d’ordine, porzioni d’esistente che tendono verso una forma, punti privilegiati da cui sembra di scorgere un disegno, una prospettiva. L’opera letteraria è una di queste minime porzioni in cui l’esistente si cristallizza in una forma, acquista un senso, non fisso, non definitivo, non irrigidito, in una immoblitià minerale, ma vivamente come un organismo”.

Cioè la poesia come grande nemica del caso pur essendone figlia e conscia del fatto che il caos avrò sempre partita vinta.

Caos è parole. Per questo ha sempre la meglio su di esse.

E’ forse perché dal caos veniamo prima di nascere e al caos torniamo prima di morire?

Dubbio mistico. Quel caos potrebbe essere il buddhistico “vuoto”, oppure il vedico “pieno”.

Essendo oltre la nostra possibilità di descrizione, resta mistero.

Ma in quella barriera tra il descrivibile e l’indescrivibile le parole si sfibrano.

Ecco allora che si approda alla poesia, dove senso e caos si mescolano, terreno di frontiera tra queste due idee.

“In principio era il verbo.

Alla fine, il silenzio.

Finalmente.”

(“Chiacchiere metafisiche” – dalla raccolta di poesie “Lungo le scale del mio smarrimento” C.Pizzati)

(Carlo Pizzati© 2011)

La Chiesa ce l’ha Amorth con lo Yoga. E con Harry Potter, of course. di Carlo Pizzati

“Mi piace il vostro Cristo,
non mi piacciono i vostri cristiani.
I vostri cristiani sono così diversi
dal vostro Cristo.”
Mahatma Gandhi, jainista.

