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Cuba, dov’è sempre troppo presto e troppo tardi, cronache dalla transizione

L’AVANA – Dicono che il primo giorno che si arriva a Cuba si vuol subito scrivere un libro. Dopo una settimana si capisce che è il caso di scrivere un articolo. Dopo un mese si desidera solo andarsene.

Ricordo questo slogan ascoltato il primo giorno di una visita recente in un’isola che frequentai per lavoro durante il culmine del periodo Especial degli anni ’90. Fu una stagione in cui, abbandonati dalla scomparsa Unione Sovietica, ai cubani mancava benzina, diesel, cibo e le giovani prostitute jineteras riempivano il Malecòn a caccia di industrialotti, commercianti e funzionari italiani in vacanza sessuale. Arrivò in soccorso il petrolio facile venezuelano, contratti milionari brasiliani, solidarietà argentina: tutte stampelle ora sul punto di spezzarsi.

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Adesso la parola d’ordine del presidente Raul Castro per la transizione verso l’economia di mercato è: senza fretta, ma senza pausa. “Sin prisa, pero sin pausa,” ripete l’amico Angel, osservando  che in realtà la fretta è indispensabile, la pausa un lusso che non ci si può permettere.

Cuba è davvero cambiata in 15 anni? Sì e no. Apparentemente sì, nei fatti meno di quanto vi raccontano.

Nel porto attracca la prima nave da crociera americana con 700 passeggeri. Molti i cubani nati a Miami che piangono a singhiozzi, inginocchiati sul molo. I gusanos, li chiamava Fidel, “vermi traditori” che hanno abbandonato l’isola su pericolose balse e sui barconi dei marielitos.

“Quando scappano li chiamano vermi traditori,” fa notare Jorge, “ma quando mandano qui i loro dollari, seconda fonte del nostro PIL, all’aeroporto li accolgono chiamandoli señores e gli dicono: gracias for the money!

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A un paio di ricevimenti, tra artisti, architetti e ambasciatori, mi presentano due nipoti della dinastia al potere: entrambe con borsettina di Chanel. Venivano dalla festa di Karl Lagerfeld, che qui ha presentato una sfilata che stride con i dettami del comunismo.

Vamos a Chanelear!” è il grido di battaglia della bella gente: tutti alle feste di Chanel! Oppure a quelle con Vin Diesel uscito dal set di “The Fast and the Furious 8,” che dopo il concerto dei Rolling Stones e la visita di Barack Obama ha riempito di gringos la capitale di questa primavera a stelle e strisce. A breve inizieranno cinque voli diretti ogni giorno da New York all’Avana, 90 alla settimana con molte città americane.

Un tabacalero, su tra i campi di Viñales dove s’arrotolano ancora i migliori Cohiba dell’isola, ridendo sotto al sombrero dice: “Mi son trovato qui un gringo che diceva: bisogna sbrigarsi a visitare Cuba prima che sia troppo tardi. Troppo tardi per cosa, gli ho chiesto. Prima che arrivino i gringos, no? Ma è tu cosa sei, ho chiesto. Ha risposto che lui era uno dei buoni.”

Viñales aveva 20 case affittacamere 15 anni fa. Oggi sono più di 800, tutte pitturate di fresco. È la cittadina più ricca di Cuba. Il turista vine spremuto con un mojito di qui, un sigaro di là, un ristorante troppo caro per la qualità del cibo e alloggi pittoreschi, ma a malapena degni dei 30 euro spesi.

IMG_7783Ma no, señor gringo, non è “troppo tardi.” I fratelli Castro giocano bene il loro vecchio trucco del poliziotto buono e poliziotto cattivo. Raul promette una lenta apertura alle logiche di mercato, approvando anche l’avviamento di qualche negozio a gestione tutta privata. Poi il solito convitato di pietra, il novantenne Fidel, riappare, come ha fatto poco fa, con la sua tuta da ginnastica, e spara le sue bordate al “brother” Obama: “Non dobbiamo chiedervi niente, gringo!”

Così la nomenklatura e gli apparatchik, partendo dai quadri fin giù all’amministrazione politica di quartiere dei Comitati Rivoluzionari, si ringalluzziscono e s’illudono che il comunismo rivoluzionario alla cubana esista ancora. La revoluciòn regge, compañeros. Ma poi calano i nuovi iscritti al Partito.

La risposta a tante domande è una cifra di quattro numeri: 2018. Tra due anni Raul Castro dovrebbe lasciare il potere. L’erede designato è il vice-presidente Diaz-Canel. Da Chanel a Canel? È davvero prematuro dirlo. A Cuba è sempre troppo presto e troppo tardi.

L’Avana di oggi ha molti ristoranti nuovi, hotel un po’ più decenti, case con camere in affitto quasi decorose. Le jineteras ci sono, ma operano nei loro recinti. Sono molte di più le sgargianti auto d’epoca decappottabili restaurate grazie all’influsso di dolares. Adesso con 30 CUC, la moneta cubana convertibile quasi equivalente al dollaro, ci si porta los enemigos a far giretti tra i palazzi diroccati.

Difficile investire per gli stranieri. Tante le fregature, le joint-ventures finite male. Troppi gli executive arrestati con pretesti. Gli espropri che una grande catena di hotel spagnola ha accettato, vengono vissuti come tasse per continuare con altre iniziative. La città brulica di milionari in camicia hawaiiana e sigaro, atterrati con volo privato dalle Bahamas, pronti a piazzare le loro pedine appena sarà possibile.

E c’è il problema della trasparenza. Per esempio, se un assistente di produzione prende solo 10 euro al giorno sul set di “The Fast and the Furios 8,” chi incassa la differenza di quanto pagano davvero gli studios? L’ipotesi più probabile è che siano sempre le elite di partito che gestiscono casting, catering e via incassando.

“Tra i molti importanti dilemmi che Cuba deve affrontare adesso,” dice l’ambasciatore norvegese John Petter Opdahl, “purtroppo quello che ha priorità è come riuscire a garantire prosperità per Cuba, ma non per i cubani.”

Eccola spiegata la transizione: bisogna consentire ai parenti dell’élite politica, come quelle ragazze della dinastia che vedi alle feste a chiacchierare sui divani con i nipoti di Rockefeller e della famiglia del rum Bacardi, di costruire una forza economica che consenta loro di conservare il controllo dell’isola, anche una volta stabilita un’economia di mercato. Un po’ come in Cina e come in Vietnam, anche qui la transizione verso il capitalismo significa garantire ai leader del Partito la continuità della presa sul potere. Come si fa? Permettendogli d’arricchirsi il più possibile prima che il mercato s’apra davvero. In questo modo, il potere rimarrà nelle mani delle stesse famiglie, assicurando la famosa continuità.

Ecco la normalizzazione di Cuba.

Verrebbe voglia di fare una rivoluzione. Ma l’hanno già fatta.

(a questo link si può comperare l’ebook del mio romanzo Feltrinelli ambientato anche a Cuba)

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