Da Parise a Pizzati: scrittori vicentini esplorano il Giappone

La coincidenza e’ curiosa: gli scrittori-giornalisti vicentini specializzati in letteratura di viaggio hanno il cognome che inizia sempre per P : da Piovene a Parise, con antesignano il Pigafetta cronista del viaggio di Magellano. Carlo Pizzati e’ appena andato alla scoperta del Giappone sulle orme del viaggio compiuto 35 anni fa dal conterraneo Goffredo Parise, da cui scaturi’ il libro-cult “L’Eleganza e’ Frigida”. Pizzati ha dormito nella stessa stanza di Parise nella residenza dell’Ambasciatore e ne ha seguito le tracce dai bassifondi della metropoli ai giardini zen, dai monasteri buddisti del Koya-san agli incontri con letterati giapponesi della (rispettiva) contemporaneita’. E ha percepito che oggi l’eleganza e’ un po’ meno frigida in un Paese meno esotico e piu’ internazionalizzato, ma non omologato alla globalizzazione; un Giappone non piu’ lanciato verso il miraggio di un primato globale e anzi ossessionato dalla perdita del primato in Asia. Gia’ cronista e narratore delle Americhe (da ultimo con il “rosaggio” – incrocio tra romanzo e saggio – “Nimodo”), Pizzati oggi esplora nuovi orizzonti in Asia dal suo “buen retiro” in India, dove vive da anni di fronte all’Oceano.

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BORGES – ecco perché lo porto sempre con me. di Carlo Pizzati

borges anniversario garantista Sul comodino accanto al letto tengo due volumi da decenni. Il primo volume mi fu regalato da una fidanzata quando avevamo compiuto da poco i 18 anni. Federica era abitata da un animo poetico e sognante. Nella letteratura avevamo trovato un terreno comune. Dal cofanetto di quel volume, un ragazzo mi fissava con grandi occhi profondi e puliti. Sul bordo del volume, alla base dell’oggetto, si rivelava che il giovane nella foto aveva vent’anni. Colletto inamidato simile a quello di Rimbaud, cravattino, capelli imbrillantinati e infilati dietro le grandi orecchie.

Questo viso già allora era diventato un idolo personale, una divinità le cui magiche preghiere, svelate tra le pagine di carta leggera di quel Meridiano, mi hanno accompagnato per tutta la vita, ricordandomi la forza, la potenza, la gioia della letteratura quando è in grado di trascinare completamente attraverso spazio, tempo e dimensioni la fantasia e l’intelletto del lettore.

Jorge Luis Borges. Tutte le opere. Mai il logo Mondadori con quella rosa piena di spine ha meritato quel motto più di questo cofanetto. “In su la cima.” È lassù che Borges vi porta sempre. E poi dentro un Aleph che contiene l’universo; anche quello della memoria illimitata e insopportabile di Ireneo Funes; anche quello di strani gauchos troppo umani (cui attinge senz’altro Corman McCarthy). Milletrecento e una pagina di sogni, di amore, tristezze e gioia universale, tra le righe di questa opera.

Nelle sue poesie ho scoperto i primi rudimenti di uno spagnolo che ho poi nutrito andando a vivere in Messico e poi proprio nella Palermo Viejo di Buenos Aires doveva abitò quello strano argentino dall’anima anglosassone.

Giravo, in quei miei anni argentini, tra le librerie di Palermo (prima che la commercializzazione edilizia ne deturpasse il nome in Palermo Hollywood e Palermo Soho!) alla ricerca di antiche edizioni dei libri recensiti da quel giovane che mi guarda, anche adesso mentre scrivo, dalla copertina in bianco e nero. Ne ho trovati molti, di questi talismani cartacei.

A un certo punto della vita ho anche memorizzato una poesia in spagnolo di Borges e la ricordo ancora. Parla di pioggia. La ripetevo sempre nella mente, nuotando in una piscina ai piedi dell’Aventino. Una nuotata borgesiana. Acqua scrosciante e ritmata.

“Fervore di Buenos Aires.” “Luna di Fronte.” “Quaderno di San Martin.” E lo storico “Evaristo Carriego” che inizia proprio con “Palermo di Buenos Aires”. “Discussione.” “Storia Universale dell’Infamia.” “Storia dell’Eternità.” “Finzioni,” che lo rese popolare in Italia dagli anni ’80 in poi. Mi limito ad elencare i titoli delle raccolte dentro il cofanetto, per far capire il sapore di una scrittura enciclopedica. Ricordi di Borges.

“Lo ricordo (io non ho diritto di pronunciare questo verbo sacro, un uomo solo, sulla terra, ebbe questo diritto, e quest’uomo è morto), e ricordo la passiflora oscura che teneva in mano, vedendola come nessuno vide mai questo fiore, né mai lo vedrà, anche se l’avrà guardato dal crepuscolo del giorno  a quello della notte, per una vita intera.” Questo è l’ipnotico inizio di “Funes, o della Memoria.” E poi l’altra grande collezione di racconti: “l’Aleph.” “Altre inquisizioni,” “l’Artefice.”

Vi parlo qui liberamente del mio rapporto con questo inarrivabile autore argentino, senza citare cosa ne hanno scritto Domenico Porzio o Pietro Citati. Liberamente è l’aggettivo adatto. Perché è la libertà uno dei più bei regali che Borges ha fatto all’umanità alfabetizzata.

Quei suoi grandi occhi di ventenne si sono rapidamente logorati e Borges come Omero ha continuato a scrivere o produrre i suoi testi anche nella cecità. In quell’universo si va a occhi chiusi ad attingere leggendo le sue opere. Non potendo più vedere il mondo, forse la sua facoltà d’immaginarlo e ricrearlo si amplificò a dismisura, assistita da un talento che va oltre una mente umana, ricreando un universo multi-dimensionale con viaggi temporali e una sensibilità infinita e trascinante.

Leggere Borges è un’esperienza così coinvolgente che per quanto felice e intensa possa essere la vita reale, si vuol sempre tornare nel suo mondo così ricco e profondo. E per quanto triste e confinante possa essere diventata, le sue parole possono liberarci verso un altrove più magico.

borges vecchio e giovane

Non vi ho però detto la verità fino in fondo. Accanto a quel cofanetto del Borges ventenne, ne tengo un altro. L’ho acquistato qualche anno dopo aver ricevuto il primo in regalo. Dalla copertina di quel libro mi guarda un Borges anziano. Il viso è allungato, le guance sgonfie, mentre i capelli bianchi, diradati sulla fronte, svolazzano lungo le tempie. Gli occhi non fissano più me, hanno da tempo perso quella pacata fissità del ventenne che gli sta accanto. L’orbita sinistra, che gli esoterici associano alla contemplazione di ciò che è irrazionale, è più grande e sembra fissare un punto oltre chi lo osserva, come se lo trapassasse. L’occhio destro è più socchiuso, e le sopracciglia sono bloccate in una posa quasi meravigliata, come se quest’uomo, nel suo buio, avesse visto davvero così tanta luce da restarne abbacinato.

Le pagine sono 1471. Si passa da “l’Altro, lo Stesso” (molto appropriato per i miei due cofanetti) a “Per le Sei Corde;” “l’Elogio all’Ombra;” “il Manoscritto di Brodie;” “l’Oro della Tigre;” “il Libro di Sabbia;” “la Rosa Profonda,” “la Moneta di Ferro;” “Storia della Notte;” “Tre racconti e la Cifra;” “i saggi Danteschi” e “Atlante.”

Poesie, poesie, poesie e immagini, gocce infinite. Racconti brevi e eterni.

C’è spazio, qui, solo per comunicarvi questi titoli già di per sé evocativi del contenuto. E per dirvi come uno scrittore può liberare un ragazzo di 18 anni, invitarlo alla letteratura, accompagnarlo come un fratello, prima, e poi come un anziano fantasma.

Quei due volti mi hanno fatto pensare, per tutta la vita, al scivolar via del tempo lineare, al giovane che sono stato e al vecchio che spero di arrivare ad essere, se così sarà.

