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“Herr Hawthorne e Danilo Parise al cinema Edison” (un racconto dal libro “Il Passo che Cerchi”)

Il passo che cerchi nuova copertina copia

Questo racconto breve è l’intreccio tra due personaggi secondari di due diversi racconti, il primo di Nathaniel Hawthorne, l’altro di Goffredo Parise. Parte della narrazione si svolge, come leggerete, durante l’ultima fase della Seconda Guerra mondiale, 70 anni fa. Tratto dalla raccolta di resoconti letterari “Il Passo che Cerchi” di Carlo Pizzati.

“Era appena uscito dalla piscina comunale con i capelli umidi, all’ora di cena di lunedì 20 marzo. Mancava poco all’appuntamento con Danilo Parise.

Un’insegna luminosa invitava a conoscere il “Cinema Edison” e gli parve appropriato che l’inventore dell’illuminazione elettrica prestasse il proprio nome a un cartello pubblicitario di un cinema dove, quella sera, davano un film tedesco intitolato: “La città d’oro”.

Il botteghino era intasato da una ressa di recoaresi, ma anche da alpini in divisa. Immaginò si trattasse di una commemorazione ai caduti di quella Prima Guerra mondiale che aveva seminato scheletri sulle Piccole Dolomiti, alcuni ammucchiati in armadi di pietra nell’Ossario del Pasubio.

Acquistato il biglietto, si fece strada nella ressa per trovare un posto libero tra molti uomini e poche donne, quasi tutte accompagnate. Una sedeva davanti a lui con indosso un ingombrante cappello. Accanto a lei un uomo grasso, stretto in un cappotto grigio, cercava di sistemarsi sulla sedia ansimando. Pareva Danilo Parise. Mentre si spegnevano le luci, sullo schermo apparvero filmati in bianco e nero sulla Seconda Guerra, commentati da una rapida voce metallica, segno della comicità di anni tragici.

Il cappello della signorina intralciava la visuale. Sentì una vampata di calore al volto. Nella sala piena, si annusava l’odore di carne umana surriscaldata dai cappotti e dai maglioni di lana. Slacciò il giubbotto e allentò la sciarpa.

In quel momento, sullo schermo apparve il viso cotto dal sole di un uomo sui 40 anni con lo sguardo acceso e una barba rossiccia ad increspare la mascella rotonda.

“La storia di questa sera – lesse nei sottotitoli in italiano, mentre il tedesco parlava con un sigaro fumante tra i polpastrelli tozzi – ci porta in una casa nel centro di un paese di montagna. E’ un racconto che nasce da un racconto nascosto in una storia trovata in un diario che sussurra un segreto a chi lo sa capire”.

Protetto dall’oscurità, ma impregnato dal disagio, non riusciva a vedere bene  lo schermo nascosto dal cappello della signorina. Il calore della sala gli provocava una spossatezza interiore, aumentata dal battito che sentiva alle tempie. Sudava.

Respirare si fece difficile. Non riusciva a riempire né a svuotare del tutto i polmoni. Galleggiava in quella via di mezzo dove tanti di noi passano inconsapevolmente gran parte della loro vita. Il battito cardiaco accelerava e non riusciva a stare fermo. “Stai fermo”, si disse, rendendosi conto che muovendosi faceva molto rumore.

La signora accanto a lui borbottò: “…insòma, silensio, per favore…”. L’uomo grasso nel cappotto grigio – sì, era Danilo Parise – voltandosi a fatica sbatté lo stinco sul sedile di fronte e, con una contrazione di dolore sul viso paonazzo, disse:

Ghe moeo de far rumore? Dove gavìo inparà l’educasiòn? Varda che ghe ‘a inparo mi, eh?”.

Indicando la testa della signorina, disse: 

“Scusi, signor Parise, ma come si fa a venire al cinema con un cappello così?”.

La donna con il cappello, disse, rivolgendosi a Parise:

Gò fredo…”.

Mi no”, rispose lui.

