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“Senza rimpianti X.Y. sorridente” (su Ottone Menato, scrittore e alpinista)

(appunti per un discorso al Centro Gino Soldà, Rifugio Campogrosso, ore 18:00, 29 agosto 2015)

Gli avi sono importanti.

Servono a far cercare dentro di noi le qualità che essi sono riusciti a esprimere.

Se hanno lasciato un buon ricordo, hanno lasciato anche il buon esempio, e questo è utile anche ai vivi.

Ci può far andare avanti meglio, più veloci, più alti, più forti, come dice il motto olimpico, citius, altius, fortius.

Anche se non sono nostri parenti, alcune caratteristiche di chi è vissuto prima di noi, in tempi diversi, spesso più difficili, ci può dare conforto, far emergere nostre latenze che meritano di esprimersi. Anche per questo, oggi parliamo di avi. Perché ci è utile.

Prima di arrivare all’importanza del ricordo e del ruolo di Ottone come pro-zio, sì, ma soprattutto come scrittore, giornalista, poeta e intellettuale, vorrei rubare un po’ del tempo dedicato a lui per parlare di…donne.

Sono sicuro che lo zio Ottone sarebbe d’accordo. Non perché gli piacesse parlare di donne, nel senso malizioso del termine, ma perché le due donne di cui vorrei brevemente parlare lo meritano.

E voglio parlare di donne perché, sebbene il pro-zio Gino Soldà che il pro-zio Ottone siano vissuti in un’epoca in cui alle donne era difficile esprimere un ruolo di centralità, nondimeno il loro carattere si esprimeva come un perno centrale di tante famiglie e ne condizionava il successo e la brillantezza.

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Ecco perché oggi, qui, nel centro dedicato a Gino Soldà, nella serata dedicata a Ottone Menato, vorrei parlarvi prima delle loro sorelle.

La sorella di Gino, mia nonna materna, e la sorella di Ottone, mia nonna paterna.

Flora e Marì.

Una forza dolce e una forza decisa.

Perché se Gino e Ottone erano figli ribelli dei loro tempi, uomini che hanno seguito una vocazione inusuale per il contesto, ovvero quella dell’alpinista-puro in un caso, e dell’alpinista-scrittore nell’altro, è anche vero che le loro sorelle hanno contribuito anch’esse, a loro modo, allo spirito moderno di quei tempi.

Penso alla nonna Marì, sorella di Ottone, e alla cura che ha avuto nell’insegnarci il pianoforte, a farci apprezzare l’arte non solo con i suoi dipinti a olio, ma con le sue discussioni sui grandi maestri da Picasso a Matisse, e poi alla forza caratteriale trasmessa, ma ancora di più alla nonna Flora, sorella di Gino, che ha sempre nutrito in me l’amore per la cultura, per il giornalismo, ma soprattutto per la libertà, l’attività sportiva e la gentilezza.

Parleremo di queste idee in relazione a Ottone, ma ci tengo a ricordare il ruolo di queste sorelle perché avevano, nel loro tempo, da affrontare non solo la sfida del solito conformismo asfissiante, ma anche della discriminazione di essere donne in un contesto che ricorda piuttosto il fondamentalismo islamico che non l’Occidente moderno.

Penso alla nonna Marì che – nonostante avesse già salito la prima femminile della Guglia Valdagno il  14 aprile 1931, a 20 anni da poco compiuti – non poté entrare in Chiesa a Quargnenta perché il parroco aveva deciso che le sue gonne erano troppo corte. Penso alla nonna Flora che, dalle contrade proprio sotto Campogrosso, dove insegnava come maestra elementare, doveva rientrare in centro a Recoaro con gli sci, evitando i sassi che il parroco incitava i ragazzini a tirarle addosso perché indossava i pantaloni, mentre sciava. Così, con pazienza, la nonna Flora tirava fuori dallo zaino una gonna per coprire i pantaloni mentre attraversava le contrade e non farsi prendere a sassate. Era la stessa nonna che ha reso possibile la mia partenza per gli Stati Uniti a 16 anni, e che mi inviava per posta, mentre ero laggiù, articoli ed editoriali interessanti per coltivare la mia vocazione.

Perché vi parlo di queste donne, nonne e sorelle? Perché credo che i loro fratelli sarebbero d’accordo che è ora venuto il momento di dare uno spazio commemorativo anche a loro, oltre che alle loro mogli, la Lena e l’Annamaria, pur prendendolo in prestito dai fratelli che hanno raccolto più riconoscimenti pubblici di loro.