“Lo yoga è opera del diavolo”.
Padre Gabriele Amorth, professione esorcista, ha ragione.
Inutile dargli tutti addosso solo perché ha quel nome, quella faccia e quel lavoro.
Se il tuo mestiere è fare l’esorcista, è giusto che tu indichi dove, a tuo parere, si nasconde Satana. La password per capire come mai le dichiarazioni dell’esorcista della Diocesi di Roma fanno tanto scandalo, è in quel “nasconde,” che indica la natura occulta di Satana.
Dove si rintana Satana è la preoccupazione primaria del prete paolino che ha 86 anni e poco da perdere, essendo già sopravvissuto a più di 70 mila esorcismi. “Dal Demonio ho avuto tante minacce, ma mai nessun danno,” ha detto: cosa che a una mente laica potrebbe indicare che sono tutte sue fantasie e che sente le voci. Ma gli anatemi del fondatore e presidente onorario dell’Associazione Mondiale Esorcisti, emanati all’Umbria Film Fest, hanno un fondamento teologico e vanno presi sul serio.
Cos’ha detto di tanto strano The Exorcist? “Le pratiche orientali apparentemente innocue come lo yoga sono subdole e pericolose. Pensi di farle per scopi distensivi, ma portano all’induismo. Tutte le religioni orientali sono basate sulla falsa credenza della reincarnazione.” Questo potrebbe bastare come effetto comico, penserete voi, ma Amorth ha aggiunto che anche il maghetto di Hogwarth ha i suoi connubi luciferini: “Harry Potter porta alla magia e quindi porta al male. Anche in Harry Potter il demonio ha agito in maniera nascosta e furba, sotto forma di poteri straordinari, magie, maledizioni.” Quindi se pensi di rilassarti facendo yoga e leggendo Harry Potter, sei fritto (da Satana).
Lasciamo perdere la spietata concorrenza tra magia e miracoli cattolici, non è certo questo a causare l’ “apostasia silenziosa” denunciata a suo tempo da Papa Wojtyla: l’emorragia inarrestabile di vocazioni, pratica e sacerdoti dalla Chiesa Cattolica. Ma arrivare a dire che lo yoga porta all’indusimo, questa è una contorsione logica che può essere scusata solo con il fatto che forse  padre Amorth non sa di cosa sta parlando. Nonostante questo, che l’induismo a suo avviso sia satanico merita d’essere spiegato perché tocca un nervo religioso ed etico importante.
Padre Amorth, come gli altri Fondamentalisti Cristiani, ritiene che credere nei fenomeni della reincarnazione come fanno gli induisti equivalga a cadere negli inganni del diavolo perché il cristianesimo sostiene l’esistenza di una divisione tra il Bene e il Male, afferma che Dio è lassù nell’alto dei cieli, un’entità separata dall’essere umano, mentre secondo la visione advaitica dell’induismo, la più diffusa e conosciuta, non esiste una divisione tra il Bene e il Male, come non esiste divisione tra esseri umani, animali, cose e la Divinità.
A-dva, “non-due”, ovvero “tutto è uno”. Tutto in realtà può essere definito come un unico Spirito che s’incarna in diverse identità e poi si re-incarna fino a quando riesce a ricordarsi di essere quell’Unico: l’illuminazione. Come la non-violenza, ahimsa, è la negazione della violenza, così l’advaita è la negazione della dualità. Non c’è Bene e Male, tutto “è” e basta, e soprattutto tutto è Dio, o meglio tutto è Consapevolezza Assoluta. I primi testi vedici, però, non parlano di Divinità, ma di Energia, e descrivono soprattutto il fatto che nulla di quello che i nostri sensi sperimentano esiste davvero, tutto è illusione, Maya. L’unica cosa che esiste e l’unica cosa che siamo, secondo i testi vedici alla radice dell’induismo, è Consapevolezza Assoluta.
Il demonio, dice l’esorcista della diocesi di Roma, ama nascondersi e l’induismo, negando che il Male sia scisso dal Bene, secondo lui fa proprio questo, asservendosi così a Satana le cui armate cornute e codute ora tentano di penetrare l’Occidente cristiano facendo sudare i credenti sui tappetini delle palestre di mezzo emisfero. Non più solo alcol, droga, sesso sfrenato, bugie e imbrogli: ora Satana si scatena facendo la “posizione di loto”.
Non scherza, Amorth, fa sul serio, forse corroborando le sue tesi con il fatto che per alcuni satanisti lo yoga kundalini genera la bioelettricità, che altro non sarebbe che una sorta di super-energia diabolica, il “ki,” il prana, l’aura, lo spirito, il potere delle streghe (qui anche i satanisti fanno un po’ di confusione).
Ma allora, seriamente, citiamo il documento “Nostra Aetate” del Concilio Vaticano II in cui si descrivono le pratiche meditative del buddismo e dell’induismo come “vie per superare l’inquietudine del cuore umano”. E’ sempre la Chiesa a dirlo. Non occorre scomodare il filosofo Panikkar, che diceva d’essere diventato induista e poi buddista senza mai smettere d’essere cristiano. Questa è una visione troppo sincretica per “The exorcist” Amorth. Ma anche Madre Teresa di Calcutta, che si è guadagnata onore cristiano sul campo, ha sempre cercato di trovare la sintesi tra cristianesimo e induismo. A proposito di reincarnazione, lo stesso Sant’Agostino nelle “Confessioni” solleva dubbi interessanti: “Non ho vissuto in un altro corpo prima di entrare nel seno di mia madre? Quando, Signore, io ho peccato? Quand’ero nell’utero di mia madre o prima ch’io fossi?”
