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“Il linguaggio di Renzi? Pornografia sentimentale.”

[Versione integrale dell’intervista di Carlo Pizzati a Claudio Giunta su “Essere #matteorenzi” (il Mulino, 80 pp.)]

“Un quarantenne che conserva la mentalità, la frenesia, il linguaggio, la determinazione di quando aveva 25 anni può essere un coglione infrequentabile, uno di quelli che si schiantano facendo bungee jumping. O può essere un condottiero.”

Sotto la lente d’ingrandimento del professor Claudio Giunta c’è un uomo che più del Berlusconi d’avanspettacolo, più dell’Andreotti attore pubblicitario con la Marini, più dell’ex ministro De Michelis con le sue guide alle discoteche, e più anche del presidente Pertini in diretta tv dal pozzo di Alfredino, è in grado di abbattere le paratie, sfondare le separazioni tra ambiti e linguaggi, tra tragico e comico, popolare e colto, alto e basso, senza che ci sia qualcosa di studiato nelle scelte comunicative del “pasdaran della moderazione.” Nell’acuto e utile “Essere #matteorenzi” (il Mulino, 80 pp.) la cultura del linguaggio renziano si forma al liceo, ma più ancora alle elementari e alle medie, sulla prima pagina di “Repubblica”, guardando Che tempo che fa di Fazio, sparpagliando qualche citazione di Wikiquote e miscelandoci dentro un po’ di Jovanotti, Muccino, Will Smith. Insomma: “pornografia sentimentale del cazzo!” sbotta la voce più disinibita di questo saggio in cui Giunta, autore brillante e professore straordinario di Letteratura Italiana all’Università di Trento, ci regala una chiave per decodificare l’ottimistico nulla che ci circonda.

Nell’ultimo capitolo specifica che questo è un libro sul linguaggio, non sulla politica. Ma le due cose sono scindibili?

Direi che sono perfettamente scindibili, nel senso che un conto sono i provvedimenti, le riforme, le proposte sulla giustizia, la scuola, l’immigrazione, il lavoro, la guerra, l’ISIS eccetera; e un conto tutto diverso è il modo in cui si parla, si muovono le mani, ci si veste, e i libri che si leggono, le cose che si citano, il tono di voce che si usa per citarle, eccetera eccetera. Sono due cose molto distinte, e secondo me le prime (la politica, diciamo) non sono né molto importanti né molto interessanti da descrivere, mentre le seconde (il linguaggio, diciamo: nel senso larghissimo che ho detto) sono sia importanti sia interessanti.

Scrive che “Renzi dice che ‘le cose in sé’ non esistono. Esistono solo le interpretazioni.” E quindi che conta solo lo storytelling. “Raccontare storie,” in questo caso si potrebbe però tradurre anche con raccontar frottole?

Oh sì, certo, ma simili a quelle che si raccontano in continuazione, facendo politica, anzi che si raccontano in continuazione vivendo, specie se la vita ti mette in posizioni di potere, controllo, amministrazione. Una cosa che impari crescendo e invecchiando è che la gente fa soprattutto finta di esercitare potere e controllo, e di amministrare: mentre è tutto molto più casuale e inerziale di come ci piacerebbe credere. Ci raccontiamo delle storie, le raccontiamo agli altri, e alla fine molti – i più stupidi, o i più convinti, o quelli meno dotati di senso dell’umorismo – finiscono per crederci: quelli che sgomitano per il potere sono soprattutto persone del genere – non tutte, ma molte. Insomma non è che Renzi, o qualsiasi altro uomo politico, racconti frottole: finge di avere il controllo, che è diverso. E del resto, se non fingesse di averlo chi lo voterebbe? Fa benissimo a fare così. 

Il suo libro analizza le parole usate da Renzi, il linguaggio dell’italiano medio che lui è, non che lui imita. Cool, smart, “discettare,” “interloquire.” Renzi battutaro paragonato a Berlusconi raccontatore di barzellette. Ma si concentra anche sul ritmo, la velocità del suo linguaggio che spinge a semplificare, e quindi a unificare. È questo il nucleo del carisma Renzi?

Non so se sia il nucleo: certo è la parte più appariscente, e quindi al tempo stesso più profonda, del suo fascino.

Renzi parla in maniera completamente diversa rispetto a tutti quelli che lo hanno preceduto perché parla come un normale quarantenne di media cultura, né un’ottava sopra né un’ottava sotto. Chi lo ascolta non percepisce nessuno scarto rispetto al proprio linguaggio. Ed è una questione di scelta dei termini, ovviamente, ma anche e soprattutto una questione di tono. La cosa che piace (o non piace) in Renzi è che è sempre informale: parla della Fiorentina mentre presenta la riforma della scuola, parla di soap operas al parlamento europeo. È il tipo che racconta le barzellette ai funerali.