E anche in questo sollievo, Borges è stato, già solo con la sua inconsapevole effigie, un liberatore.

Grazie, Federica. Ti voglio sempre bene e ti perdono, anche se mi hai lasciato per un ingegnere belga, hai fatto tre figli e, come mi hai detto l’ultima volta che ci siamo parlati al telefono vent’anni fa, ti sei un po’ sformata.

(Il Garantista, 14 giugno 2015 – Cultura)

“Inventati la scrittura. Scrivi la verità, e camuffala da invenzione.” Intervista per Classe Turistica a Carlo Pizzati

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Dimmi qualcosa di te. Come ti guadagni da vivere?

Pensando e scrivendo.

Come è scandita la tua giornata?

Sveglia presto, meditazione, yoga, colazione, scrittura fino a pranzo, riposare e pensare, lettura, thè, passeggiata di un’ora, editing e/o scrittura, meditazione, cena, vedere una film o episodio di serie tv, leggere, dormire. Questo quando non sto insegnando all’università. Il tutto intervallato da qualche post su FB, Twitter, LinkdIn o Google+ quando capita.

Quali sono le tue passioni o interessi?

Leggere, scrivere, viaggiare cercando di capire la natura e la trasformazione della presunta realtà. Una bella passeggiata chiacchierando con una persona amica o con mio figlio.

Cosa ti da serenità?

Il silenzio.

Il tuo ultimo libro?

Il mio libro pubblicato più di recente è “Nimodo” (Feltrinelli) la storia di un giovane giornalista triestino che insegue per tutta l’America Latina una guerrigliera cilena di cui si è innamorato e così facendo scopre e trasforma se stesso.

Perché un ragazzo dovrebbe comprarlo?

Per capire che è utile seguire la propria curiosità con coraggio. Per viaggiare in un intero continente provando un po’ di emozioni, senza uscire di casa.

Qualcosa della tua visione del mondo:

Avessi una bacchetta magica cosa faresti?

Eliminerei la violenza e porterei più uguaglianza, fratellanza e libertà nel mondo, magari con un po’ più di saggezza e tolleranza, già che ci siamo.

Potessi cambiare qualcosa cosa faresti?

Trasformerei radicalmente l’Italia, dove penso si soffra più del necessario con un pessimo “rapporto qualità/prezzo,” come si dice nell’orrida parlata corrente rovinata dalla mercificazione di tutto.

Qualcosa sull’insegnamento:

Se fossi un insegnante come imposteresti una lezione tipo?

Sono anche un insegnante, in quanto docente di teoria della comunicazione per un corso post-graduate in un’università indiana. Le mie lezioni sono impostate prima sull’esposizione da parte mia della materia tramite diapositive e discussioni, segue poi dialogo e stimolo a discutere e pensare in maniera critica da parte degli studenti. Il dialogo continua in un blog online dove si fanno i compiti elaborando analisi su testi rilevanti che vengono discussi sia nei commenti online che poi in classe. Penso che le lezioni migliori siano composte di una fase che è il trasferimento della conoscenza e l’altra, più importante, che è la  costruzione della comprensione tramite la partecipazione degli studenti.

Su quali materie punteresti?

Se fossi un insegnante di altre materie oltre a quella di cui sopra, mi dedicherei a corsi di scrittura creativa, fotografia, giornalismo, letteratura, italiano, inglese. Se fossi uno studente (anche se lo sono sempre in rapporto alla conoscenza, e ne sono felice) cercherei d’interrogarmi il prima possibile, già dalle scuole medie e certamente alle superiori, su che cosa mi piace e perché. Non penso che genitori e scuola facciano abbastanza per aiutare i ragazzi a concentrarsi molto presto su questa importante domanda, risolta la quale tutto è più facile poi nella carriera scolastica e accademica, e anche nella vita. Ho avuto la fortuna di capire presto la mia vocazione e i miei gusti, nel mio caso senza molti aiuti esterni. Ma credo che parlarne con gli adulti e con gli amici e spingere a uno sforzo di esame su se stessi, e su ciò che piace, aiuti davvero a scegliere su cosa puntare. Aiuta quindi a scegliere i libri da leggere, le persone da frequentare, i film e i programmi tv da vedere. Il “conosci te stesso” inizia anche in maniera semplice, non implica sempre e solo un’ardua e complessa analisi filosofica, spirituale o psicologica. Può iniziare, ad esempio, chiedendosi quale musica ti piace ascoltare riuscendo ad articolare una spiegazione dettagliata e veridica sul perché ti piace proprio quella musica. Da lì si passa a ciò che piace leggere. E da lì si va in crescendo capendo anche il proprio ruolo nel mondo del lavoro, nella società, e infine nell’esistenza.

Cosa manca e cosa possiede secondo te la scuola italiana?

Premessa la mia limitata esperienza diretta con la scuola italiana, essendomi laureato all’estero, mi sento di dire che ciò che manca alla scuola italiana è il sostegno di un sistema meritocratico ed efficiente che mi par di capire nessuno finora sia riuscito ad instaurare, adducendo come motivazione a volte anche il dubbio sul concetto stesso di meritocrazia, visto come modo per discriminare contro i meno forti.

La meritocrazia non è discriminazione verso i più deboli, ma è quel sistema che premia i più meritori, continuando a dare sostegno a chi ha più difficoltà per consentir loro che sviluppino la propria intelligenza e qualsivoglia talento possano avere.

Purtroppo, chi dovrebbe costruire un sistema migliore è spesso il prodotto della sua antitesi, essendosi formato in una struttura piuttosto difettosa, quella attuale, quindi non mi è chiaro come si possa uscire da questo circolo vizioso. Ci vorrebbe uno sforzo evolutivo, ma non mi pare vi siano le premesse. Potrei fare lo spacciatore di speranze, ma non mi è congeniale.

Quel che possiede la scuola italiana, per quanto ne so,  è una buona percentuale di insegnanti, maestre e maestri, docenti, professoresse e professori che, a fronte di uno stipendio inadeguato ai loro sforzi e nell’ambito del suddetto sistema vessatorio, si dedica con vero amore all’insegnamento, facendo spesso miracoli e aiutando le vite dei loro fortunati studenti.

Poi ci sono gli approfittatori che spingono i loro studenti ad odiare la scuola, le materie che insegnano e la conoscenza. L’esistenza di questo genere di persone è sintomatico di ogni categoria professionale, ma trova terreno fertile e duraturo in un sistema fragile come quello della scuola italiana.

Ti senti di dire qualcosa ai ragazzi di oggi?

Prima di tutto vorrei dire che sono straordinari. Per quel poco che ho potuto osservare sia attraverso l’esperienza come giurato per il Touring che in altri contesti come le presentazioni dei libri, i commenti sui social, la frequentazione di nipoti e amici, considerato il contesto critico nel quale sono costretti a crescere, ho spesso trovato in loro una capacità di reagire con ottimismo e con forza e pragmatismo che i loro fratelli più anziani, cioè la generazione precedente, non avevano. Quindi quello che vorrei dire loro è: complimenti, continuate così!

Viaggi:

Non si può dire che tu sia un tipo sedentario: a 16 anni hai lasciato il Veneto per Pensacola, in Florida, poi Washington D.C. e New York. Poi hai vissuto per alcuni anni in Messico, poi in Argentina e in Spagna, e dopo varie altre tappe tra cui Madrid, Milano e Roma…ecc,  ti sei fermato, non solo per amore, in India. Le dolomiti, però, le hai sempre nel cuore.

Con un tale bagaglio di esperienze di viaggi quale è stato il più bello (interessante, felice, ecc) che hai fatto?

