Articoli su la Stampa

Bangladesh, il Paese dei 700 fiumi tra promesse di futuro e l’incubo del terrore

 02/07/2016  CARLO PIZZATI (pubblicato a questo link su la Stampa.it)

Povertà, corruzione, abusi dei diritti umani, sovrappopolazione, riscaldamento globale. Se ci si aggiunge la polarizzazione politica, la presenza di squadroni della morte, e la fragilità di una vera gestione democratica del potere, il quadro che emerge del Bangladesh contemporaneo non è dei migliori.

Eppure questa nazione è una dei Next 11, delle migliori promesse tra i paesi cosiddetti in via di sviluppo. Dove la povertà dal 1990 al 2014 è scesa dal 57 per cento al 25,6 per cento. È il Paese dei 700 fiumi, dove passano il Gange, il Brahmaputra e il Meghna, che formano il più grande delta del mondo. Juta, riso, the crescono su terra fertile e ricca di biodiversità dove si trovano gas naturale e carbone. È la terza economia (e potenza militare) nell’Asia del Sud, dopo India e Pakistan. Ma qui le paludi si mangiano sempre più terreno. E le terre abitabili si restringono. Un’avanzata che genera un’emigrazione ben nota nelle città italiane. Questa è una delle ragioni per cui il Bangladesh è soprattutto famoso per essere l’ottavo paese più popolato del mondo, il quinto in Asia e il terzo paese più popolosa a maggioranza musulmana.

Il laicismo è però garantito dalla Costituzione. Ai partiti religiosi è proibito contestare le elezioni. In realtà i partiti hanno bisogno del voto musulmano e chiudono un occhio, corteggiano le comunità islamiche, mantengono posizioni molto ambigue sul potere dell’Islam nella politica.

REUTERS

 

E nell’ultimo anno le minoranze religiose, indù e buddiste in primo luogo, e anche i cittadini stranieri, sono entrati nel mirino della violenza religiosa,prevalentemente quelli della Jamaat-e-Islami e il suo braccio studentesco, Shibir.

Tra le vittime di attacchi o tentativi anche il vincitore del Nobel per la PaceMuhammad Yunus e blogger laici, giornali e televisioni (la libertà di informazione è severamente limitata). L’altro ieri è stato ucciso un prete indù, un sarto indù è stato attaccato poco prima, e giorni fa una monaca buddista. Sono 40 le vittime uccise in attacchi di militanti fondamentalisti islamici dal 2013 a oggi, compreso Cesare Tavella, un cooperante italiano, colpito a fine settembre a Dhaka mentre faceva jogging, e poco dopo un cittadino giapponese che viaggiava a bordo di un risciò.

È una radicalizzazione di un Paese che tradizionalmente era tollerante, ma che avendo una popolazione di 171 milioni di abitanti di cui 90 per cento musulmani, non fatica a trovare un 3 per cento di fondamentalisti pronti ad azioni sempre più cruente che Al Qaeda e l’Isis si contestano.

Come commenta a La Stampa il poeta del Bangladesh, Sofiul Azam, professore di lettere alla Victoria University: «I recenti assassinii di blogger, preti, sufi, scrittori, editori, militanti LGBT e le vittime di oggi sono la dimostrazione di dove questi terroristi vogliono portare il Bangladesh. Non avevamo mai visto nulla di simile. È veramente triste. Siamo molto spaventati. Ormai nessun posto è sicuro».

 

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s