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Tra le madri-padrone e gli uomini-tigre nella Dimora delle Nuvole indiana

IMG_5856pubblicato su “la Stampa” il 18 marzo 2017 – di Carlo Pizzati

Shillong, Meghalaya – Esiste uno stato chiamato la Dimora delle Nuvole dove le madri sono le uniche padrone, dove di notte gli uomini si trasformano in tigri, e dove se un padre s’azzarda a dare il proprio cognome al figlio può esser cacciato dalla tribù, e in teoria finire in prigione per un anno.

Non pensate, di fronte alla parola “tribù,” a un cerchio di gente seminuda attorno a un fuoco pronta ad avvelenarvi con le cerbottane. Per “tribù,” qui a 1500 metri sul livello del mare, tra le montagne brumose dello stato indiano di Meghalaya, a due passi dal Bangladesh, quando si dice “tribù dei Khasi” s’intende una serie di clan, ovvero famiglie estese che hanno una genealogia di 2000 anni fa che risale alla “Nonna alle Radici,” o “iawbei tynrai.” Qui infatti resiste ancora uno dei 30 sistemi matrilineari del mondo.

I Khasi si vestono, scherzano, ridono, bevono e lavorano proprio come noi, tranne forse cantare un po’ meglio perché i cori di Shillong, capitale dello stato di Meghalaya (che significa appunto “dimora delle nuvole”), una delle Sette Sorelle nel Nordest, sono famosi in tutta l’India.

I coloni della East India Company la soprannominarono “Scozia d’Oriente,” ma sarebbe più preciso “il Galles dell’India,” perché nel 1840 fu un falegname calvinista gallese, Thomas Jones, a portare l’alfabeto, la sega, tecniche edilizie e le prime trascrizioni di una cultura orale legata alla sciamanesimo e alla magia attraverso i mantra guaritori. Non è una coincidenza che l’inno nazionale dei Khasi sia la stessa melodia di quello del Galles, ma con parole nella lingua autoctona.

Ciò che però rende famose queste alture con 3 milioni di abitanti, oltre alle tigri-mannare del misticismo animista in cui crede ancora il 37 per cento dei Khasi, è proprio la struttura matrilineare, anche se non matriarcale, poiché ufficialmente il capofamiglia resta sempre lo zio materno. Ma quando un uomo si sposa, deve andare a vivere nella famiglia della moglie, dove l’ultimogenita è sempre l’erede universale, custode del lignaggio e delle proprietà.

Ma da dove arriva la Nonna delle Radici, la prima Madre? La mitologia Khasi è affascinante perché descrive un popolo atterrato dal cielo sulla vetta di una Montagna Sacra, dove una spedizione ha di recente scoperto asce, scodelle, tracce di insediamenti e ferro risalenti forse al dodicesimo secolo prima di Cristo. Che la famiglia matrilineare risalga fino ad allora? “Non si può escludere,” dice Desmond Kharmawphlang, direttore degli studi culturali della North East Hill University.

Esistono almeno due spiegazioni per la prevalenza del matronimico sul patronimico. La prima è che i padri venivano spesso uccisi in guerra e per tenere saldo il clan, l’unico modo era dare ai figli il cognome della madre. L’altra è che ci fosse un sistema simile a quello di alcune tribù africane dove la paternità era incerta e il cognome materno era garanzia d’appartenenza. “Mater semper certa est, pater numquam,” diceva, prima dei test del DNA, la legge dell’antica Roma.

“Non è niente male fare la capofamiglia,” dice la dinamica Suzie Syem, professoressa di psicologia alla North East Hill University: “È bello avere più potere, ma ci sono anche un sacco di responsabilità.” Sua cugina Joy Syem, che dirige un centro per i diritti delle donne, conferma: “È vero le ragazze hanno più fiducia in sé stesse, ma le donne hanno più doveri che diritti e lavorano più degli uomini,” cosa riscontrabile comunque nel resto dell’India.

Ciò che invece contraddistingue i Khasi dal resto dell’India è la gioia nel reparto ostetrico degli ospedali quando nasce una bambina. La dinastia è garantita ed è festa. Nelle famiglie senza femmine la legge dei Khasi suggerisce di adottare una bimba e farle fare la capofamiglia.

E gli uomini? C’è chi è contento di avere meno responsabilità, c’è chi è frustrato, complessato da questo ruolo indebolito. Da quando è arrivata la tv con i film di Bollywood e i loro prototipi culturali super-maschilisti sono aumentate le violenze in famiglia e l’alcolismo, nutriti anche da una forte disoccupazione. Tarun Bhartya, documentarista del Bihar sposato a Angela Rangad, che è una Khasi, riferisce le preoccupazioni del figlio maschio di 10 anni: “Mi ha detto: ma papà, quand’è che devo andarmene di casa?”

Si è così creata un’associazione di 4000 iscritti per difendere i diritti degli uomini e instaurare la patrilinearità anche tra i Khasi. “Siamo stufi di essere tori da allevamento,” si lamenta Keith Pariat, presidente dell’associazione, “non abbiamo abbastanza diritti. Se nostra moglie muore non ereditiamo niente e dobbiamo tornarcene nella casa di nostra madre.”

Niente da fare, i Khasi al potere femminile ci tengono. Per ora la  struttura matrilineare resiste anche perché è intrecciata a folklore, riti e culto, come le riunioni dei clan nella foresta sacra nelle case dove abitavano gli antenati e dove gli sciamani si trasformano, nelle loro allucinazioni, in tigri a cinque dita, o predicono il futuro, cantando le canzoni e i mantra che guariscono da ogni male.

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