Volsero di nuovo i visi illuminati verso lo schermo dove si vedeva la cucina di una villetta in un paese che, come si rese subito conto, era Recoaro Terme.

Un uomo sedeva al tavolo da pranzo, mentre la moglie gli voltava la schiena per finire di lavare i piatti. Chiuse gli occhi e ascoltò la voce proseguire nel racconto:

“Questa è Emma Sandri. Due settimane fa, suo marito è tornato a vivere con lei dopo 10 anni di inspiegabile assenza. Un giorno era scomparso, così, senza dire nulla”.

Non si sentiva per niente meglio, non era solo il caldo, anche il film iniziava a metterlo a disagio. Per fortuna un po’ di sonnolenza lo rilassò.

Chiuse gli occhi e ascoltò:

“Quando anche amici e parenti lo davano ormai per morto – disse il narratore – a Emma Sandri restò sempre un dubbio su quella scomparsa e continuò ad aspettarlo fino al giorno in cui suo marito, in effetti, salì di nuovo le scalette della villetta, esitò con la mano sulla maniglia, che trovò sciolta, fece quel passo, aprì la porta e Emma Sandri vide il suo sorriso attraverso una fessura, quasi identico a quello di 10 anni prima, l’espressione che l’aveva perseguitata nei ricordi e negli incubi, proprio uguale non fosse stato per qualche ruga in più, quel sorriso che pareva sempre annunciare una barzelletta, come quella sul marito che lascia la moglie per 10 anni e torna come nulla fosse, apre la porta e…e non andremo oltre quella porta. Già abbiamo detto troppo. Ma non tutto. – così disse la voce in quel “Cinema Edison” sempre più umido e caldo – Abbiamo raccontato l’attesa di Emma Sandri. Sappiamo che dopo 10 anni suo marito è tornato, che ha vissuto in Germania, a Weibling, dove si fa chiamare Herr Hawthorne, e che ora, a fine novembre del 1943, lavora per i servizi segreti tedeschi. Emma non saprà mai che in quei 10 anni il marito si era risposato e aveva avuto due figli biondi con cui parlava solo in tedesco. Non riuscirà mai a saperlo perché Emma verrà fucilata da un plotone d’esecuzione composto da un unico partigiano, che forse non sapeva che la giustiziata era incinta al quarto mese, cioè da prima che il marito tornasse a casa. L’accusa a Emma Sandri era di tradimento. Pochi giorni prima, infatti,  grazie a un informatore, erano stati arrestati e deportati a Mauthausen tre partigiani del battaglione del comandante il cui nome di battaglia era ‘Carlo’”.

Sullo schermo, vide ora Emma Sandri con i capelli tagliati corti, come si faceva con le collaboratrici naziste. Un uomo imbracciava un fucile guardando fuori dalla finestra e Leone Zulpo, sì, suo nonno Leone, o un attore che gli somigliava in maniera preoccupante, chiedeva alla donna:

Li gheto informà ti de noialtri? Sito stà ti?”.

“Ma questa non è ‘La città d’oro’!”, urlò verso il proiettore, ma fu zittito dalla platea. Per un attimo pensò d’essere il solo a vedere quelle immagini e ascoltare quelle parole.

“Le spiegazioni di Emma Sandri – continuò la voce del narratore – non importavano molto al Comandante del ‘Battaglione autonomo Valdagno’ Leone Zulpo, detto comandante Carlo, alpinista e guida, nonché farmacista. Ci sarebbe stato il tempo per un processo? Gli sguardi di Maurizio detto ‘Icio’, di guardia alle finestre oltre le quali si vedevano strani movimenti dall’altra parte del cortile, sembravano dire di no”.

Qualche settimana prima era andato ad una serata di commemorazione dove venivano proiettati ritratti del nonno in posa con il Papa, oppure con i pantaloni alla zuava, le corde di canapa o sugli sci.

