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Donald Presley, o Trump come avatar di Elvis

NEW YORK – Stavo guardando un episodio della serie televisiva “Vinyl,” l’altra sera. Il personaggio principale, un italo-americano, tale Rick Finestra che cammina come John Travolta nella “Febbre del Sabato Sera,” dialogava con Elvis Presley in una stanza d’albergo di Las Vegas.

“Vinyl” è una serie tv sulla vita scombinata e brillante di una piccola casa discografica di New York negli anni 70 e ’80, una produzione di Martin Scorsese e Mick Jagger. Abbondano, di conseguenza, violenza, cocaina e rock’n’roll. Ma in quella scena specifica l’attore che interpretava Elvis coglieva molto bene i tic, la personalità e i cascami di quel cantante.

È lì che ho avuto un’epifania. Ho finalmente colto ciò che forse è già noto: la straordinaria somiglianza tra il re del rock e il candidato alle presidenziali americane Donald Trump.

I punti in comune sono tanti. Elvis nacque nel 1935, Donald nel 1946, solo 11 anni dopo. Possiamo immaginare il piccolo Donald a 10 anni dimenarsi in camera da letto, imitando il vero super-molleggiato, quello originale, l’uomo con i basettoni più famosi della storia della musica.

Sono già evidenti le somiglianze tra Trump e Berlusconi, raccolte nel neologismo “Trumpusconi.” I punti in comune sono una certa visione presumibilmente libertaria della politica non confermata poi dai fatti e il rapporto con donne, denaro e magistratura. Interessante per me è la somiglianza nel loro modo di comunicare, muoversi e parlare: la presa su chi li ascolta, su chi seducono. E in che modo.

Come Berlusconi riusciva a utilizzare il fascino da vecchio chansonnier da nave di crociera per far presa sulle signorine un po’ attempate, così Trump pizzica una corda elettrica che riverbera dentro molti americani: quella del fascino per l’eterno adolescente che si ribella contro l’ordine costituito.

Sappiamo che questo è in qualche modo, ad oggi, il suo unico e chiaro programma politico: proporsi come un anti-sistema. Non importa che lui stesso abbia sempre fatto parte del sistema politico, economico e televisivo. Ciò che importa è la percezione che si ha del personaggio.

Penso che forse anche voi vedete sovrapporsi la bananona di capelli neri imbrillantinati di Elvis Presley a quel gatto morto dalla rossa peluria che Trump indossa sempre come copricapo.

Andando a vedere bene, scoprirete quanto quel mascellone volitivo da vero leader e quel labbruccio imbronciato di Trump, ricordino davvero le fattezze del cantante di Memphis, Tennessee.

Elvis vive! Non è mai morto. E non è mai morto per una semplice ragione, che non è mai nato. In che senso? Nel senso che Elvis, come scriveva Camille Paglia nel suo trattato “Sexual Personae: arte e decadenza da Nefertiti a Emily Dickinson,” (Einaudi 1990) non è nient’altro che l’incarnazione di un archetipo estetico che esiste da millenni.

Paglia disegnava un collegamento tra Apollo e Elvis. Entrambi con il ciuffo al vento, entrambi uomini che in realtà sono ancora ragazzi, entrambi con un fascino velato di pseudoermafrodismo. L’eterno adolescente, il kouros.

Camille Paglia, affrontando il tema del fascino dell’ermafrodita nell’arte, paragona Elvis ad Apollo e ad altre immagini simboliche della giovinezza nell’antica Grecia: “Sopracciglia alte, naso forte e diritto, guance carnose da ragazza, bocca tumida, petulante, e labbro superiore corto. È il viso di Elvis Presley, di Lord Byron, del Ragazzo Blue del manierismo del Bronzino. Freud colse l’androginia dell’adolescente ellenico: ‘Tra i greci, dove era tra gli invertivi che si trovavano gli uomini più mascolini, era abbastanza ovvio che non erano le caratteristiche mascoline di un ragazzo ad ispirare l’amore di un uomo: era la somiglianza fisica con una donna…’”

Paglia espande il paragone di Elvis con Lord Byron, George Villiers, e il Primo Duca di Buckingham, tutti prototipi di quelli che lei chiama “uomini rivoluzionari di bellezza” e anche “uomini pericolosi di carisma notorio.” Scavando oltre la superficie, Camille Paglia identifica una sorta d’auto-danneggiamento interno in quest’archetipo che è l’equivalente di una “vulnerabilità mascherata da spacconeria.”

