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“È lui, è Fidel!”

Mi trovai un pomeriggio assolato a Santa Clara, Cuba, a testimoniare il discorso di Fidel Castro, durato 4 ore, in occasione del funerale di Che Guevara, una volta che, a 30 anni dalla morte, fu ritrovato lo scheletro e restituito ai cubani. Ne scrissi un reportage per “la Repubblica,” all’epoca, e poi ho ricordato questo avvenimento nel romanzo più recente:

“Eppure gente che in America latina si è battuta per mettere fine alle discriminazioni ce n’è stata, nei secoli. Bolivar detto “il Garibaldi delle Ande”, Emiliano Zapata e la sua revolucion e José Martì, lì a Cuba che scriveva degli Stati Uniti: “Sono stato nel mostro… dentro la sua pancia bianca”. E ora i cubani facevano il verso a quella frase dicendo: “Sono stato nel mostro… e non sai quanto mi manca!”.

Italo pensava a quelli che avevano lottato per “la Raza,” il “Popolo”, mentre, disteso a letto nella sua stanza affacciata sulla piazza centrale di Santa Clara, indugiava nelle luci della prima mattina, chiedendosi perché questi eroi sudamericani, quelli che hanno lottato per un po’ di eguaglianza, sembrassero sempre più veri e più eroici di quelli americani o europei. Pensava al Che, ma anche a Camilo Cienfuegos, rivoluzionario ancora più amato di Guevara, che scomparve misteriosamente nei cieli del triangolo delle Bermuda. Si diceva che fosse stato Castro a eliminarlo perché temeva una sua ascesa politica, ma nessuno lo aveva mai dimostrato.

Italo fu distratto dal rumore di tamburi che rollavano marziali giù nella piazza che aveva trasformato in eroe il suo lavamacchine alcolista.

S’affacciò e vide una fiumana di cubani e poi bandiere con scritte in tutte le lingue. Cinquecentomila persone si preparavano a snodarsi tra le strade di Santa Clara per rendere omaggio all’urna con le ossa del Guerrigliero Eroico.

Il funerale del cadavere del marxismo, pensò Italo, guardando giù e sperando d’intravedere Patricia in quella folla. Guardò l’orologio a muro e vide che erano già le otto e trenta. Dalla biblioteca dov’era stata esposta per tre giorni al pubblico uscì, portata a braccia da due militari, l’urna con le ossa e poi le altre cinque urne con i resti degli altri combattenti. Furono depositate ognuna in un carretto.

Italo uscì nei corridoi, al decimo piano, per scendere in strada e s’imbatté in un gruppo di cuochi che si spintonavano accanto all’unica finestra. Un elicottero sorvolò tre volte la piazza.

“È lui, è Fidel!” urlò un ragazzo con il cappello bianco, indicando l’elicottero.

“E che ne sai tu, che sei solo un cuoco!” gli disse ridendo una cameriera.

Arrivato in strada, Italo vide che la piazza era circondata da una fila di scolaretti e scolarette in uniforme viola e senape che si snodava lungo il vialone principale su su, fino al mausoleo, fino ai piedi della statua alta sette metri del Che, che, armato di fucile, si avviava gigantesco verso l’Avana.

“Non veniamo solo a seppellirlo, ma soprattutto a dimostrare il nostro rispetto,” sentì dire a una ragazzina dall’aspetto saputello.

Quando passò il corteo delle jeep agganciate portanti le sei piccole bare si misero tutti sull’attenti e salutarono in stile militare, la mano aperta sulla fronte. Una bimba svenuta fu trasportata di corsa dai barellieri. Stringeva ancora in mano la bandiera cubana.

In mezzo alla folla Italo vide sbucare la bandiera rossa di Rifondazione comunista. Si avvicinò e sentì un uomo dall’accento brianzolo commentare: “La cosa che più mi ha colpito è stato che camminavamo fianco a fianco ai militari armati di Kalashnikov. In Italia, di solito, quelli in uniforme e con le armi stanno dall’altra parte”.

Giunsero tra l’enorme folla che ascoltava qualcuno intonare la sua messa laica in onore dell’eroe, da un palco gremito di uomini in divisa.

Su un immenso cartello che sovrastava la folla, Italo vide il Che condannato a sorridere per l’eternità con quel suo viso dolce e romantico. Anche se, pensò, non c’erano poi tante ragioni per sorridere.

E mentre il lider maximo iniziava la sua tiritera fu inevitabile rivolgere lo sguardo a quel viso carismatico. Il tempo non sembrava avere contaminato né diluito l’incredibile fascino che esercitava il comandante Guevara.

Il Che, dopo decenni, era ancora quel Cristo senza Dio che predicava l’ Uomo Nuovo.

Imbalsamato dalla retorica ufficiale quando era ancora in vita, ma mai mummificato, forse proprio grazie all’autoironia,” così avrebbe scritto Italo sul giornale all’indomani del funerale. “Un combattente bohémien, disordinato e caotico ma, paradossalmente, disciplinato e puntuale. Una miscela di grande umanità e di estrema durezza, un uomo capace di grandissimi gesti d’amore e di una freddezza degna di un ghiacciaio della Patagonia. Inflessibile con la debolezza altrui e ancora più severo con la propria, bacchettone e intellettuale; un monaco ossessionato da una rivoluzione che non è mai divenuta mondiale, come sognava lui, ma che si è fermata là dove aveva avuto inizio grazie anche a lui, un sognatore che ha sempre creduto in un estremo valore: il sacrificio. Ma la rivoluzione che il comandante Guevara voleva esportare è fallita.

Non esisteva più, pensava Italo, guardando sfilare il corteo funebre, soprattutto non in America latina, dove per la prima volta si poteva cominciare a credere nell’avvento della democrazia. Le teorie di guerriglia dell’argentino sembravano più anacronistiche che mai.

Lo ricordava anche Fidel nel suo discorso privo di commozione: “Non tutte le epoche e le circostanze richiedono lo stesso metodo, la stessa tattica”, dichiarava sul palco delle autorità, sotto un sole cocente.

Poi ventisei cannonate salutarono la salma e mentre le sirene di tutte le fabbriche della nazione urlavano, l’urna fu depositata nel mausoleo dove era stata preparata una sorta di stanza funerea in stile giungla.

“Per resistere all’embargo, per arrivare alla vittoria,” urlò Fidel dal palco, “seguiremo sempre il suo esempio. Niente era impossibile per lui e l’impossibile lui era in grado di renderlo fattibile!”

In quel momento, lo sguardo di Italo scivolò sulle autorità sedute in seconda fila sul palco. E la vide.”

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dal Capitolo 12 di “Nimodo” Feltrinelli 2014 “L’eroe lavamacchine”

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