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“L’eroe lava-macchine” – capitolo 12 del romanzo “Nimodo” ambientato al funerale di Che Guevara

L’afa era stata spazzata via dalla pioggia che aveva sorpreso Italo mentre girava in macchina per la città. Parcheggiò e scappò in un bar. Poi attese sulla porta che l’acquazzone tropicale si calmasse. Quando il cielo si fu scaricato, un vecchio con un barattolo pieno d’acqua e una spugna gli chiese se in cambio di un dolàr poteva strofinare la jeep, presa in affitto all’Avana. La camicia era strappata, dalla tasca dei pantaloni spuntava una bottiglia di rum da supermercato. Era difficile indovinarne l’età, dietro allo sguardo consumato e alle rughe del viso. Puliva con energia, ancora forte e agile. Era rapido e preciso, nonostante fosse manifestamente ubriaco. Terminato il lavoro, Italo gli allungò un dollaro. Lui lo prese, lo guardò, poi disse: “Ma non mi conosci?”.
“No, non la conosco, almeno non ricordo, dove ci possiamo essere incontrati?” rispose Italo.

“Mi offri un bicchiere?”, disse il lava-macchine e aggiunse: “…allora non mi riconosci?”

“Chi sei? Che cosa posso fare per te?” sbottò un po’ spazientito Italo.

“Te l’ho già detto: offrimi da bere.” E sorrise. Così Italo lo invitò a bere un bicchiere nel bar. Il vecchietto alzò il pantalone destro per mostrare una cicatrice viola appena sopra alla caviglia.

“Questa risale al dicembre del 1958. Accadde nella piazza principale, qui a Santa Clara, pochi giorni prima della battaglia più importante della rivoluzione cubana. Quella guidata da Ernesto Che Guevara. Tu non mi riconosci, forse, ma qui tutti sanno chi è Raul Alberto Acevedo, cugino del rivoluzionario Enrique Acevedo. In città mi chiamano ‘l’autista’. Se hai tempo ti spiego il perché…”, disse il lava-macchine preparandosi a raccontare la sua storia.

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“Avevo 17 anni, facevo il contadino, quando i soldati di Batista uccisero i miei genitori. Presi il fucile per arruolarmi nel ‘Movimento 26 luglio’. Mio fratello Enrique mi chiese di girare a tutto gas nella piazza come bersaglio mobile per capire dov’erano i cecchini dell’esercito di Batista. Dopo il terzo giro, mi ferirono alla gamba, qui, sul polpaccio. Per questo mi chiamano el chofèr, l’autista. Eravamo sempre nella piazza a giocare con i cecchini capitalisti quando il Che ci radunò e disse: ‘Hanno ucciso El Vaquerito, un uomo che ne valeva mille. Dobbiamo vendicarlo. Liberiamo Santa Clara e poi libereremo tutta Cuba!’. Abbiamo fatto deragliare un treno carico d’armi. È bastato quel binario rotto, con quei fucili abbiamo fatto piazza pulita dei soldati di Batista. Adesso passo i miei giorni così, lucidando le auto di chi ha i dollari. Ho una pensione dello Stato, medaglie e decorazioni. Ma se resto a casa, comincio a pensare ai morti, al sangue. Meglio la strada. Ho più di 60 anni, ma non voglio vivere nel passato”.

Italo gli pagò il bicchiere e lo salutò pensando al Comandante Che Guevara, le cui ossa dopo 30 anni dovevano essere seppellite con una gran cerimonia al mausoleo di Santa Clara, senza riuscire a evitare il prevedibile discorso nostalgico di Fidel Castro che con la sua voce pastosa, tra gli sbadigli nascosti del pubblico, avrebbe sentenziato come faceva sempre: “Mi ricordo quegli anni nella selva…”.

Cosa direbbe el Che, oggi, della fine che ha fatto il suo compañero Raul Alberto Acevedo?, pensò.

Era già tramontato il sole quando Italo cominciò la sua passeggiata. I riflettori del mausoleo illuminavano l’enorme statua del Che, immortalato nel bronzo mentre s’incammina verso l’Avana, impugnando un fucile. Il giorno dopo avrebbero seppellito i suoi resti, sui quali appena una settimana prima, senza saperlo, si era spezzato un’unghia e ora si trovava lì, solo, davanti al Che di bronzo, cui avrebbe voluto chiedere: “Cosa ne dici della fine che ha fatto el chofèr?”.

Nel negozio “Villa Clara”, sulla piazza principale, Italo vide che vendevano anche lì i “santini” con le foto del Che, portachiavi a forma di sigaro del Che, posacenere con la faccia del Che, la sua opera omnia, dal diario alle sue riflessioni, foto nelle pose più disparate (memorabile quella dove dorme a bocca aperta).