Nonostante il concetto di reincarnazione sia stato ripudiato dalla chiesa cristiana nel Sinodo di Costantinopoli del 553, tra i Catari e gli Albigesi della Linguadoca in seguito riaffiorò l’idea (furono massacrati anche per questo), e oggi la Chiesa Cattolica Liberale, la Chiesa Unitaria, i Movimenti spiritualisti Cristiani e i Rosacruciani sostengono di credere alla reincarnazione, senza temere di passare per satanisti. E anche nella Qabbalah ebraica si descrive il Ghilgul, una forma di reincarnazione.
L’anatema di Amorth, quindi, potrebbe nascere da un ragionamento non condivisibile, ma comprensibile, se non fosse che si basa su una premessa che per chiunque abbia praticato gli asana di Patanjali è ridicola, è cioè che lo yoga porta all’induismo.
Patanjali inventò lo yoga come pratica per una vita più sana che conduceva, sì, alla “Divinità interiore,” ma per essa intendeva quell’energia vedica che non si personalizza in una divinità indù, ma esprime un concetto metafisico accettabile per ogni religione. Le vie dello yoga portano a un senso di rilassatezza, ma attraverso quella “meditazione, concentrazione, devozione e ascetismo” che piaceva tanto, nell’induismo e buddismo, anche a Papa Giovanni Paolo II, come disse nell’81 in un suo discorso sul tema all’auditorium di “Radio Veritas”.
Patanjali è considerato il massimo studioso di uno dei quattro Yoga di base, o sentieri per raggiungere l’unione con la Consapevolezza Assoluta. Gli insegnamenti che ha trascritto e che fino ad allora erano stati tramandati oralmente risalgano ad almeno 10 mila anni prima della nascita del messia cristiano. I suoi “sutra” incitano a seguire otto stadi attraverso i quali raggiungere l’illuminazione, la comunione totale con il divino: non violenza, sincerità, non rubare, castità, non avidità, pulizia, l’accontentarsi, austerità o fervore nel lavoro, ricerca interiore e la resa al Signore in tutte le nostre azioni. Sembrerebbero in realtà le stesse regole di quei bacchettoni dei Fondamentalisti Cristiani.
Cosa ci sia di Satanico in tutto questo non è chiaro. Se poi in alcune scuole di yoga si siano abbinati mantra e insegnamenti che portano ad altri aspetti della cultura indiana attraverso l’iconografia religiosa, i piccoli Ganesh, gli Shiva, il simbolo sanscrito dell’Aum, questo è un altro discorso. Ma che lo yoga porti all’induismo resta da dimostrare.
I monaci benedettini che in Italia e in India hanno scuole di yoga non si riconoscono sicuramente negli anatemi fondamentalisti di Amorth. E non credo che adesso le nuove scuole del Christian Yoga – che per ogni posizione del corpo hanno trovato nomi e situazioni più evangeliche – bruceranno i loro tappetini di gomma in tanti sacri autodafé.
Si calcola infatti che in America siano quasi 20 milioni gli yogini che praticano regolarmente, se non di più, e circa 100 mila gli istruttori che insegnano in 20 mila palestre. In alcune, però, s’insegna solo il Santo Yoga che incita a “praticare con intenzione cristiana” in omaggio a “Nostro signore che sei nei cieli”. Così sono nati centri per il Yaweh Yoga il cui slogan è “trova il tuo centro con Cristo” e le posizioni sono quelle di Patanjali, ma con “un’altra intenzione.”
Forse questo è uno yoga che andrebbe bene a padre Amorth, tanto che non si chiama nemmeno yoga (che significa “unione” in sanscrito), ma “movimenti in preghiera,” Praise Moves. La sua inventrice, Laurette Willis, è un’ex insegnante di yoga pentita che ha mantenuto alcuni degli effetti delle posizioni yoga, purgandoli dalla “capacità di trasformare in indù chi le segue”. Nel suo manifesto cita addirittura un passetto della lettera di Paolo agli Efesini in cui scrive che Satana è il “principe della potestà dell’aria” (Efesini 2:2) e che quindi la respirazione yoga del pranayama è davvero satanica.
Così la Willis ha inventato nuovi nomi per le posizioni, e ad ognuna ha abbinato un passetto della Bibbia da ripetere a memoria durante ogni posizione. C’è la posizione che imita una lettera dell’alfabeto ebraico, poi “l’Altare” che equivale a una flessione a terra, e infine “Il Crocefisso” con le mani aperte verso il Dio Onnipotente, e non congiunte verso quei “falsi idoli” indù.
Ecco uno yoga, pardon, dei “movimenti in preghiera” (cristiana) che passerebbero la censura di padre Amorth. Ma che qui, forse, troverebbero qualche adepto solo tra gli iscritti di Comunione e Liberazione.
Amen.

