CP / Press book (interviews, reviews and more on Carlo Pizzati)

@speciale letto&detto: cosa pensa Carlo Pizzati della lettura e delle biblioteche?

detectivestory_001_2Carlo Pizzati, scrittore

Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?

Ho iniziato ad amare la lettura quando ero in prima elementare. Dev’essere nata allora l’idea che la cosa più bella che avrei potuto fare nella vita sarebbe stata di scrivere anch’io storie simili a quelle che leggevo per creare un mondo attraverso un racconto e spiegare quel che sentivo e pensavo.

Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?

Delirante. Si basa sull’opinione che gli altri hanno di ciò che fai e, ancora più difficile, su quella che tu hai del tuo lavoro.

Quale è stato il primo libro che hai letto?

Non lo so. Ricordo un’enciclopedia ricevuta in eredità da mio nonno, “Il Tesoro,” che custodisco ancora. Conteneva leggende e mitologia di tutte le culture, romanzi e racconti da tutto il mondo. Sicuramente questi testi mi hanno portato verso la letteratura. Non ricordo il primo libro letto, ma ricordo bene il primo libro che ho riletto. S’intitola “Emil,” di Astrid Lindgren. Il protagonista è un bambino svedese molto vivace, come lo ero anch’io, che viene chiuso in castigo, come succedeva anche a me, e lì passa il tempo intagliando statuine di legno, mentre io iniziavo a immaginare e a scrivere le mie storie. La storia finisce bene. Quella che sembra la peggior marachella di Emil si scopre invece essere un atto eroico, che lo riabilita. Mi riconosco anche in questo.

Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?

Durante l’adolescenza credo sia stato il classico “Cent’anni di Solitudine” di Gabriel Garcia Marquez, altro testo che ho riletto più volte e che, nel suo racconto a ritroso nel tempo, incentrato su un unico villaggio piovoso, mi ricordava il luogo dove abitavo e le storie di famiglia che ascoltavo, là dove sono cresciuto. Un luogo però molto ben più freddo della Macondo colombiana.

Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?

Ho appena finito di leggere due libri adolescenziali su richiesta di mio figlio: “Divergent” e “Insurgent” di Veronica Roth. Lui sta leggendo l’intera trilogia e voleva parlarmi di questa storia che riguarda anche la capacità di trovare il coraggio di essere ciò che sei davvero. Anche se sono libri un po’ leggeri per i miei gusti, ho trovato qualcosa di utile in essi, soprattutto per i ragazzi di adesso. Mi rendo conto che i libri che leggevo a 11 anni sono per mio figlio un po’ “pesanti”. Ma quello che consiglio a lui, o a un giovane lettore che ami la lettura di fantascienza o di fantasy, categorie molto seguite in questi anni, è di leggersi “1984” di George Orwell che, pur conservando elementi fantastici, disegna un paragone con una realtà politica ben definita e sempre attuale. Anzi è ancora più attuale adesso. Poi, in un mondo immaginario, sogno che un ragazzo voglia leggere “Guerra e Pace” di Tolstoj che mi sto rileggendo adesso, per riprendermi dalle letture adolescenziali. C’è tutto, amore, tensione, battaglie, coraggio, saggezza, follia.

Leggere fa bene? E perché?

Leggere non fa bene a tutti. Gli studenti che a scuola sono costretti a leggere, pur non avendo alcuna propensione alla lettura, non dovrebbero sforzarsi troppo. A loro non fa per niente bene. Sono solo futuri non-lettori che odieranno la lettura. Il problema è riuscire a far capire i meriti e le gioie della lettura. Senza forzare mai la mano. Ma perché leggere? Perché aiuta a capire la realtà meglio ancora dell’esperienza, dalla quale però non dev’essere disgiunta, come troppo spesso accade a chi si fa sedurre dalla morbidezza di un mondo fatto di parole, soprattutto quando sono scritte bene. L’esperienza di vita fa godere ancor di più il piacere della lettura, e la lettura fa capire e affrontare molto meglio l’esperienza di vita. È un’invenzione umana, la lettura, che, se ben utilizzata, migliora immensamente la qualità dell’esistenza.

Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?

Il primo ricordo di una biblioteca risale a quando studiavo in un liceo americano a Pensacola, in Florida. Ricordo un’organizzazione rigorosa e precisa, grande efficienza e l’orgoglio d’esser custodi della conoscenza. Lì scoprii nuovi autori che non conoscevo. A volte anche per caso. Questi momenti di epifania casuale sono forse tra le meraviglie più note delle biblioteche, ma per me restano uno dei meriti meno raccontati di quel che può succedere tra quegli scaffali.

Come definiresti la biblioteca?

Se penso alla biblioteca non posso non vedere Jorge Luis Borges, che l’ha rappresentata in tutta la sua potenza. Per me Borges è lo scrittore-bibliotecario che custodisce una conoscenza nella quale solo lui riesce a trovare i collegamenti e a mostrarceli. La biblioteca è un luogo di scoperta. È una terra incognita di cui conosci alcune oasi e mentre ti sposti tra una e l’altra, se hai gli occhi aperti, avrai delle sorprese. Gran parte delle volte stupende. Queste scoperte ti porteranno ad altre ancora. E, come nella ricerca della verità, non si arriva da nessuna parte. Ma il viaggio ne vale la pena.

Cosa ti piace di più in una biblioteca?

La sua promessa di conoscenza. Il protagonista del mio primo romanzo, Gino Calcagno, vive dei veri momenti di estasi e vertigine nelle ricerche tra vari archivi e biblioteche: dagli Archivi Segreti del Vaticano, all’Archivio di Stato e alla Biblioteca Marciana di Venezia; dalla Sala Manoscritti Antichi della Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza fino alla Biblioteca di Cornedo Vicentino. Ciò che lo affascina, e che mi ha stregato mentre io stesso conducevo l’indagine storica che riguarda il titolo del romanzo, è il dialogo silenzioso che s’instaura con gli autori dei resoconti, dei documenti, dei testi che vengono consultati. Lì, in quelle tranquille sale, si ha davvero la sensazione che il tempo si restringa, che i decenni o secoli che separano gli avvenimenti si accorcino. Con la giusta dose di fantasia e immaginazione si può iniziare il più intenso ed emozionante viaggio nel tempo che si possa intraprendere.

A quale altra domanda avresti voluto rispondere?

A questa: Ma le biblioteche sono utili agli scrittori? In realtà potrebbe sembrare di no. In una biblioteca un libro viene acquistato solo una volta e viene letto da decine, centinaia, migliaia di persone. Un disastro economico, per un autore che cerca di vivere con quello che scrive. Ma in realtà non è così drammatico. Promuovere la lettura aiuta tutti gli scrittori. Bisogna vedere le cose in grande. Ma è quello che uno scrittore deve fare comunque.

Carlo Pizzati è un autore di libri di narrativa e di non-fiction e sceneggiature per il cinema. Vive poco lontano da un villaggio di pescatori in Tamil Nadu (India), lavorando al suo quarto romanzo. È nato a Ginevra nel 1966 ed è cresciuto fino a 16 anni a Valdagno, in provincia di Vicenza. Dopo due anni al liceo Ginnasio G.G. Trissino, nell’82 si è trasferito a Pensacola (Florida) dove si è diplomato e ha iniziato l’Università. Si è laureato in Scienze Politiche ed Economia all’American University di Washington D.C. Nell’89 ha conseguito un Master in Giornalismo presso la Columbia University di New York.

intervista disponibile online anche a questo link.

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