Adesso è ora di cominciare a fare i conti anche con il ruolo più nascosto del potere femminile e di quello che ha significato e significa dentro le famiglie. Ed è su questo che vi invito a riflettere.

Ma cos’avevano in comune fratelli e sorelle?

Per me il carattere di Gino e Ottone si rispecchiava anche su Marì e Flora, chi con più forza e veemenza, chi con più dolcezza. Ma vi è un altro aspetto, che appartiene forse a un’altra era, ed è quello di ciò che si chiama “io” o a volte “l’ego.”

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E qui veniamo all’alpinismo e a ciò che forse accomunava anche Gino e Ottone, che si conoscevano, che hanno scalato assieme. Nel luglio 31 Ottone ha aperto una variante allo spigolo Nord della guglia Cesareo con Gino Soldà e Ugo Zordan. La prima ascensione della parete Est dello Zevola fu sempre completata da Ottone con Gino Soldà e Gianni Caliari. E assieme sono andati alla ricerca della salme di Sandri e Menti nella famosa missione fallita sull’Eiger. E cioè, pur essendo più riservato e taciturno Gino, in confronto all’espansivo e loquace Ottone, entrambi lasciavano che le loro opere, scritte sulle montagne o sulle pagine, parlassero da sé. Non erano affetti da una malattia molto più diffusa nel nostro contemporaneo che è quella di sentirsi costretti a spiegare ciò che viene percepita come la propria grandezza.

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Questo è un fenomeno normale, soprattutto tra rocciatori alpinisti. Io credo che l’ego o l’io non possa che espandersi nel confronto con la montagna. Quando si riesce a superare una grande difficoltà, mettendo a rischio la propria vita, quando poi si riesce a superare gli altri, a dimostrare di riuscire a fare per primi ciò che altri non sono riusciti a fare, è inevitabile che la stima di sé cresca, a volte a dismisura.

Ecco, Gino e Ottone, nel ricordo che ho di questi zii, non lasciavano che il loro io esplodesse scoppiando in faccia a tutti quelli che incontravano.

Insomma, non si sentivano in dovere di elencare costantemente il loro curriculum vitae, ed è anche questo che faceva parte della loro grandezza. E forse del loro tempo.

Ho scritto recentemente di Ottone per un giornale indiano, raccontando il suo romanzo Latin Lovers, ambientato durante i sei anni di prigionia, dal 1940 al 1946 in India, prima vicino a Bangalore, poi ai piedi dell’Himalaya a 10 km da quella Dharamsala, ora famosa perché ci vive il Dalai Lama in esilio dal suo Tibet occupato dalle truppe cinesi.

Subito mi ha scritto un editore indiano interessato a pubblicare la versione in inglese del romanzo. Sono stati colpiti, forse, dalla figura di quest’uomo.

Lo si vedeva sfrecciare in bicicletta in Corso Italia a Valdagno quando era già quasi settantenne, ma ancora snello, sempre con un’abbronzatura da montagna e sempre pronto a illuminarti con il suo sorriso carismatico da star del cinema degli anni ’50, un sorriso che ti spingeva ad avvicinarti a lui e alla sua aria da uomo con un passato interessante e unico.

Quali furono i temi affrontati da Ottone lo scrittore, il giornalista e il poeta. Cosa emerge da una vita di avventura, sì, ma anche di scrittura? I temi che io trovo nelle sue pagine sono: la natura; il dovere, come dharma; il coraggio, la sfida e l’irrequietezza; la curiosità; e la vita dopo la morte e lo spirito.

Come li ha affrontati?

Prima di tutto perché li ha affrontati.

La natura è dove Ottone ha cercato fin da giovane un mondo più alto, più magico, più romantico forse. Lo si capisce da ciò che si legge, ma anche dalle foto di un ragazzo che nella montagna si riempiva di gioia e di significato. La natura non era solo la sfida della vetta o della parete, ma anche andare a funghi, farsi assorbire dalla magia del bosco, entrare in armonia con la realtà del presente, come si legge nelle bellissime pagine della seconda fuga di Diego Taranto, protagonista di “Latin Lovers, che con i commilitoni entra in una valle disabitata o che appare come tale, e d’improvviso questi prigionieri in fuga sono soltanto e di nuovo nient’altro che uomini che contemplano la bellezza del paradiso che è la terra. Si dimenticano tutto. La fame, gli inglesi alle calcagna, la prigionia, la nostalgia. E sono lì, nella bellezza incantata di una valle verde. E questa natura la si ritrova poi nei racconti di “S.M. Musopeloso,” che gli hanno fatto vincere il Primo Premio Scrittori di Montagna nel ’72. Sono pagine giocose, in cui gli animali hanno sentimenti umani, la foresta è viva e fertile di storie, che Ottone descrive con una passione che tracima dalle pagine.