Ho riflettuto molto in questi giorni, per coincidenza, sul tema del viaggio e del turismo, essendomi trovato, in quanto viaggiatore, in un contesto turistico in Vietnam e Tailandia. E questo mi ha spinto ad elaborare una precisa distinzione tra il concetto di viaggiatore e di turista. Per questo potrei dire che il viaggio più bello è stato lungo un fiume dell’Amazzonia dormendo in un’amaca in un battello per andare a visitare una riserva naturale. Oppure una passeggiata sulle Ande assieme a Don Gabicho, uno degli ultimi parroci sopravvissuti all’inquisizione contro la Teologia della Liberazione. Oppure, oppure, oppure. Sono troppi. Dico invece che il viaggio più bello che chiunque può fare, adesso, in questo momento, è di mollare tutto, lasciare a casa o in ufficio il cellulare e camminare in una linea il più possibile diritta per 10 chilometri fermandosi a parlare con chi è ancora in grado di farlo tra sconosciuti. Il viaggio più bello è molto vicino a noi. È rischioso. Per questo può essere molto bello. O disastroso.

Da ultimo un consiglio a chi volesse fare il giornalista / scrittore?

Liberati subito dalla definizione che hai in mente di giornalista e scrittore. Sarà già un buon inizio. Inventati la scrittura. Scrivi la verità, e camuffala da invenzione.

(l’intervista è disponibile online anche a questo link.)

@speciale letto&detto: cosa pensa Carlo Pizzati della lettura e delle biblioteche?

detectivestory_001_2Carlo Pizzati, scrittore

Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?

Ho iniziato ad amare la lettura quando ero in prima elementare. Dev’essere nata allora l’idea che la cosa più bella che avrei potuto fare nella vita sarebbe stata di scrivere anch’io storie simili a quelle che leggevo per creare un mondo attraverso un racconto e spiegare quel che sentivo e pensavo.

Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?

Delirante. Si basa sull’opinione che gli altri hanno di ciò che fai e, ancora più difficile, su quella che tu hai del tuo lavoro.

Quale è stato il primo libro che hai letto?

Non lo so. Ricordo un’enciclopedia ricevuta in eredità da mio nonno, “Il Tesoro,” che custodisco ancora. Conteneva leggende e mitologia di tutte le culture, romanzi e racconti da tutto il mondo. Sicuramente questi testi mi hanno portato verso la letteratura. Non ricordo il primo libro letto, ma ricordo bene il primo libro che ho riletto. S’intitola “Emil,” di Astrid Lindgren. Il protagonista è un bambino svedese molto vivace, come lo ero anch’io, che viene chiuso in castigo, come succedeva anche a me, e lì passa il tempo intagliando statuine di legno, mentre io iniziavo a immaginare e a scrivere le mie storie. La storia finisce bene. Quella che sembra la peggior marachella di Emil si scopre invece essere un atto eroico, che lo riabilita. Mi riconosco anche in questo.

Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?

Durante l’adolescenza credo sia stato il classico “Cent’anni di Solitudine” di Gabriel Garcia Marquez, altro testo che ho riletto più volte e che, nel suo racconto a ritroso nel tempo, incentrato su un unico villaggio piovoso, mi ricordava il luogo dove abitavo e le storie di famiglia che ascoltavo, là dove sono cresciuto. Un luogo però molto ben più freddo della Macondo colombiana.

Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?

Ho appena finito di leggere due libri adolescenziali su richiesta di mio figlio: “Divergent” e “Insurgent” di Veronica Roth. Lui sta leggendo l’intera trilogia e voleva parlarmi di questa storia che riguarda anche la capacità di trovare il coraggio di essere ciò che sei davvero. Anche se sono libri un po’ leggeri per i miei gusti, ho trovato qualcosa di utile in essi, soprattutto per i ragazzi di adesso. Mi rendo conto che i libri che leggevo a 11 anni sono per mio figlio un po’ “pesanti”. Ma quello che consiglio a lui, o a un giovane lettore che ami la lettura di fantascienza o di fantasy, categorie molto seguite in questi anni, è di leggersi “1984” di George Orwell che, pur conservando elementi fantastici, disegna un paragone con una realtà politica ben definita e sempre attuale. Anzi è ancora più attuale adesso. Poi, in un mondo immaginario, sogno che un ragazzo voglia leggere “Guerra e Pace” di Tolstoj che mi sto rileggendo adesso, per riprendermi dalle letture adolescenziali. C’è tutto, amore, tensione, battaglie, coraggio, saggezza, follia.

Leggere fa bene? E perché?

Leggere non fa bene a tutti. Gli studenti che a scuola sono costretti a leggere, pur non avendo alcuna propensione alla lettura, non dovrebbero sforzarsi troppo. A loro non fa per niente bene. Sono solo futuri non-lettori che odieranno la lettura. Il problema è riuscire a far capire i meriti e le gioie della lettura. Senza forzare mai la mano. Ma perché leggere? Perché aiuta a capire la realtà meglio ancora dell’esperienza, dalla quale però non dev’essere disgiunta, come troppo spesso accade a chi si fa sedurre dalla morbidezza di un mondo fatto di parole, soprattutto quando sono scritte bene. L’esperienza di vita fa godere ancor di più il piacere della lettura, e la lettura fa capire e affrontare molto meglio l’esperienza di vita. È un’invenzione umana, la lettura, che, se ben utilizzata, migliora immensamente la qualità dell’esistenza.

Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?

Il primo ricordo di una biblioteca risale a quando studiavo in un liceo americano a Pensacola, in Florida. Ricordo un’organizzazione rigorosa e precisa, grande efficienza e l’orgoglio d’esser custodi della conoscenza. Lì scoprii nuovi autori che non conoscevo. A volte anche per caso. Questi momenti di epifania casuale sono forse tra le meraviglie più note delle biblioteche, ma per me restano uno dei meriti meno raccontati di quel che può succedere tra quegli scaffali.

Come definiresti la biblioteca?

Se penso alla biblioteca non posso non vedere Jorge Luis Borges, che l’ha rappresentata in tutta la sua potenza. Per me Borges è lo scrittore-bibliotecario che custodisce una conoscenza nella quale solo lui riesce a trovare i collegamenti e a mostrarceli. La biblioteca è un luogo di scoperta. È una terra incognita di cui conosci alcune oasi e mentre ti sposti tra una e l’altra, se hai gli occhi aperti, avrai delle sorprese. Gran parte delle volte stupende. Queste scoperte ti porteranno ad altre ancora. E, come nella ricerca della verità, non si arriva da nessuna parte. Ma il viaggio ne vale la pena.

Cosa ti piace di più in una biblioteca?

La sua promessa di conoscenza. Il protagonista del mio primo romanzo, Gino Calcagno, vive dei veri momenti di estasi e vertigine nelle ricerche tra vari archivi e biblioteche: dagli Archivi Segreti del Vaticano, all’Archivio di Stato e alla Biblioteca Marciana di Venezia; dalla Sala Manoscritti Antichi della Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza fino alla Biblioteca di Cornedo Vicentino. Ciò che lo affascina, e che mi ha stregato mentre io stesso conducevo l’indagine storica che riguarda il titolo del romanzo, è il dialogo silenzioso che s’instaura con gli autori dei resoconti, dei documenti, dei testi che vengono consultati. Lì, in quelle tranquille sale, si ha davvero la sensazione che il tempo si restringa, che i decenni o secoli che separano gli avvenimenti si accorcino. Con la giusta dose di fantasia e immaginazione si può iniziare il più intenso ed emozionante viaggio nel tempo che si possa intraprendere.

A quale altra domanda avresti voluto rispondere?

A questa: Ma le biblioteche sono utili agli scrittori? In realtà potrebbe sembrare di no. In una biblioteca un libro viene acquistato solo una volta e viene letto da decine, centinaia, migliaia di persone. Un disastro economico, per un autore che cerca di vivere con quello che scrive. Ma in realtà non è così drammatico. Promuovere la lettura aiuta tutti gli scrittori. Bisogna vedere le cose in grande. Ma è quello che uno scrittore deve fare comunque.