Fine

(@ Carlo Pizzati 2012)

La casa madre dell’Assoluto: l’India si racconta. di Carlo Pizzati

PARMANKENI (Tamil Nadu) – Nelle librerie indiane sta uscendo una nuova serie di libri che raccontano l’India. Sono soprattutto testi che continuano a delineare una nuova India, l’India scintillante delle nuove speranze e del forte ottimismo che forse già non esiste più.
Raccontare l’India è un filone giornalistico e letterario con una storia che per gli europei inizia con Marco Polo. E non finisce più.
Esiste un’India reale, tangibile, annusabile quasi. Ed esiste un’India immaginaria, letteraria, sognata. Solo di quest’ultima mi sento di poter parlare, poiché in India sono rimasto troppo poco tempo, per periodi di massimo tre mesi, ma non ancora per anni, e non l’ho indagata nella sua vasta estensione geografica.

Eppure, nonostante questo, nel mio libro  “Tecnosciamani” ho sentito la necessità di scrivere di quest’esperienza. Anzi, metà libro è dedicato alla mio primo viaggio in India. Nel capitolo “In volo verso la casa madre dell’Assoluto” si parla di quell’India conosciuta prima di tutto nelle storie lette da ragazzo, attraverso Rudyard Kipling, il suo Phileas Fogg che vola tra Bombay e Calcutta, il “Siddharta” di Herman Hesse, Gandhi, Rabindanath Tagore, la musica mistica e ironica, il cibo, il dondolio del capo, le mille braccia della Dea Kalì con la sua lingua rosso sangue.

E poi le molte letture per prepararsi al primo viaggio in India: il viaggio mistico di Paul Brunton alla ricerca dell’India segreta e di un guru che non fosse un cialtrone; “L’odore dell’India” che resoconta il viaggio di Pier Paolo Pasolini con Elsa Morante e Alberto Moravia, e che riporta, appunto, un’India che è un concetto interiore, più che un vero paese: analisi a caldo, viziate da un filtro culturale e politico di cui non è forse nemmeno conscio, ossessionato com’è dalla borghesia e dal materialismo dialettico. L’India ovviamente è molto altro e per conoscerla ci vuole un’immersione più lunga.
È brevissima anche l’immersione di Giorgio Manganelli, che nel suo “Esperimento con l’India” crea un’altra India dei sogni, pur confrontandosi con la sua realtà. È lui che definisce questo paese: “la casa madre dell’Assoluto” ed è sempre Manganelli che impartisce una delle lezioni più utili su come affrontare la continua questua di cui è bersaglio un bianco tra le strade delle città: è sufficiente “fare l’indiano”, scrive Manganelli, ovvero guardare un punto indefinito all’orizzonte, esercitare il non-attaccamento e piano piano i mendicanti comprendono e ti lasciano in pace.

Si tratta sempre di un India letteraria, come quella di Antonio Tabucchi in “Notturno indiano”, opera già più onesta, perché non tenta di spiegare ciò che è così difficile da codificare per un italiano. Sulla sua scia s’incammina Emanuele Trevi nel commosso “L’onda del porto”, in cui l’autore s’aggira tra le macerie dello tsunami a incontrare bambini e altri personaggi di cui non tenta di fare un’analisi antropologica, ma che attraverso la descrizione delle persone viste come persone, punto e basta, non come “indiani”. C’è l’India economica di Federico Rampini, l’India mistica di Tiziano Terzani, e poi quella picaresca di “Shantaram”: ci sono tante Indie, spiegate a menti affascinate da quello che a volte si definisce più come uno stato mentale che una nazione, un luogo dove le porte verso la spiritualità sono più ampie, e dove il senso di appartenenza all’infinito e all’eterno è più vivo e vicino.
Scrivo di questi sguardi sull’India per arrivare a qualcosa di molto più concreto: a come gli indiani vedono se stessi e come si sono raccontati al mondo, e come, soprattutto, stanno raccontandosi in quella che è adesso l’ultima ondata di novità editoriali sul tema India.

Pietra miliare del racconto dell’India post coloniale è una trilogia che inizia con “Un’area di tenebra” di V.S. Naipaul, anno 1964. Perché mentre la vecchia Europa era occupata a descrivere quella scioccante India della miseria e della povertà, dell’ingiustizia e delle caste, oppure quell’India spirituale, antica e misteriosa, l’India cambiava, cresceva, ed entrava a far parte dei G20. Il germe di quell’India Naipaul l’aveva individuato già negli anni ’60, e poi l’ha documentato di nuovo in “Una civiltà ferita: l’India” nel 1977, per arrivare a vedere la miriade di “piccoli ammutinamenti” che minacciavano il caos, ma che stanno facendo anche la fortuna dell’India moderna. Nel 1990, in “India: un milione di rivolte”, il premio Nobel Naipaul ha raccontato un paese sull’orlo del capitalismo, ma anche sull’orlo di un risorgimento economico.