Il dovere eIMG_4426merge sempre. Anche nell’intestazione del suo romanzo “C’è sempre un po’ di luce” dove cita la Yasna capitolo 10 passo 16: “Io sono dalla parte di coloro che preservano l’ordine, non di coloro che creano il disordine.” Ma per capire cosa intende bisogna andare a cerare questo testo Farsi, cioè l’Inno a Zoroastro, l’Avesta che è poi come davvero parlò Zaratustra. E la frase dice, nella mia traduzione: “A cinque appartengo, ad altri cinque no; sono per il buon pensiero, non per il cattivo; sono per la parola giusta, non per quella sbagliata; sono per l’azione corretta, non per quella malvagia. Sono votato all’Obbedienza, non alla sorda disobbedienza; appartengo al santo, non al corrotto; e così sia fino a quando lo spirito si separa dal corpo.”

16. To five do I belong, to five others do I not; of the good thought am I, of the evil am I not; of the good word am I, of the evil am I not; of the good deed am I, and of the evil, not.

To Obedience am I given, and to deaf disobedience, not; to the saint do I belong, and to the wicked, not; and so from this on till the ending shall be the spirits’ parting. (The two shall here divide.)

Poi, tra i suoi diari scritti a mano, meticolosamente, incollando foto ritagliate dai giornali indiani per mostrare la realtà che esisteva oltre il reticolato dei campi di prigionia, salta fuori una citazione di Massimo D’Azeglio che rivela molto di ciò che gli ha dato la forza di affrontare 6 anni di prigionia in India:

“A fare il proprio dovere, il più delle volte fastidioso, volgare, ingrato, ci vuole forza di volontà, e persuasione che il dovere si deve compiere non perché diverte o frutta, ma perché è dovere; e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che con un solo vocabolo si chiama carattere.”

E qui in realtà Ottone parla del dharma, inteso come destino ma anche come dovere da compiere in questa incarnazione, secondo i testi vedici che Ottone studiava, trascriveva e approfondiva in queste sue pagine private che sono servite poi anche da spunto per “Latin Lovers.”

Il coraggio nelle pagine di Ottone non l’ho mai trovato IMG_4427stucchevole e caricaturale, come ci appare spesso, dopo il filtro dei decenni, quella rappresentazione del coraggio che apparteneva agli anni 20, 30 e 40. Non ho colto nessuna retorica militaristica che ha tutto un suo motivo d’essere, ma che ai non iniziati può a volte tediare. C’è molta leggerezza nel raccontare situazioni in cui il protagonista rischia davvero la vita, gli ammazzano un commilitone di fronte, evita le pallottole. Non c’è, di nuovo, autocelebrazione alcuna, ma forse solo lo svelamento di un’irrequietezza che obbliga a mettersi in pericolo. Non c’è un analisi sul desiderio di morte nascosto in chi si nutre di adrenalina, perché certi approfondimenti psicologici non interessavano Ottone, o forse non li condivideva. Non ci sono elucubrazioni sulla necessità di mettere a rischio la propria vita per sentirsi vivi e su cosa questo dica dell’individuo che si mette in situazioni simili. C’è però la realizzazione che questa smania non trova soddisfazione. Il coraggio è sempre affamato.  Così come lo è la sua sorella, la sfida, o meglio la sete per la sfida.

Quindi coraggio, sfida e irrequietezza sono intrinsecamente collegati nei personaggi di una parte della produzione letteraria di Ottone. Ne riflettono perfettamente il personaggio. Ma non nella sua totalità.

C’è poi una sorella minore di queste qualità, che per me è invece una sorella maggiore. Ma ora vedremo perché sono imparentate. Parlo della curiosità. Ottone e i suoi alter ego letterari sono sempre alla costante ricerca di scoprire il mondo, sia tramite una chiacchierata con gli amici, con un prete antipatico e in malafede, con dei contadini indiani, con degli sconosciuti appena incontrati. Così come gli occhi perforanti di Ottone cercano nella natura un segreto, una soluzione, così quando questo sguardo si rivolge all’umanità, resta la stessa meraviglia e sguardo che vuole conoscere e meravigliarsi di un atteggiamento, di una frase, di un cenno, di un moto dell’animo, come leggiamo anche nelle descrizioni della società in “C’è sempre un po’ di luce.”

