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Il massacro dei ventenni nel Kashmir senza tregua

Sono 60 anni che ci si massacra tra ragazzi delle terre frammentate di un Kashmir che chiede l’indipendenza promessa dal 1948 e mai ottenuta. Ma dall’8 luglio  la temperatura del conflitto tra indipendentisti ed esercito indiano s’è alzata parecchio con l’uccisione del giovane leader dell’opposizione, il 22enne Burhan Wani. Aveva una taglia sulla testa ed è stato freddato dopo una lunga caccia e senza tante storie.

La sua morte ha attirato 100 mila ventenni come lui al funerale, orde e fiumane di giovani scesi dalle valli sfidando il coprifuoco per protestare, tirare sassi e a volte sparare, visto che oltre ai 64 ragazzi uccisi in un mese e ai 1500 feriti (molti accecati da pallini di piombo “non-letali”), sono morti anche soldati, anch’essi ventenni. Difatti, il 99 per cento di morti o feriti di questo conflitto ha meno di 25 anni.  E il massacro continua con l’uccisione, ieri, di altri 5 manifestanti.

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Quella in Kashmir è una guerra vera, con ingiustizie e colpi bassi da entrambe le parti. Ma, dichiarano fonti governative, sotto c’è lo zampino del Pakistan che spinge soldi, armi e sobillatori di folle per agitare le valli di questo ex paradiso nell’Himalaya. È una guerra contro i civili. Una guerra contro l’autodeterminazione dei popoli, ma è una guerra ormai così incancrenita e marcia che è difficile districarne gli odi e le faide.

Quando l’India ottenne l’indipendenza, il Kashmir, a maggioranza musulmana ma comandato da una minoranza indù, doveva diventare uno stato indipendente. Nel frattempo il Pakistan se ne conquistò una fetta, chiamandolo “Azad Kashmir,” il Kashmir libero. In risposta, l’India restò nelle regioni di Jammu e Kashmir ancora non conquistate dal Pakistan. E non se ne è mai più andata. Intanto, la Cina si è presa la sua parte, chiamandola Aksai Chin e Shaksgam.

Ora, se il Pakistan non se ne va dall’Azad Kashmir, l’India non abbandona la sua parte. È un gioco bloccato, di cui paga il prezzo la popolazione sottoposta al controllo di truppe con poteri speciali per perquisizioni, arresti e a volte torture, come esplicitato nel film “Haider,” la vicenda di Amleto ambientata in un Kashmir contemporaneo.

Intanto le accuse fioccano. Il Pakistan parla di repressione indiana dei combattenti per la libertà del Kashmir. Ma, ha dichiarato un funzionario governativo indiano alla NDTV, per finanziare quest’ultima rivolta dalla capitale pachistana sono arrivati più di 3 milioni di euro. Per anni, sostengono gli analisti indiani, gruppi islamici come Hizb-ul-Mujahideen e Lashkar-e-Taiba hanno spinto le folle di ventenni a sfidare legge marziale, coprifuoco, controlli e interrogatori. E stanno tornando a farlo.

Tutto questo ha un costo che mantiene questa regione in una depressione economica. Per evitare il coordinamento tra manifestanti, come sta accadendo in questi giorni, vengono spesso sospesi i collegamenti telefonici cellulari e via terra, bloccando commerci, consegne e affari. È un circolo vizioso: gli scontri impoveriscono l’economia del Kashmir, così sono necessari altri fondi statali da Delhi, e questo nutre nuovo risentimento e nuove ribellioni.

Perché non li lasciate liberi e indipendenti, ha scritto il commentatore Sadanand Menon in un editoriale, citando il sarcasmo di Jonathan Swift nella sua “Modesta Proposta” del 1729 all’aristocrazia inglese su cosa fare con “tutti quei poveri bambini irlandesi.” Perché non nutrirli e ingrassarli, scrisse provocatoriamente Swift, per farne stufati e arrosti, per cuocerli o bollirli, “almeno se ne trarrà qualche cosa di utile.” E così ripete Menon al governo indiano, a proposito dei ragazzi del Kashmir: “Cosa volete farne di questa gioventù che impallinate come fosse cacciagione? Forse anche loro, come scriveva Swift, vi sarebbero più utili come pietanze.”

Carlo Pizzati

pubblicato su la Stampa il 17 agosto 2016 pagina 10

CC BY NC ALCUNI DIRITTI RISERVATI

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