Carlo Pizzati è un autore di libri di narrativa e di non-fiction e sceneggiature per il cinema. Vive poco lontano da un villaggio di pescatori in Tamil Nadu (India), lavorando al suo quarto romanzo. È nato a Ginevra nel 1966 ed è cresciuto fino a 16 anni a Valdagno, in provincia di Vicenza. Dopo due anni al liceo Ginnasio G.G. Trissino, nell’82 si è trasferito a Pensacola (Florida) dove si è diplomato e ha iniziato l’Università. Si è laureato in Scienze Politiche ed Economia all’American University di Washington D.C. Nell’89 ha conseguito un Master in Giornalismo presso la Columbia University di New York.

intervista disponibile online anche a questo link.

The tale of how R. crossed the Himalayas by Carlo Pizzati

KATHMANDU (NEPAL) – The streets have darkened in the Tibetan ghetto of Jawalakhel, in Kathmandu, as my friend Tsering Phuntsok and I step off the taxi. The deal with the driver is that he’ll wait for one hour and then he’ll drive me back to the hotel. I should’ve known one hour couldn’t possibly be enough to see and hear what was awaiting.

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Phuntsok leads me through obscure alleys of a haphazard conglomerate built mostly thanks to donations and help of Non Governmental Organization. A British NGO financed the old folks home we first visit. Ten aging Tibetans are slowly sipping their delicious soup to chase away the humidity of a late monsoon that doesn’t seem to want to leave Kathmandu this September.  As I peer into the dining rooms I see smiling faces, someone hints a mild bow in salutation to the stranger, as intelligent eyes seem to try to read me. We don’t stay long, this is not where the story is awaiting. We march on and Phuntsok tells me of the 20 thousand refugees who are here and how in the last 20 years the Nepalese government has stopped issuing new Refugee Cards, thus making it impossible for new exiles, who risk their lives crossing the Himalayas to get here, not only to find real integration, but also to move on to Dharmasala, in India, or to the U.S. or Europe.

Why? Hard to tell, everyone says here. “The Chinese don’t like dialogue. They only like giving orders,” says Phuntsok. “Maybe it’s to discourage people from leaving Tibet. Maybe it’s to avoid feeding the Tibetan diaspora around the world with new people, who’d thicken the street protests and make the Free Tibet movement stronger.”

In our stroll through Jawalakhel, we now reach a square, still shrouded in semi-darkness. Some people stroll by, glancing at us, as we quietly speak of this strange Limbo, where so many young Tibetans are caught.

“So who do you want to talk to?”

“Anyone who’s made it over here from Tibet,” I answer.

We see a light down the alley. A little haphazard convenience store is still open. Two people sitting on a low bench.

One of them gets up. Strong build, shining smile, square shoulders. He tells us to follow him. “He’s been kind enough to invite us into his house,” Phuntsok translates.

We sit on one of the three beds surrounding a low table of this bedroom/kitchen/dining hall two-room apartment. On the windowsill a car battery is haphazardly tied to two wires that climb up the wall of the room and are plugged into a portable electric torch, which stands as chandelier. He tells us his name, but asks me not to write it down in this interview. We will call him R. It is almost impossible to squeeze in questions or queries as this 30-something smiling and energetic man tells me one of the most incredible tales I’ve ever heard in decades of reportages and journalism around the world. Here it is:

“It took me one month to get from Eastern Tibet to Lhasa. It was 1998. We were 48 trekkers, when we started off and we were guided by one leader with experience in this trek. Once in Lhasa we headed for the mountains. We marched for one week, only at night and early in the morning, hiding in the daytime. It was December when we finally reached a very large river. It could’ve been Brahmaputra, I’m not sure. It took on one and half hour to cross this half frozen river, as we would stop and climb over rocks in between, to warm up again and not freeze. We’d stand there, jump up and down, get the blood flowing again and then crawl back to the freezing water, dodging blocks of ice flowing down the stream.

After reaching the land I heard screams in the darkness. Chinese guards. They started shooting towards us and towards some of our companions who were still in the water. I hid for cover as they apprehended 15 children and elderly Tibetans who were traveling with us.

I was hiding with a friend under a brush when a Chinese patrolman found us and arrested us. He pointed the rifle at me. But I was desperate and I fought back. I was only 19 years old at the time so I was quick and acted without thinking. That’s how I was able to grab the Chinese policeman’s gun. He started shouting for help. ‘They got my gun!’ he was yelling. Furious. The other agents will leave our friends alone, I though. Let’s keep him yelling, that’s what I thought. So we let the Chinese policeman escape, I threw away the rifle and my friend and I hid under the bushes. I heard soldiers looking for us. We were right underneath their feet. I was afraid that my heartbeat would be so loud they could hear it. But we managed to escape.

We reached the top of a hill and we looked down towards a well lit area. There were our friends who had been arrested and they were being kept in cages. We could see them, we could recognize them, that’s how close we were. The cages were lit with electric lighting as it was still night. So we decided to climb uphill, and we walked all night. At the top of the hill we heard some noises. ‘Chinese,’ I asked. ‘No, it’s someone from our group,’ my friend said. So we very slowly got closer to where we heard the voices. And somehow they also were coming close to us, until we rejoined 3 members of our original group. At about 7 in the morning the sun started rising and we thought we’d get spotted so by 9 we decided to stop and hide, standing still. In the distant horizon we saw people marching and they kept marching all day until they reached us at sunset. Seven more people from our group.

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We had no money, no food, no luggage. But we were determined to reach Nepal. And to do so we had to cross another river. But in the distance, patrolling the river banks we saw the jeeps and motorcycles of the Chinese police. We were scared and immediately decided to lie on the ground and cover ourselves with rocks, standing perfectly still. It was very cold. Then 4 more people came to the top of the hill where we were hiding. But we realized that we were about to be surrounded because there were groups of agents moving on both sides of our hill, heading towards us. So we moved 3 kilometers away and, sure enough, we saw the police raiding the place where we’d been a few minutes before.

The third night we decided to cross the river. Dogs were barking and the police were patrolling so we had to change plans and we walked until we reached a village where we finally were able to by some tsampa, the typical Tibetan food. We had no food or extra cloths but we did have all our money with us to buy food along the way. That had been the plan. Also one of the two girls in the group had hidden away, inside her waistcoat, a ball of tea. So we prepared an improvised meal with which we were able to feed all 11 of us. After the food we were strengthened again and we were able to walk 10 km without stopping. But then the morning came and we’d have to stop again. We finally reached the river. Now we were ready to cross it. But we couldn’t do it in total darkness or we might lose the direction and drown. So we decided to cross at dawn, right before 7 am. It was very deep and water reached our cheeks.

There were so many blocks of ice floating and we were getting cut on the cheeks. The water was full of pink clouds of blood all around us, as we could begin to see in the first light of dawn. We realized that two people we had seen on the river bank before crossing were now shouting to call the police. They were Tibetan spies for the Chinese. The police was waiting for us on the other side,now.

Somehow we managed to escape them and we headed for the highest mountains we could see. The situation began to get much worse. No more police behind us, but it was clear why. There was no food, we were entering a very un-inhabitable mountain. We had to sleep in the snow.”

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At this point R.’s mother had arrived in the room in Jawalakhel and she had set down on the bed next to him, as he feverishly told his tale. She brought out a bead necklace that she started to finger through with her left hand, while in her right hand she held a baton with a prayer wheel attached to its top and a little bead on a string that would swirl along with the prayer wheel as she spun it. “Oh, yeah,” Mother said, “I also came here through that trail, I remember. But it was a few years before my boy, and it was a little bit easier.”

R. smiles and continues with his tale. “We were starving and decided to start eating the mud we’d melt in our hands. We were getting so good at it we could now tell which mud tasted acceptable and which was just impossible to swallow. But things got worse for me.

I don’t know if it was the mud or the freezing cold, but I woke up one morning and realize that I could not move my body. My mind continued to think, but my body refused to answer to my commands and stayed still on the ground. I was the one in worst conditions in the whole group now. I saw the two elder in the group going to check the pulse on another trekker and I remember that I was screaming to ask for them to come to me, that I needed help. But they seemed to ignore my voice, to pretend not to hear me. Only then I realized that I was not screaming. I wanted to, I thought I was, but my body was not answering to my commands.