IMG_4428Ma è la curiosità e amore per la sua terra lo spingono anche a scrivere quell’antologia che “L’Ontano” sulla sua Vallis Alni, la valle degli ontani. Ci si trova di tutto, nutrito da un amore enciclopedico per capire, elencare, tracciare. Dall’Agno fiume dai 6 nomi alla ricerca delle radici etimologiche dei cognomi che raccontano una storia di migrazioni europee, con quei Garbin, Gar win, portatori di lancia, a quel Ricaber, Recoaro in Cimbro e ai proverbi dei cimbri, alle leggende della anguane che ricordano Orfeo e Euridice, le origini del Maglio di Sopra, quel Durlo che è una piccola porta. È un tentativo di capire, di documentare, di spiegare. Un amore per la conoscenza in un periodo in cui era molto meno di moda scavare nel passato della realtà locale, cosa che per fortuna ora è di una più vasta popolarità.

Ma anche nei suoi inediti QUADERNI INDIANI, scritti durante la prigionia emerge questa necessità di antologizzare, documentare, studiare. Con una calligrafia elegante e precisa come anche la sintassi e i suoi periodi scrive di tutto, quasi fosse uno dei suoi piacevoli doveri di ufficiale in prigionia. Scrive pagine sugli zingari in India, le donne musulmane nel Ramadan, documenta abiti e costumi, disegna diagrammi di strumenti e attrezzi, compone una vera enciclopedia. Sono appunti di studio e di scoperta dove documenta persino il mehendi, l’henna sulle mani, la danza a Manipure o tra i Vaishaviti, o quelle del Nord a Limbdi e i vari Bhajan in diverse parti dell’India.

Esplora il festival della Vacca, il Gai Jatra nepalese, che è come un carnevale in cui si può fare tutto. Racconta di come Vishnu salva delle anime perse “creando” la vacca e questo le fa accedere al regno dei morti. Da cui la sacralità della vacca. Elabora i temi importanti di Swami Vivekananda, così come il suo discorso di Chicago che aprì le porte alla conoscenza contemporanea delle filosofie orientali. Scrive delle lezioni filosofiche per una vita saggia.  La partecipazione, con consapevolezza spirituale, come via verso la serenità (il Nirvana sulla Terra).

“Mettere Dio in tutto, consapevoli che è tutto,” ricopia.

Scrive di Guru Nanak dei Bedis nato nel 1542 (avo di Sandokan- Kabir Bedi) guru dei Sikh, se non sapete chi sono, c’è un tempio in zona industriale a Castelgomberto, vicino al Wild Turkey Pub (il diavolo e l’acqua santa).

Scrive addirittura degli appunti in inglese di educazione sessuale, metodi contraccettivi ecc. Ma poi torna a Ramakrishna, ai partiti estremisti islamici, alle sette, al paese delle donne a Orissa (di cui si parla ancora oggi).  E scova anche una Dea della strada, protettrice dei Viaggiatori sulla strada tra Coimbatore e Mysore nel ghat Dimbham – la dea Bansriamma – la cui Festa si celebra in aprile.

Scrive appunti anche in hindi, studia la lingua. E poi tra le pagine si trova anche un elenco di alberghi di montagna a cui chiedere eventuale assunzione in Kashmir o a Simla alla fine della prigionia.

Poi tra queste parole scritte a mano ecco un aneddoto poi usato in “Latin Lovers”:

“Non permettere che il sole tramonti sulla tua collera” due donne che litigano, una indica il sole che cala, l’altra mette una pietra in un recipiente e lo copre. Il mattino dopo tira fuori la pietra e ricominciano.

Ed ecco Chidambaram – il tempio del Shiva eterico o Akasha. E di Nataranja, lo Shiva danzante. La storia: saggi eretici in quelle foreste gli sguinzagliarono contro tigre, serpente e nano-demone, Mayalaka, la nera nube del materialismo nell’eterno etere.

Lui fece di loro, rispettivamente, mantello, collana e stuoino. Chi visita il tempio e vuole vedere l’idolo viene portato in una stanza vuota dove c’è il mistero di Chidambaram.

I veda i più antichi testi spirituali dell’umanità che risalgono a 6000 a.C e parlano del bianco Sattva del rosso Rajas e del nero Tamas.  Studia jainismo e buddismo, capisce lo yoga. Usi e costumi, un saluto strano tra uomo e donna in una lontana provincia, lei s’accuccia lui le mette il piede in testa, letteralmente (da cui forse viene: non farsi mettere i piedi in testa?).