Nelle immagini in bianco e nero si vedevano i suoi abbracci, i sorrisi fotogenici e un piglio ribelle che lo faceva guardare dalla parte opposta a tutti gli altri, da vero iconoclasta carismatico. Come pioniere del 6° grado aveva dato a molte vie il suo cognome.

In un film muto lo si vedeva affrontare un passaggio difficile: dove non riusciva a procedere, piantava una scaletta con un chiodo e, sospeso così nel vuoto, si agganciava e saliva ancora. Saliva quella scaletta come se ballasse, pareva uno scherzoso gnomo gigante, un danzatore elegante e preciso.

Salendo, sfidava l’aria, la mangiava a bocconi, la conquistava, la fendeva a ritmo, come una bandiera issata a scatti. L’idea di non arrivare in vetta non faceva parte del suo sorriso che è ciò che più gli mancava e gli manca del nonno, quell’espressione che diceva: non ho paura, ti voglio bene, sei al sicuro, ti guido io se hai dei dubbi sul sentiero, siamo uguali, sii tranquillo.

Agli occhi degli abitanti di Recoaro e di Valdagno, Leone Zulpo era quindi l’esempio di qualche cosa di nobile, pulito, misterioso e sacro che forse era anche in essi stessi. Il carisma di Leone era uno specchio che rifletteva luce pulita. Ricordarlo dopo tanti anni, attraverso parole sentimentali e figure retoriche, serviva a riaccendere quella luce, a ridistribuire frammenti luminosi tra chi gli era sopravvissuto.

Emma Sandri non era fra questi, avendo dovuto ammettere di essere la moglie del kruko, così lo chiamavano, il “tedesco” che era scomparso per 10 anni e che s’era messo a fare troppe domande ed era stato visto parlare con le SS.

“Il Battaglione aveva deciso di mettere fine allo scambio d’informazioni con i nazisti”, disse il commentatore e poi tacque.

Le immagini scorrevano sullo schermo del Cinema Edison:

“Sono in cinque attorno a lei, ora. Discutono. Il partigiano Roberto si china e la gira. Lei geme. La lascia andare e s’affloscia a terra. E’ lì che ricomincia. La trascinano per le caviglie in mezzo alla stanza. Roberto le tira dei calci sulle anche. Punta una torcia sul viso con le labbra gonfie, piene di schiuma rosa. Le strappano i vestiti. Cercano di metterla seduta. Ricade. Sembra avere un braccio storto. Non potrebbe parlare neanche volendo, nonostante gli schiaffi che fanno bruciare le mani di Roberto”.

“Emma ha i capelli bagnati. Roberto accende una sigaretta e le si avvicina urlando”, disse il narratore.

Emma sullo schermo aveva lo sguardo fisso.

Parké mi?’, disse, poi chiuse gli occhi e vomitò sangue sui suoi stessi capelli.

I ‘riva!’, urlò a bassa voce Icio.

Còpela’, disse la voce.

Ma…el proceso?’, chiese un altro.

No ghe xé tenpo’.

Due spari chiusero la frase.

Aprì gli occhi. Dal foro sulla fronte di Emma Sandri, gli parve di scorgere un minuscolo raggio di luce che arrivava fino in platea.

“Alcuni mesi dopo, – disse il narratore – nel Quaderno di Ruolino, il comandante Carlo avrebbe scritto: ‘Fu anche prelevata una donna, certa Sandri Emma, presunta spia, che, in circostanze difficili a causa di rastrellamenti, gli elementi che la custodivano si videro costretti a sopprimere prima che il Tribunale del Btg avesse deliberato la sentenza. Il bilancio di questi mesi è di 167 prigionieri, 3 fascisti morti e 4 partigiani morti. Firmato: Comandante ‘Carlo’.’

Non potè più resistere, in quel cinema, con quella storia assurda.

Si alzò, disturbando l’intera fila, che continuò a lamentarsi  fino a quando ebbe raggiunto l’uscita e arrivò a respirare l’aria fredda della Via Lelia.”

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