Ed eccoci davvero al cuore del carisma trumpiano. Il ciuffo ribelle di un 70enne dalle guance ancora paffute. Senza troppo esagerare, vediamo che Elvis e Byron, secondo la Paglia, hanno un’energia e bellezza che al contempo bruciano, divinamente, distruttivamente… “tremenda energia fisica stranamente fusa con un disordine interno, una rivolta dell’organismo.” Un fascino giovanile. Un’aggressività che nasconde, in fondo in fondo, da qualche parte, un ragazzo ferito che vuol farsi valere, dominando il mondo.

Ma quale giovanotto? Qui parliamo di un prepotente settantenne. Ma non è assolutamente importante il dato anagrafico nell’era dell’eterna giovinezza siliconata. Non è questione di età, ma di ciò che si vuole rappresentare.

Trump con Elvis, il David di Michelangelo, l’Apollo, Lord Byron, o il kouros, rappresentano tutti l’ambiguo vigore, l’energia, la forza dell’adolescenza o della prima giovinezza.

A questo serve il dinoccolarsi da cowboy indipendente che parla come mangia e non guarda in faccia nessuno: Trump non è un Winston Churchill, un vecchio saggio, sovrappeso, pelato, con un occhio semi-chiuso da pirata, per prendere la mira sul prossimo bersaglio. Non è un paonazzo Gerald Ford, un agricolo Lyndon Johnson o un grottesco Richard Nixon.

Barack Obama, ad esempio, è ben più giovane di Trump, ma già sembra più vecchio. È un’altra la sua storia, un’altra la sua immagine. Obama trasuda ironia e saggezza, non impulsivo vigore, foriero di maschio decisionismo.

Trump è quel ragazzo del Queens, New York, giovane bullo arrogante proteso verso un ignoto che come sempre è la moneta più importante nell’investimento della politica. La promessa di un futuro. “Per rendere l’America di nuovo grande,” promette riecheggiando quel berlusconiano “per un nuovo miracolo italiano,” che evocava le speranze di “Miracolo a Milano.”

David e la sua fionda. Elvis e la sua chitarra. Trump e i suoi presunti miliardi. Perché, di nuovo, l’importante non è la realtà, ma la proiezione di un dato, anche falso, sulla nostra fantasia. 

Trump è Presley, stesso broncio arrabbiato con il mondo degli adulti corrotti e imbroglioni che non gli consentono ancora di rendere grande l’America. Insomma, l’establishment perfettamente rappresentato da Hillary Clinton.

Trump è Elvis che canta le sue canzoni ribelli e liberatorie per consentire a una generazione di emulare gli amplessi sessuali in una danza rubata dagli afroamericani. Vuol far ballare l’America. È una vecchia promessa alla quale da millenni l’umanità vuole credere. È la moneta che fa vincere le elezioni, in America.

Quasi tutti, a un certo punto della vita, sono stati o hanno pensato d’essere adolescenti ribelli. Molti si sono sentiti bisognosi di sentire che non erano soli. Spesso alcuni sono riusciti a trovare questa rassicurazione in icone posticce della rappresentazione di una ribellione innocua.

Questo è quello che offre Donald Trump. Una rassicurazione all’adolescente ribelle e alienato che è in molti americani, soprattutto quelli arrabbiati dai costi di Obamacare, dai matrimoni gay, dalla marijuana legalizzata, da un’eguaglianza e integrazione razziale che tanti sentono come un’usurpazione della loro precedente posizione economica e sociale.

Il mostro nascosto da secoli, a volte incappucciato di bianco.

A Wop Bop a Loo Bop A Wop Bam Boom – Tutti Frutti oh Rutti! Tutti Frutti oh Rutti!

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(una versione di questo testo è pubblicata anche sul mio blog in Doppiozero a questo link)

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One thought on “Donald Presley, o Trump come avatar di Elvis

  1. Grazie,mi fai lavorare nel seguire tutta la tua produzione!per fortuna è in italiano ciao

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