Su Calle El Machado, fuori dalla sede del Partito Comunista Cubano un’insegna al neon ritraeva il Guerrigliero Eroico ingessato per i postumi di una ferita, a tre metri Italo osservò la vetrata luminosa di una chiesa con l’immagine di un “barbudo” ben più famoso, un Cristo che diceva: “Venite a me”.

Sulle facciate delle case fatiscenti di Santa Clara, fuori dalle vie principali, contò i buchi delle pallottole sparate dal Che e dai suoi guerriglieri. Era sforacchiata anche l’entrata del paladar “el Milan”, uno di ristoranti privati che Castro tollerava, ma spesso costringeva a chiudere per scoraggiare la crescita di una classe media fatta di tassisti, ristoratori, affittacamere e prostitute. Ogni tanto Castro aumentava le imposte per bloccare il ritorno della borghesia.

L’isola era ancora cristallizzata in quella cartolina d’edifici che cadono a pezzi, vecchie Studebaker sferraglianti, campesinos che tagliavano la canna da zucchero, uomini in biciclette senza freni e ragazze ammiccanti.

Passeggiando la sera attorno alla statua eretta in preparazione del funerale del Che, ora che erano finalmente arrivati i resti dalla Bolivia, Italo si trovò a interrogare un fantasma. Forse era l’immaginazione, ma per un istante gli sembrò di vedere una lacrima sotto agli occhi profondi del Che nel murales che sovrastava la piazza di fronte all’albergo dove stava rientrando a pernottare.

Nella hall dell’Hotel Santa Clara Libre, vide un poster che invitava i turisti stranieri a visitare tutta l’isola: “Cuba ti aspetta!”

Passò di lì un ragazzo, un portero che trascinava le due grosse valige di una coppia di turisti tedeschi e vedendo Italo assorto di fronte al poster, gli sorrise e si lasciò scappare una frase: “Sì, Cuba ti aspetta…Ma non sai cosa t’aspetta a Cuba…”

  *           *           *

Eppure gente che in America Latina si è battuta per mettere fine alle discriminazioni ce n’è stata, nei secoli. Bolivar detto “il Garibaldi delle Ande”, Emiliano Zapata e la sua revolucion e José Martì, lì a Cuba che scriveva degli Stati Uniti: “Sono stato nel mostro…dentro la sua pancia bianca”. E ora i cubani facevano il verso a quella frase dicendo: “Sono stato nel mostro…e non sai quanto mi manca!”.

Italo pensava a quelli che avevano lottato per “la Raza,” il “Popolo”, mentre, disteso a letto della sua stanza affacciata sulla piazza centrale di Santa Clara, indugiava nelle luci della prima mattina, chiedendosi perché questi eroi sudamericani, quelli che hanno lottato per un po’ di eguaglianza, sembrassero sempre più veri e più eroici di quelli americani o europei. Pensava al “Che”, ma anche a Camilo Cienfuegos, rivoluzionario ancora più amato di Guevara, che scomparve misteriosamente nei cieli del triangolo delle Bermuda. Si diceva che era stato Castro ad eliminarlo perché temeva una sua ascesa politica, ma nessuno lo aveva mai dimostrato.

Italo fu distratto dal rumore di tamburi che rollavano marziali giù nella piazza che aveva trasformato in eroe il suo lava-macchine alcolista.

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S’affacciò e vide una fiumana di cubani e poi bandiere con scritte in tutte le lingue. Cinquecentomila persone si preparavano a snodarsi tra le strade di Santa Clara per rendere omaggio all’urna con le ossa del Guerrigliero Eroico.

Il funerale del cadavere del marxismo, pensò Italo, guardando giù e sperando d’intravedere Patricia in quella folla. Guardò l’orologio a muro e vide che erano già le 8:30. Dalla biblioteca dov’era stata esposta per tre giorni al pubblico uscì, portata a braccia da due militari, l’urna con le ossa e poi le altre cinque urne con i resti degli altri combattenti. Furono depositate ognuna in un carretto.

Italo uscì nei corridoi, al decimo piano, per scendere in strada e s’imbatté in un gruppo di cuochi che si spintonavano accanto all’unica finestra. Un elicottero sorvolò tre volte la piazza.

“È lui, è Fidel!” urlò un ragazzo con il cappello bianco, indicando l’elicottero.

“E che ne sai tu, che sei solo un cuoco!” gli disse ridendo una cameriera.

Arrivato in strada, Italo vide che la piazza era circondata da una fila di scolaretti e scolarette in uniforme viola e senape che si snodava lungo il vialone principale su su, fino al mausoleo, fino ai piedi della statua alta sette metri del Che, che, armato di fucile, si avviava gigantesco verso l’Avana.

“Non veniamo solo a seppellirlo, ma soprattutto a dimostrare il nostro rispetto”, sentì dire a una ragazzina dall’aspetto saputello.
Quando passò il corteo di jeep agganciate delle sei piccole bare, si misero tutti sull’attenti e salutarono in stile militare, la mano aperta sulla fronte. Una bimba svenuta fu trasportata di corsa dai barellieri. Stringeva ancora in mano la bandiera cubana.