Questa era pur sempre un’India fatta d’incontri, aneddoti e luoghi, un Paese tangibile, visibile, vero. Invece, il primo libro della serie che continua a rinvigorire, a ondate, il mercato editoriale è uscito nel ’99. “L’idea dell’India” di Sunil Khilnani si misura non solo con l’idea di democrazia che penetra nel paese, ma anche con l’India come idea che si fa strada nel mondo, un po’ come in “Immaginare l’India” di Ronal Inden dove si parla di India come concetto che esiste già nell’immaginazione, prima ancora che nella realtà, proprio come l’idea stessa di “nazione”.

Da allora l’ossessione che gli autori indiani hanno per spiegare ai lettori indiani cos’è l’ ”India” è diventata una moda (un po’ come in Italia con le varie inchieste che si succedono da decenni per raccontare – piuttosto inutilmente, ma lucrativamente per chi le fa – il malcostume politico, economico e sociale).
Al punto che il critico letterario Amit Chaudhuri si chiede: “Sarebbe possibile, come fece George Perec scrivendo ne ’La disparition’ un intero libro senza la lettera ‘e’, scrivere oggi un libro, in India, evitando la parola India?”.

Per ora pare impossibile. Di India spirituale parla “Nove vite,” dato alle stampe l’anno scorso dallo storico William Dalrymple, discusso organizzatore del Festival di Letteratura di Jaipur. Subito dopo è uscito “India: 1.2 miliardi di persone” di Patrick French che guarda con occhio imparziale a possibilità e difetti dell’attuale fase indiana, e quasi contemporaneamente è stato pubblicato anche “India calling” di Anad Giridharas che riporta una visione più rosea del presente. Qualche mese fa, mi sono trovato a chiacchierare con Ramachandra Guha alla presentazione a Chennai del suo “The makers of modern India,” una serie di ritratti di quelli che secondo lui sono i padri della patria (elenco, mi diceva, molto contestato per ragioni politiche: ognuno ha la sua idea su chi merita l’accesso all’Olimpo).

Questa costante auto-indagine nazionale, e il fatto che i libri abbiano un discreto successo, sono forse il segnale di un paese che cambia e che vuole conoscersi, una tendenza editoriale che dimostra come un’introspezione positiva possa aiutare a correggere i “dolori della crescita” di una potenza economica internazionale.

Nella narrativa, invece, per la categoria “ve la spiego io, l’India” resta immortale “I figli di mezzanotte” che l’autore Salman Rushdie presenta ora come film, in uscita a novembre in Europa. Importante anche “Il dio delle piccole cose” di Arundhati Roy, scrittrice di successo internazionale che dopo la letteratura si è dedicata a una serie di pamphlet e analisi anti-captialismo e contro il neoliberismo che hanno causato molto dibattito in India. Ma la narrativa di successo si è dedicata soprattutto all’India criminale che dalla “Tigre Bianca” di Aravind Adiga, bestseller internazionale, passa alla Bombay di “Maximum City” di Suketu Mehta, romanzi che hanno preceduto il film “Slumdog Millionaire”, padre di quella che oggi è una nuova moda anche nell’India televisiva e di Bollywood: raccontare “la vera India,” non più solo palazzi di ricchi e balletti nei campi verdi, ma la verità degli “slum”, e non nella versione edulcorata della “Città della Gioia” della Calcutta di Dominique Lapierre, ma in quella dei corpi fatti a pezzi nei boschi accanto alle strade statali del Tamil Nadu, in quella Nuova India di cui scrive invece Akash Kapur nel suo “India Becoming”: l’India che, ricalcando la definizione di Albert Einstein degli americani, non “è” mai, ma sta perennemente “diventando”.

(luglio 2012 © Carlo Pizzati)

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