That’s when I got really scared because I was sure I was dying. Finally the elders reached me and checked my pulse. They found some cow dung and are able to burn it and they massaged it onto my back and stomach and were thus able to revive me. The day after I was able to walk again.

There was a lama in our group. I’m convinced somehow he always knew what was about to happen to us. That’s why we’d been able to avoid the police ambush already two times. We were with him when we finally reached a mountain hut where a Tibetan family lived. They had a whole sheep hanging in the ice room. It was food for their whole winter and they refused to sell it to us. But finally they caved in and we ate the whole animal. The police came by the hut, but they had an agreement with the man of the family. If he walked out of the house upon hearing their jeep patrolling they would stop for tea. If he didn’t come out they’d just drive through.

imagesWe started our trek again in the snow. The lama was very sick. He was vegetarian and had been forced to eat the sheep. He was coughing blood. He said: ‘Leave me here, and send someone to get me once you’ve reached the other side of the mountain’. But many in our group did not want to abandon the lama. So we spent a whole day debating on what to do with him. In the end we had to leave him behind and we continued our track, higher and higher in the Himalayas, for another three days.

Finally, from up high the mountain we saw some campfires, down in the distance. We were uncertain on what to do, if we should walk down or not. Finally we did and discovered these were two mountain guides who knew the pass between Nepal and Tibet well. They decided to leave and go get the lama, while pointing us towards the final climb.

‘Reach the top of the glacier before 9 in the morning,’ they warned us, ‘or everything will begin to slide under your feet as the ice melts in the morning sun’. Sure enough we started a very vertical climb on the snow and the ice. But we had to scuttle up fast, because as we had been told, as the clock neared 9 am we saw that it was all beginning to slide downhill and by 12 it was melting and going downhill fast.

So we reached the top of the pass and started descending towards a greener area, a jungle of sorts. We saw some signs and then animals, tiger cubs, or large cats, I’m now sure. And as we descended, we found ourselves suddenly on the tarmac of a small airport. Disheveled, dirty, stinking and tired we found ourselves surrounded by police who came over on jeep and on foot. Nepali police!”

The lama had lived, R. tells us. He never made it to Nepal, but stayed behind in Tibet and was now a respected lama in a Tibetan monastery. R. instead had lived in Nepal ever since. No papers, no chance to work legally outside of Jawalakhel.

“There are so many stories like mine,” he says. “So many who don’t make it, so many killed by the police at the border, like that nun in Nargan Parbat not too long ago. And we don’t hear about it. There’s no-one to report these things to, no one who can report them, once the expedition fails and is stopped by gun or by freezing weather or by starvation. We were the lucky ones. But people keep dying every month on that trail.”

(Original, un-edited, longer version of the reportage printed by Italian national daily newspaper il Garantista, see entries below for Italian language version)

Thomas Bernhard, lo scrittore maledetto che ci servirebbe ora (di Carlo Pizzati)

imagesEsistono scrittori che nella loro schiacciante grandezza rovinano innumerevoli esordienti. Sono autori il cui stile è così magnetico che genera file di imitatori i quali, non riuscendo mai ad avvicinarsi al loro modello, resteranno per sempre impastati nell’acredine. Ma non un’acredine sufficiente a far di loro dei Thomas Bernhard. Tra i responsabili più noti di quest’inconsapevole reato letterario troviamo il solito Gabriel Garcia Marquez, il volteggiante Milan Kundera, l’inarrivabile Jorge Luis Borges e, nella provincia chiamata Italia, Italo Calvino. Oggi mi dicono che esistono anche gli imitatori di Paulo Coelho.

Pochi autori, però, sono stati e sono pericolosi come Thomas Bernhard. Nei “favolosi” anni ’80 già s’insinuava la moda di leggere i suoi ultimi romanzi, a detta della critica i più maturi e riusciti. Quell’ipnotizzante monologare senza andare a capo e quell’Austro-patia, in cui bastava sostituire la propria nazione d’appartenenza, apparvero subito come una potente, dilaniante liberazione. Bernhard è un libertador della coscienza. Soprattutto della coscienza borghese che criticava. Quella che segue le mode letterarie, ad esempio. Come Fellini viene adorato dalla borghesia post-bellica democristiana perché ne indica con garbo sognante difetti e contraddizioni, come Nanni Moretti è idolatrato dalla borghesia conservatrice finta-stracciona di sinistra perché ne scimmiotta i tic, così il Grande Austriaco ci regala tutto il livore che dentro di noi proviamo inevitabilmente nei contesti soffocanti delle convenzioni sociali, soprattutto se ci si trova nell’umiliante ambito politico-giornalistico-artistico-culturale ben conosciuto ovunque.

Thomas Bernhard su il Garantista

Quanto avrebbe odiato queste parole, Thomas Bernhard. Quanto facilmente avrebbe distrutto con brio il suo autore, con la precisione di un sguardo impietoso e quindi lucido. E allora stuzzichiamone la memoria. L’insulto più grande per Thomas Bernhard è di ricordarne la nascita, il 9 febbraio del 1931, a Heerlen, in Olanda. “Odio i libri e gli articoli che iniziano con una data di nascita. Odio in assoluto libri e articoli che adottano un approccio biografico e cronologico; ciò mi appare di gran cattivo gusto e nel contempo la procedura meno intellettuale che ci sia.”

Per essere disgustosamente cronologici, la prima cosa da sapere è che il cognome di Bernhard, come ricorda Gitta Honegger nella sua ben argomentata biografia, fu il primo incidente che l’allontanò dalla famiglia, invece d’avvicinarlo. Il vero nonno di Thomas era uno scrittore di nome Johannes Fraumbichler. La nonna in realtà era sposata a Karl Bernhard, ma ebbe da Fraumbichler una figlia cui diede il cognome del marito cornuto e legittimo. Herta Bernhard, già lei figlia illegittima, va a lavorare in Olanda come donna delle pulizie e lì, nel 1931, partorisce Nicolaas Thomas Bernhard: figlio illegittimo di un falegname che non lo riconosce e che fugge in Germania, dove nel 1940 si suiciderà per avvelenamento a gas. Nel ’36 la madre si sposa ed ha due figli. Thomas resta l’unico in famiglia con il cognome della madre. Il patrigno si rifiuta di adottarlo e di dargli il suo cognome. Il conflitto con la madre si fa intenso. Viene spedito in un collegio per “bambini difficili” in Turingia. Poi in un ostello cattolico per ragazzi a Salisburgo.

Non sorprende che, circondato da tanto astio, guardato in cagnesco come “il bastardo,” per Bernhard il centro della famiglia resti sempre il vero nonno, quel sognatore, anarchico e bisessuale Johannes Fraumbichler che passò la vita cercando e fallendo nei suoi tentativi di diventare un grande scrittore, nonostante un primo e unico successo. Gli anni, pochi, in sua compagnia sono paradisiaci nella memoria di Bernhard.

Quasi tutti i suoi scritti, come sostiene Tim Parks nel NY Review of Books, hanno come fulcro un personaggio mono-maniacale ossessionato dal trionfo che ricorda Fraumbichler e su cui Bernhard modella il proprio carattere. Che sia la perfezione intellettuale di “Il nipote di Wittgestein” o i fallimenti paralizzanti della “Fornace,” il personaggio centrale è sempre una catastrofe per chi lo circonda e alla fine per sé stesso.