Tutto questo sgorga dalla curiosità di Ottone Menato, prigioniero in India.IMG_4210

E infatti ecco un frammento di storia: un ritaglietto, quello di un trafiletto di giornale che recita:

“Escaped Italians arrested” il 10 agosto del 41, esattamente 74 anni fa, pensate.

Catturati dalla polizia di Dharmavaram di Chignicherla “han dichiarato che volevano arrivare a Mormugao” E accanto, a penna, Ottone scrive: “Tenente Ottone Menato V battaglione libico-Adriano Buonaccorsi, Roma-Mario Tarantino, Napoli (e qui scopriamo da dove prende il nome del protagonista di Latin Lovers)-Orazio Brentan. Partiti il 26 luglio da Bangalore camp 8/3 catturati a Zangalaipallilla la sera dell’8 agosto, 350 chilometri a nord di Dharmavaram.”

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Da questi quaderni e da questi anni è emerso “Latin Lovers.”

Che cos’è questo libro? È un diario intimo, un reportage d’avventura, un gran bel romanzo che ha al suo centro un uomo, Diego Taranto, un personaggio affamato di vita, innamorato della natura, ma anche un uomo che ama il genere umano, ne è più che altro affascinato, incuriosito, attratto, come si capisce leggendo come guarda e studia le persone che lo accompagnano attraverso le diverse avventure che affronta. Prima in Africa, scappando dalla prigione di Geneifa, poi dopo un lungo viaggio attraverso l’Oceano Indiano, arrivando a Bombay e poi in treno con altri prigionieri, a soffrire il caldo fino al campo di prigionia a nord di Bangalore e poi a Yol.

Il libro è uscito nel 1968, ricordiamolo. In quell’anno Kawabata vinceva il Nobel per la letteratura. Fu ucciso Martin Luther King, ci fu la primavera praghese, il maggio francese, scontri e studenti uccisi nei campus americani, le prime overdose di eroina, i massacri in vietnam di pong noi, pong chat e may lai, il massacro di tlatelolco in messico, razzismo e black power. Al cinema uscivano Odissea nello Spazio, il Pianeta delle Scimmie e Hair.IMG_4201

Lo dico perché invece in quell’anno esce questo libro ambientato nella Seconda Guerra mondiale, in India, in campi di prigionia di italiani. Eppure mentre gli eventi precedenti restano nella storia, un romanzo radicato nella storia, è sopravvissuto al passaggio del tempo. La letteratura ha questa qualità, in rapporto agli eventi storici. Ed è per questo che “Latin Lovers” è ancora importante per noi, non solo perché documenta la storia di quelle migliaia di prigionieri, ma perché esprime il carattere, la forza d’animo, la tenacia, ma anche la voglia di vivere di un uomo. E quindi dell’uomo. Ed è in questa chiave che troviamo l’universale fascino di questo testo. Anche per chi non è interessato all’India, alla guerra, alle storie di prigionia o di fuga. Sotto c’è la storia di un uomo che affronta le difficoltà (asperrime in questo caso) della vita. È nel suo modo di affrontarle che si cela la chiave che rende questo romanzo sempre vivo, anche dopo 47 anni.

IMG_4429Ma poi c’é anche la vita dopo la morte ovvero la spiritualità un tema costante, ma a volte più sotteso, celato dietro il rumore di un’avventura o di uno scontro di classe come nei suoi due romanzi principali.

Ma è nei suoi racconti brevi e soprattutto nelle sue poesie che finalmente questa ricerca, che già si esprimeva nelle considerazioni spirituali in margine ai dialoghi con il prete del campo di prigionia in “Latin Lovers” trova tutta la profondità di un uomo che si è misurato con grande dignità con la malattia e con la compresenza intensa del pensiero della morte.

Era il periodo in cui, così mi disse, leggeva il dizionario ogni giorno come fosse un romanzo o una poesia.

Andava a cercare il significato delle parole. E forse, come dice Paul Valery, era per scoprire che le parole sono esili tavolette che formano un ponte instabile sull’abisso del nulla. Ma sono l’unico strumento che abbiamo per una ricerca razionale di senso.

Ed è per questo che la poesia è l’arte di confine, l’arte di cui si crea un nuovo senso accostando le parole, in cui conta di più la ricerca del poeta, la creazione che fa impazzire alcuni autori che all’improvviso sono folgorati da quel gioco divino.