In mezzo alla folla Italo vide sbucare la bandiera rossa di Rifondazione comunista. Si avvicinò e sentì un uomo dall’accento brianzolo commentare: “La cosa che più mi ha colpito è stato che camminavamo fianco a fianco ai militari armati di Kalashnikov. In Italia, di solito, quelli in uniforme e con le armi stanno dall’altra parte.”

Giunsero tra l’enorme folla che ascoltava qualcuno intonare la sua messa laica in onore dell’eroe, da un palco gremito di uomini in divisa.

Su un immenso cartello che sovrastava la folla, Italo vide il Che condannato a sorridere per l’eternità con quel suo viso dolce e romantico. Anche se, pensò, non c’erano poi tante ragioni per sorridere.

E mentre il lider maximo iniziò la sua tiritera fu inevitabile rivolgere lo sguardo a quel viso carismatico. Il tempo non sembrava avere contaminato né diluito l’incredibile fascino che esercitava il “comandante Guevara”.

Il Che, dopo decenni, era ancora quel Cristo senza Dio che predicava l’ Uomo Nuovo.

“Imbalsamato dalla retorica ufficiale quando era ancora in vita, ma mai mummificato, forse proprio grazie all’autoironia”, così avrebbe scritto Italo sul giornale all’indomani del funerale. “ Un combattente bohémien, disordinato e caotico ma, paradossalmente, disciplinato e puntuale. Una miscela di grande umanità e di estrema durezza, un uomo capace di grandissimi gesti d’amore e di una freddezza degna di un ghiacciaio della Patagonia. Inflessibile con la debolezza altrui e ancora più severo con la propria, bacchettone e intellettuale; un monaco ossessionato da una rivoluzione che non è mai divenuta mondiale, come sognava lui, ma che si è fermata là dove aveva avuto inizio grazie anche a lui, un sognatore che ha sempre creduto in un estremo valore: il sacrificio. Ma la rivoluzione che il comandante Guevara voleva esportare è fallita.”

Non esisteva più, pensava Italo, guardando sfilare il corteo funebre, soprattutto non in America Latina, dove per la prima volta si poteva cominciare a credere nell’avvento della democrazia. Le teorie di guerriglia dell’argentino sembravano più anacronistiche che mai.

Lo ricordava anche Fidel nel suo discorso privo di commozione: “Non tutte le epoche e le circostanze richiedono lo stesso metodo, la stessa tattica”, dichiarava sul palco delle autorità, sotto un sole cocente.

Poi ventisei cannonate salutarono la salma e mentre le sirene di tutte le fabbriche della nazione urlarono, l’urna fu depositata nel mausoleo dove era stata preparata una sorta di stanza funerea in stile giungla.

“Per resistere all’embargo, per arrivare alla vittoria – urlò Fidel dal palco – seguiremo sempre il suo esempio. Niente era impossibile per lui e l’impossibile lui era in grado di renderlo fattibile!”

In quel momento, lo sguardo di Italo scivolò sulle autorità sedute in seconda fila sul palco. E la vide.

Patricia, luminosa e vibrante di energia e gioia.

Abbracciava e baciava con entusiasmo rivoluzionario un uomo in divisa, un cinquantenne un po’ sovrappeso, con la barbetta grigia tenuta corta e spessi occhiali da professore universitario miope.

Poi Fidel volle premiare i responsabili del ritrovamento del corpo del Che. “La donna che dopo tanti anni è riuscita a ritrovare il nostro eroe!” gridò, chiamandola sul palco. Italo spostò di nuovo lo sguardo su Patricia, aspettandosi di vederla fare un passo verso il leader cubano.

Si fece avanti invece Myriam, il medico che aveva curato la ferita all’unghia di Italo e gli aveva dato il sonnifero a Vallegrande. La donna si inchinò e ricevette la medaglia al valore sorridendo appena. Tornò al suo posto, accanto al quale sedeva Boris, vestito in tuta militare, serio e compassato.

Poi fu premiato l’uomo che meglio di ogni altro stava continuando la missione del Che in America Latina, così disse Fidel Castro. E fu chiamato sul palco il cinquantenne con la barbetta grigia, in uniforme verde-oliva, maniche arrotolate fino ai bicipiti e pantaloni con grandi tasche infilati negli anfibi, come se fosse pronto a prendere d’assalto un carro-armato di imperialisti capitalisti.

“I nostri cuori e le nostre braccia sono con Raul Reyes, portavoce e lidèr delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, erede del Guerrillero Heroico che oggi con onore salutiamo! Viva Raul! Fuerza Raul!” gridò Fidel, sgolandosi quanto gli era possibile, vista l’età e la raucedine.

 

Capitolo tratto dal romanzo “Nimodo” di Carlo Pizzati (Feltrinelli 2014) disponibile cliccando qui.

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