Thomas lascia la scuola a 16 anni per fare il garzone in una bottega di alimentari, ma prendendo lezioni private di canto (forse proprio ispirato dall’afflato artistico del nonno). I sogni da tenore soffocano a 18 anni in una tubercolosi curata con due anni d’ospedale. Mentre Bernhard sfiora la morte, sia il nonno idolatrato che la madre periscono davvero. Ciò lo sprofonda in un lunga depressione dalla quale emerge deciso a riconquistare pienamente la salute. E il mondo. Con l’aiuto di una nuova amica che ha 36 anni più di lui.arton1720-8d51a

Nelle sue passeggiate notturne non autorizzate dall’ospedale, conosce infatti la sua protettrice che diventerà suo pigmalione: Hedwig Stavianicek, vedova ed ereditiera di una famosa marca di cioccolato. La milionaria introduce il fragile, determinato e brufoloso 19enne alla più alta società austriaca. Inizia così una collaborazione come critico culturale con due giornali di Salisburgo e diventa subito una vera spina nel fianco di una società che rinnegava o nascondeva il proprio ruolo nell’Olocausto. Con una critica teatrale al limite dell’isterico, si conquista la sua prima causa per diffamazione e così la fama: ora i giornali parlano di lui. Abbandonato il giornalismo culturale, esplora la recitazione teatrale e scopre il suo ruolo migliore: il vecchio brontolone arrabbiato. Ora è perfettamente integrato nell’avanguardia austriaca. Seduce uomini e donne (non sessualmente, a quanto risulta), ma causa turbolenze emotive di qua e di là, riparando dalla “zietta” Stavianicek quando le cose si mettono male. Odia l’Austria, ma è in questo perfettamente austriaco (uno dei pochi punti in comune tra Austria e Italia). Alcuni concittadini lo accusano d’essere un Nestbeschmutzer, uno “sporca-nido.”

“Il passato dell’Impero Asburgico è ciò che ci forma. Nel mio caso è forse più visibile che in altri. Si manifesta in una sorta di odio-amore per l’Austria. Questa è la chiave di tutto ciò che scrivo.”

Ma Bernhard è limpidamente consapevole del fatto che la scrittura non ha il potere di alterare la società che critica senza rimorsi. Al contrario, l’artista è coinvolto nello show da baraccone. “L’immaginazione è un’espressione del disordine, dev’essere così” dice il pittore in “Gelo.”

Mi limito a trascrivere tre incipit di suoi romanzi, il cui stile non ha bisogno di ulteriori lodi: “Nel millenovecentosessantasette, nel Padiglione Hermann dell’Altura Baumgartner, una suora che vi svolgeva con solerzia infaticabile il suo lavoro di infermiera mi depose sul letto Perturbamento, il libro fresco di stampa che avevo scritto un anno prima a Bruxelles in rue de la Croix 60, ma io non ebbi neanche la forza di prendere in mano quel libro essendomi appena svegliato, erano passati solo pochi minuti, da un’anestesia totale durata parecchie ore che mi era stata praticata dagli stessi medici che mi avevano aperto il collo in modo da poter estrarre dalla gabbia toracica un tumore della grandezza di un pugno.” (Il nipote di Wittgenstein). “Un suicidio lungamente premeditato, pensai, non un atto repentino di disperazione. Anche Glenn Gould, il nostro amico e il più importante virtuoso del pianoforte di questo secolo, è arrivato soltanto a cinquantun anni, pensai mentre entravo nella locanda. Solo che non si è tolto la vita come Wertheimer, ma è morto, come si suol dire, di morte naturale.” (Il Soccombente). “Con quella che sul mio polmone fu detta ombra, un’ombra era di nuovo calata sulla mia esistenza. Grafenhof era una parola funesta, a Grafenhof dominavano in maniera esclusiva e con perfetta immunità il primario e il suo assistente e l’assistente di quest’ultimo, nonché le condizioni, tremende per un giovane come me, di un pubblico sanatorio per turbercolotici.” (Il Freddo).

82b6545c1a873c83a915ba4174e30d67I suoi libri hanno un successo internazionale.  Piace sia come autore teatrale che come romanziere e autore di racconti brevi. È prolifico e finisce in quella contraddizione creativa che lo caratterizza tra il profondo bisogno di esprimersi e l’ossessiva pulsione verso un isolamento supremo. È questa opposizione di poli a generare una delle voci più memorabili della letteratura europea.

Finisce così isolato dietro ad alte siepi, in un vecchio casolare di campagna nella frazione di Obernathal, in Austria. Dall’altra parte scorre la vita del villaggio della provincia, e gli adulti lo usano simbolicamente come spauracchio per i bambini. Lui ride amaro dell’inutilità di quel che scrive: “Perché applaudono?” si chiede, guardando i borghesi godere dei suoi spettacoli contro la borghesia, ma anche contro l’intellighenzia, contro tutto. Nell’89, il 12 febbraio, pochi giorni dopo il 58esimo compleanno, sapendo che doveva morire per malattie ai polmoni e al cuore, si uccide con un’overdose di medicinali. “Ogni cosa è ridicola, se paragonata alla morte.”

Leggerlo dà l’intensa impressione di riuscire ad assaporare, brevemente racchiusi nello spazio artificiale di performance letterarie uniche, un vero quadro delle contraddizioni che guidano le nostre vite. Il mondo è orrendo, le ruminazioni della mente che descrive quest’orrore non lasciano spazio ad alcuno ottimismo, ma i meccanismi inventati per esprimere il disastro in cui viviamo è sempre esilarante.

In questo sta il suo genio. Ascolti il vecchietto malmostoso decomporre tutto ciò che vedi e conosci, facendo scomparire, filo per filo, la grande “Matrix” che ci circonda.

Poi “l’agile salto improvviso del poeta-filosofo” (I. Calvino su Cavalcanti) ti fa esplodere in una risata.

Sul mondo, su noi stessi, sulla grande Commedia.

(pubblicato il 24 gennaio 2015 sulla pagina di Cultura de il Garantista)

“Libri. Carlo Pizzati racconta il suo Sudamerica, oltre il mainstream” la recensione di Leonardo Merlini

pizzati_nimodo4Milano, 5 gen. (askanews) – Un itinerario rocambolesco attraverso il Sudamerica, le sue mitologie rivoluzionarie e le sue costanti contraddizioni; una faticosa storia d’amore tra un giornalista italiano e una (quasi) inafferrabile bionda cilena; una riflessione lucida e disincantata, ma non per questo disfattista, sul mestiere e il senso del giornalismo; un oggetto letterario che sfrutta gli strumenti del mainstream e l’atteggiamento dei bestseller per porre quelle domande profonde e urgenti che sono tipiche della migliore letteratura. Potete scegliere da quale cancello entrare nella lettura di “Nimodo”, il secondo romanzo di Carlo Pizzati, che esce per Feltrinelli Zoom, il marchio editoriale digitale della casa editrice milanese. Un libro che sorprende in tanti modi, che a volte lascia perplessi per la velocità irrefrenabile della trama, ma che ha sempre la forza di ricomporre i pezzi, di ridare ordine al turbinio degli eventi, di riflettere sull’atto di scrivere mentre si sta scrivendo e, quindi, di generare una gamma di emozioni che vanno dalla semplice lettura appassionante al ragionamento sul modo in cui le storie si possono vivere e raccontare (oltre che sul modo in cui ci raccontano). Sempre ricordando, come già ci suggerisce il titolo che riprende un modo di dire venato di fatalismo della lingua spagnola, che “quando le cose sono andate irrimediabilmente male e non è più possibile intervenire per cambiarle è più saggio abbandonarsi al ‘ni modo’ che impuntarsi nel ‘can do’”. Anche questa è una delle possibili lezioni (ma “lezione” è un termine che non rende l’idea, bisognerebbe forse dire “informazione”, pensando anche a Martin Amis) del libro di Pizzati.

Possibili, perché in realtà “Nimodo” sembra fare di tutto per apparire chiaramente riconoscibile come oggetto letterario, ma poi, nei fatti, la quantità di registri del lavoro di Pizzati e il gioco stesso che lo scrittore (che in questo svela il suo talento, non riconducibile a semplici logiche di genere, come aveva già dimostrato il precedente romanzo “Criminàl”) mette in atto con i livelli di lettura, fanno di questo ebook qualcosa di più ricco e meno definibile. E la complessità – della storia del Sudamerica, delle posizioni ideologiche, dell’amore, dello stesso mestiere di chi si deve mettere a raccontare ciò che vive – è forse il vero argomento di cui racconta “Nimodo”.