“Scavi a Qumran”…quanto me ne ha parlato. Non capivo molto all’epoca di questa sua passione. Ci eravamo scambiati dei racconti, lui aveva letto e apprezzato i miei ed io i suoi. C’era un dialogo letterario, una stima anche sulle pagine scritte, non solo sulla persona, nonostante il divario di 57 anni d’età.

Non coglievo, all’epoca, il significato più profondo di quelle poesie che adesso, a 49 anni, mi appare molto più nitido.

Ma in questi scavi spirituali c’è la ricerca di una luce, c’è la volontà di contemplare l’immagine divina oltre la liturgia o la demagogia.

C’è la ricerca del “fotone della VITA” di una “Particella immortale/senza volto/nella carne putrescente” perché alla fine, come scrive: “siam neutrini liberati” ma “al travaglio destinati.”

E Ottone qui non è “cristianissimo” come lo definisce Roberto Mazzola in “75 anni di Storia CAI Valdagno.” Basta rileggersi i dialoghi di “Latin Lovers” con il prete e il rapporto del protagonista con la Chiesa per capire la posizione molto critica verso la chiesa cristiana. È che in epoca di egemonia democristiana queste posizioni si pagavano care. Solo questo mi fa trovare una spiegazione a questa excusatio non petita di Mazzola.

Ottone scrive di spiritualità, non di religione, scrive di un Dio, se c’è, che è una ricerca, non una certezza.

C’è molta “Luce-Vita” in queste poesie, in confronto alla “MATERIA travagliata,” miti biblici usati come metafore non come credo.

Quel che io trovo nelle poesie di Ottone sono lo sguardo affascinato su come la “VITA aggredì/inattesa il pianeta/e crebbe impavida/IMMORTALE”… “eppure moriamo.”

Ci sono formule come “E=MC2” viste come “satanica verità/lucifero nucleare” come se la spiegazione scientifica dell’ “inconosciuto” fosse una rivelazione pagana o peggio ancora contro il Dio cristiano. Ma tutto finisce comunque nell’ “Ignoto/vorace”.

Quindi quel “Viaggio al limbo” di Ottone Menato parla della soglia tra vita e morte, parla però della gioia di vivere, dell’amicizia, di una fratellanza festosa che era nella sua natura, ma parla anche di una preparazione alla fine, un’attesa che sembra affrontata “serenamente”. Quand’era là dopo una caduta su queste montagne “Alla corda onesta/penzolon rimasi/senz’attese.” E scrive così, di quel suo reportage dal limbo, questo suo messaggio agli Esseri del Pianeta da parte di chi aveva guardato nell’Aldilà:

“Non la Fine vidi, la Pace vidi/sorridente accattivante./Sì Esseri del Pianeta, la Pace/nello stesso istante/in cui morte mi rifiutò./Eppur gustai felice del trapasso/l’affascinante innocenza…”

Ma in quanto a un dio Padre, davvero non so, non mi pare che ci sia questa ricerca, al contrario. In “Spiritual – (incontro con il padre)” il poeta capisce che lo spiritual è una ricerca di un Dio sotto forma di padre, ma lui invece vuole incontrare il padre vero, ormai morto, vuole rivederlo scendere per la via, incrociarlo sulle scale, vuole sentirne il “muto cocente rimprovero” perché gli manca anche quello. Ma poi c’è anche il consiglio di un padre, o di un nonno, in quel “È nato un bimbo” scritto nel 1987 in cui esorta il bimbo così: “trattieni fin che puoi/l’angosciosa inquietudine del divenire/abbi fede/ché il dolore/non sempre è male…”

Ci regala, purtroppo, solo una poesia in veneto, in quel “Cava’i a do gambe” anche se mi risulta che ne abbia scritte molte altre e che forse meriterebbero un volume a parte.

Gli “Scavi a Qumran” si concludono con l’ “Epitaffio per X. Y.” che Ottone scrive a se stesso, dopo una vita passata “nello scalar pareti, esplorar/ spelonche anfratti inghiottitoi/nevi e cime, fiumi e frane e duri/varchi di quattro continenti…/Lunghi treni affumicati/in gole ostili sprofondati/e fughe aride estenuanti/in terre strane; su otri gonfi” e così continua la storia di 8ne che: “Nel dolore macerato, il velen del rancore/reso immune, con l’innata indulgenza/al perdono ben disposto a mitigar dolore…/nell’Eterno Spirito, franco or qui giace/senza rimpianti X.Y. sorridente.”

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