La trama: il protagonista è Italo Prazzic, giornalista triestino trentenne inviato in Sudamerica per un grande giornale italiano che, da Santiago del Cile, decide di seguire una misteriosa ragazza bionda che per un breve tempo ha realizzato una performance vivendo in una casa di vetro nella capitale cilena. Con lei, la rivoluzionaria Patricia, Italo attraverserà tutto il continente in modi talvolta francamente clamorosi (e al limite del credibile, va detto, ma questo aspetto non è così importante, e poi Pizzati questo mestiere lo ha fatto davvero e si sa che il Sudamerica è il continente dove tutto, soprattutto in letteratura, è possibile) e la sua storia si intreccerà con quella di Fidel Castro, dei resti di Che Guevara, con le Farc colombiane, con il subcomandante Marcos degli Zapatisti messicani e con i fantasmi della dittatura di Pinochet. Viene in mente Roberto Bolaño che, in un memorabile saggio, scrisse che anche personaggi come Kafka e Wittgenstein “volevano solo scopare”, ma anche qui, nonostante la sconfinata ammirazione per il coraggio dello scrittore cileno, dobbiamo dire che questa lettura sarebbe riduttiva (anche se il desiderio per Patricia è uno degli elementi che caratterizzano il personaggio di Italo, ma più rilevante poi in lui è la necessità di scrivere per dare una forma “reale” a tutto quello che ha vissuto, la sua “funzione” di personaggio). E a questo proposito va detto che Carlo Pizzati riesce anche a scrivere una lunga scena di sesso, cosa difficilissima, senza scivolare nel ridicolo o nel morboso e, al tempo stesso, senza assumere pose sfrontate, per dire, alla Philip Roth. Così come depone a favore della solidità dello scrittore il modo sobrio, ma commovente, con cui Pizzati racconta un trip da peyote di Italo.

Lungo tutte le pagine del romanzo scorre anche il tema del fare giornalismo, Prazzic e il suo “rivale” Rizzo Placati – inviato del grande giornale concorrente – sono figure paradigmatiche di un mestiere che cambia, che vive di espedienti e spesso anche di bassezze politiche molto riconoscibili nel panorama italiano. Ma, e questo ma è decisivo, “Nimodo” è un romanzo che non specula su questi aspetti: li mostra chiaramente mostrando però che esiste, anche in questo mondo, una vera passione per le storie, per andarle a cercare e, soprattutto, a raccontare. E così la scrittura è il vero battello ebbro che scivola sulle onde travolgenti del romanzo di Pizzati che, alla fine, quando al lettore comune potrebbe anche essere scappata una lacrima di commozione, piazza una doppia stoccata silenziosa ma inesorabile, prima parlando di “uno dei più gravi errori” della vita di Italo (e così manda all’aria ogni possibile funzione consolatoria del racconto dimostrando finalmente che anche gli scrittori italiani sanno essere letterariamente feroci, pure raccontando la biografia professionale di un semplice giornalista) poi chiudendo la narrazione con una virata di 360 gradi che in qualche modo fa del libro una storia circolare, nemmeno fosse un racconto di Borges, e, una volta di più, rimette in discussione tutte le possibili certezze costruite durante la lettura.

E qui, su questa incertezza scoscesa, ecco che noi restiamo soli e abbandonati. In pratica il massimo che un buon libro possa farci provare. Nessuna risposta, solo tante, tantissime domande. “Ni modo”, verrebbe da dire, oppure una cosa tipo “E’ la letteratura, bellezza”.

(testo integrale della recensione a “Nimodo”di Leonardo Merlini ripresa da Internazionale a questo link)

Nimodo di Carlo Pizzati

Esce oggi il mio secondo romanzo, nella collana ZoomWide di Feltrinelli.

Ecco la descrizione dell’editore:

“Una storia d’amore con inseguimento che attraversa tutta l’America Latina, dal Cile a Cuba passando per il Guatemala e il Messico tra banditi, mangiatori di peyote, guerriglieri Farc e zapatisti. E lo scheletro di Che Guevara.

Un giovane corrispondente viene risucchiato in un’avventura ai limiti del credibile – o forse oltre i limiti – dalla bellissima e conturbante Patricia, la Chica de Crystal che vive in una casa fatta di vetro nel centro di Santiago del Cile. Patricia che l’ha catturato sin dal primo sguardo e che non lo lascerà più andare, trascinando il giovane Italo lungo tutto il Sud America, alla ricerca della più sacra fra le reliquie del mondo moderno. E della più inafferrabile fra le passioni, quella che ci lega a ciò che ci sfugge dalle mani, un respiro dopo l’altro.

330 pagine € 6.99″

Qui il link ad Amazon per acquistarlo.

Buona lettura!

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The revival of deep reading online. by Carlo Pizzati

Nietzsche? Huh.

No, wait, the most senior student in the class shyly raises her hand.

“German philosopher? 19th century? Nihilists?”

Yes, I say, trying to thread on more recent cultural grounds:

“Anyone remember the Big Lebowski? ‘We are nihilists, we believe in nothing…’ ?”

Empty stares, absolute zero among these millennials. The average age in my postgraduate class is 22 years old. Here in India, universities ends sooner and graduate work stars earlier, and also here at the Asian College of Journalism in Chennai.

medium is the message cake

In this class we have tried to develop an “Independent Gaze,” the title of this series of lessons on the relationship between information and internet. The subtitle is so long that someone thought it was in and of itself the first lesson: “The metastasis of communication and the anorexia of information.” This last eating disorder metaphor is borrowed from Slavoj Zizek.

Slavoj what?

We stuffed our heads with new names – new to these minds not necessarily  informed by the Western model. From “Information Anxiety” of Richard S. Wurman to the most recent “The invention of the news” by Andrew Pettegree, by way of Marshall McLuhan, Ben Franklin and Thomas Jefferson’s visions at the foundations of American journalism with its constant conflicts, to then study pissed off French intellectuals like Pierre Bourdieau, Jean Baudrillard, Paul Virilio, and move onto recent arguments developed by Lee Siegel in “Against the machine” and the topic’s milestone book by Nicholas Carr, “The Shallows,” on how our brain is allegedly transforming with the use of Internet, whilst not forgetting Morozov’s j’accuse on the presumed impact of the internet in contemporary history.

Sontag, Barthes, Berger and Camille Paglia made us understand how images win over text, just when Facebook announces that in a few years it will become predominantly a video channel. These are important themes, here, when in the past weeks the Indian capitals of Information Technology, just like our very own Chennai, have been visited by the likes of Zuckerberg form FB, Bezos for Amazon and Microsoft’s Nadella.

Thus we have arrived to the present and to understand what this famous New Intelligence is. The hate of originality, the hymn in favor of plagiarism, the cut and paste creativity glorified by Jonathan Lethem and Co. There’s even an “Uncreative writing” class being taught in an American university, naturally. Originality is off limits, and it is mandatory to copy everything from Internet.

At first, these millennials admitted having serious problems concentrating while reading online even short texts, even a few paragraphs, confirming what good old usability guru Jakob Nielsen used to say. Then they were obligated to do their homework on a blog. They were free to answer even with a poem or an image, or a tweet, if they wished to – as long as it was possible to relate it to a comment on the text for the assignment. Instead, they all articulated with words, their reactions and comments getting better and better with time, sometimes adding an image, or a chart with numbers and tables (meta-data is a global trend).

Now, at the end of the course, they seem to be realizing that they are able to read longer and longer texts online. They can reflect upon the text and use it in their school work for the required assignment. Of course, at the same time, they are snapping pictures with their phones to photograph the written slides projected on the wall behind me. It’s the e-learning age, they got tired of transcribing with a pen, after a while. No matter how much I insisted on the importance of focusing your thoughts through the continuous motion of your hand on paper. Quoting what Nietzsche said about his first impression of how using a typewriter affected his writing didn’t seem to help much.

A young student admitted that he goes online mostly looking for opinions about cricket, so that he can formulate better his own commentaries and analysis of this sport. Then he lets himself float away on the buzz of internet surfing which feels more pointless, lost in what maybe is also an informative and relaxing world of social media. But it became apparent to everyone that it is possible to read long texts online, drawing a true and serious intellectual growth from it, and at the same time using internet for pure fun on Twitter or Facebook.

This brought us to what is being explained by David Dowling from the University of Iowa, in the extremely long analysis that was the last reading assignment: “Escaping the Shallows – deep reading’s revival in the digital age.” As the paper explains, there is a clear contemporary tendency in exploring, comprehending and reading long texts; ebooks; analysis; long editorials; reportage; investigations; essays. Even if they are online.

The medium is the message, sure. But this doesn’t necessarily mean that a specific phase in the relationship between society and a new mean of communication is the only message of the very same medium.

Translated: if during an adjustment period we feel incapable of reading long texts in a new medium because of distractions, it doesn’t necessarily follow that our plastic brain won’t adapt and recover the necessary focus in order to enjoy long narrative or complex and extended reasoning, even if read online.

Naturally, if you have read this online, until here, you are also part of this “new” category. Congratulations.

There are phases of adjustment, well documented by academics in the field with graphs, proving that what appears as a landing point in our relationship with a mean of communication rarely is so. This does not mean we should abandon ourselves to an unchecked optimism leading us to believe in the best of all possible outcomes for humanity, always and no matter what. It certainly is not the case.

But the result improves also thanks to luddites and Cassandras like Nicholas Carr who actually  warn us on the worst and most stultifying aspects of our relationship with the new medium.

It is also thanks to them that this relationship grows and, as seems to be the case now, finds a system that is more useful to power up our intelligence instead of eroding it.

Perché i giovani (disoccupati) devono leggere Turgenev (di Carlo Pizzati)

Ho due nipoti disoccupati di 21 e 23 anni. Non sono tipi da università e non hanno lavoro. Normale. Il tasso di disoccupazione giovanile è oltre il 40 per cento, se non sbaglio. Mi sono spesso ritrovato, negli anni, nel ruolo scomodo dello zio che dispensa consigli. Orrore. Riesce davvero difficile dare consigli pratici in questa realtà, ma l’altro giorno mi sono reso conto, forse per disperazione, d’essere passato ai consigli poco pratici.

A uno dei nipoti in cerca di lavoro e di una direzione nella vita ho detto: “Leggi ‘Rudin’ di Turgenev. Ti spiegherà l’importanza di prendersi in pugno la propria vita. No, non è un manuale di auto-aiuto. È letteratura russa.”

Non credo che lo leggerà, ma rendo pubblica qui la motivazione di questo consiglio esteso a tutti i figli degli anni ’90, alcuni dei quali incontro due volte la settimana, questo semestre, in un’aula universitaria.

Perché “Rudin”? In realtà Rudin finisce un po’ male. Anzi, il suo afflato verso l’azione, dopo una vita da inerte e ciarliero “uomo superfluo” lo porta a un epilogo tragicomico. Ecco, mi hai detto il finale, spoiler alert! spoiler alert! Tranquillo, nipote, l’importanza di leggere “Rudin,” il primo romanzo di Ivan Sergeevic Turgenev, ha poco a che vedere con “il plot.” Non è una serie tv.

Turgenev nacque il 9 novembre del 1818 in una Russia che ci ha regalato una delle più intense e utili letterature del mondo. Salvò dai debiti di gioco Tolstoj e aiutò Dostoevskij in frangenti simili. Poi si fece condannare a un mese di carcere per pubblicato a sue spese e contro il veto della censura, un ispirato necrologio per Gogol. Idolatria, fu l’accusa, per aver osato dire che bisognava chiamarlo “Grande Gogol,” come uno zar.

Il suo “Rudin” è un Romanzo che si dice rappresenti la generazione dei ventenni degli anni ’40 di due secoli fa. Cos’ha dunque tutto ciò a che vedere con i nostri ragazzi nati negli anni ’90, i cosiddetti Millennials? “Rudin” parla di carattere, di personalità, di tendenze umane che sono atemporali e nelle quali è ancora possibile riconoscersi (a tutte le età).

La morale di questa novella, come Turgenev la definì, è che ciò che sconta nella vita non è quel che conquisti, ma come vivi. Beh, la morale più semplicistica.

“Rudin” va in realtà molto più a fondo. I fatti di cui parla si svolgono tra la Guerra di Crimea e le rivoluzioni europee del 1848. Rudin è un trentenne con i vestiti troppo stretti, come se ci fosse cresciuto dentro (i corsi e i ricorsi della moda, sorella della morte, figlia della caducità, come scriveva il Leopardi!). Ha la lingua svelta e acuta, ma nonostante la sua eloquenza non riesce a realizzare ciò di cui parla. La scena chiave per capirlo è quando Natasha, figlia della padrone di casa dov’è ospite da mesi, gli rivela che la madre è contraria al loro nascente amore. Rudin, invece di combattere romanticamente per la relazione, come vorrebbe Natasha, le dice mesto mesto che devono “sottomettersi al destino” e obbedire a mammà. Natasha lo scarica subito, giustamente. E sposa un altro.

Rudin è “quasi un Titano a parole, ma un pigmeo nei fatti.” Quanti ragazzi possono riconoscersi in questa definizione? L’amico d’infanzia Leznehv gli si contrappone come l’uomo normale, senza grandi ambizioni. Noiosissimo. Un petit-beurgeois. Che infatti si sposa, fa soldi, conduce un’esistenza senza scosse: un uomo da bruciare, per i sorcini in ascolto.

Invece Rudin, quest’uomo superfluo, loquace e introspettivo, rappresenta il prototipo amletico che Turgenev sviluppa in un importante discorso tenuto nel 1860 su “Amleto e Don Chisciotte.” L’autore russo identifico in queste icone letterarie due tendenze caratteriali presenti in tutti noi. L’egoistico Amleto, troppo assorto nella riflessione per agire, e l’entusiasta e spensierato Don Chisciotte che è sempre pronto all’azione. Anche se insensata.

Sì, Don Chisciotte è il coraggioso rivoluzionario che rischia di diventare un “militonto,” un pazzo scatenato che vede draghi nei mulini a vento (gombloddisda, per capirci). Ha fiducia nella Verità e in qualcosa di Supremo. È un tipo sincero, guidato dalla forza di volontà. È comico, ma molto amato.

Amleto è la sua antitesi. Dovrebbe vendicare l’uccisione del padre, ma è roso dal dubbio, dall’inazione. Uccide lo zio quasi per errore. È troppo analitico per auto-immolarsi. O per rischiare. È come Rudin. Uno dei suoi pochi meriti è quello di riuscire a educare gli altri. Con il pensiero, non con l’esempio.

Così Rudin trasforma la sua vita. Decide, dopo aver abbandonato Natasha e la villa dov’era ospite, di agire. Un Amleto che vuol diventare un Don Chisciotte. Prova ad amministrare un podere per conto di un amico, tenta di drenare un fiume per renderlo navigabile, diventa insegnante. Per un po’. Prova con tutta la sua forza a “prendersi in pugno.” Cambiare: l’oppio di questa realtà. Il problema è che è troppo Amleto, per cui fa una fine donchisciottesca, senza aver trovato una giusta misura tra le due pulsioni. Per questo credo che Rudin sia una buona lettura per scardinare gli Amleti e per avvertire i Don Chisciotte.

Si dice che “i giovani non leggono” (tranne libri per “gggiovani,” naturalmente). Chissà se è davvero così. Entrare in una storia profondamente, lasciarsi coinvolgere, identificarsi, è un primo passo per salvarsi. Quando i nostri meccanismi sono così aderenti a quelli della narrazione, è più probabile che avvenga una mutazione, che nasca una nuova idea, un nuovo progetto. Così come l’eroe si trasforma, possiamo farlo noi.

Funziona anche così la magia alchemica della letteratura.

Può servire a capire come un Amleto può diventare un po’ più Don Chisciotte. O viceversa.

Senza farsi ammazzare sulle barricate della vita.

(pubblicato sulla pagina Cultura de il Garantista il 19 ottobre 2014)

turgenev finale

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