Ecco: questa rottura delle barriere, del ‘si può dire vs. non si può dire’, questa fusione, cioè abolizione dei registri – Renzi parla così; ma moltissimi italiani sotto i cinquanta parlano così; io stesso parlo così.

“Gli italiani sono sempre stati i migliori nel mondo.” Per fortuna smonta con grande precisione questa bufala renziana che definisce come una “fede che si fonda sul quasi nulla: ma piace.” Pensa che Renzi sia riuscito a togliere quella patina di fascismo che restava ancora spalmata sulla parola “patriottismo”?

Personalmente non sono così contrario all’idea di patriottismo, cioè non di fedeltà ma di interesse alla patria. E non è che mi dispiaccia che un Presidente del Consiglio tenti questa mozione degli affetti, in maniera dolce, come fa lui. Fa un po’ ridere gli intellettuali come me, certo; ma dipende dal luogo da cui si parla: sono appelli che stonerebbero sulle mie labbra, ma non stonano troppo su quelle di un uomo politico; certo, sulle labbra di Renzi tutto diventa slogan, striscione da curva dello stadio. Ma non è che mi dia tanto fastidio… Cioè: nel capitolo che citi io metto alcuni giudizi in bocca a un personaggio un po’ snob, giudizi che non è detto che io condivida.

Ecco, a quel suo amico snob, che mi pare abbastanza lampante sia il suo alter ego, fa dire: “Senza La meglio gioventù Renzi non esisterebbe.”

L’amico snob sono io nei momenti di malumore e di misoneismo, che sono più frequenti di quanto vorrei. Sono anche molti miei amici nei loro momenti di malumore e di misoneismo ecc. ecc. Sono quelli che hanno letto dei libri, e che davanti alle cose che dice Renzi, e al modo in cui le dice, non si capacitano, sgranano gli occhi. Mah, La meglio gioventù è soltanto un esempio (fatto dall’amico snob, non da me!): un esempio di quella retorica emozionale-motivazionale che piace soprattutto al pubblico con pretese intellettuali, quelli che si scandalizzano per i cinepanettoni e la fica in TV. L’amico snob (e anch’io) pensa che siano meglio i cinepanettoni e la fica in TV, senza ombra di ironia. Vede in Renzi il frutto di quel – diciamo – movimento di idee/emozioni che semplifica la realtà mettendo i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, affogando i problemi reali in una melassa di buoni sentimenti e buone intenzioni, eccetera. Ma Renzi è meglio di quella roba lì.

Identifica gli oppositori di Renzi nel M5S ma anche nella sinistra Pd, ovvero: “intellettuali, miracolati delle Università e di ‘Repubblica,’ questi inverosimili tromboni che passano la vita coll’indice alzato, ammonente, senza avere in testa la più vaga idea di come funzioni veramente il mondo.” Sono davvero solo questi i veri oppositori di Renzi?

No, l’opposizione a Renzi può venire solo dalla realtà, cioè dai dati sull’economia, dalla cabala della legge elettorale, dall’insoddisfazione che per forza di cose prima o poi affiora in chiunque ha creduto al potere palingenetico di un progetto politico, di un uomo politico – in un mondo che non ammette palingenesi.

Gli intellettuali miracolati dall’università e da «Repubblica» sono quelli che io mi vedo intorno continuamente perché appartengo a quel mondo: e li trovo atroci, atroci. Ma per definire questa atrocità occorrerebbero pagine, un libro, un libro satirico alla Tom Wolfe, e forse – ammesso e non concesso che uno ne sia capace – non ne vale la pena, no?

“Quasi tutti hanno troppo da perdere per volere davvero una rivoluzione, si tratta di oliare la macchina e fare in modo che funzioni a regime. Vogliamo la Danimarca, non la Città del Sole di Campanella, che era matto.” Renzi promette non un cambiamento radicale alla Grillo, ma di far funzionare ciò che ora non funziona bene. Cioè rottamare chi gestisce male un sistema che in realtà è ben congegnato e richiede solo entusiasmo e la buona volontà dei boy scout per funzionare bene?

Direi che il sistema è tutt’altro che ben congegnato. Ma è un sistema inerziale, che non è guidato da nessuno, che procede da sé: non credo che possa essere rivoluzionato, se non a un prezzo che quasi nessuno è disposto a pagare (e certamente non io); non credo neppure che possa davvero essere riformato. Si possono oliare gli ingranaggi, farlo andare avanti un po’ meglio, togliere gli intoppi… Che poi questa manutenzione finisca per rendere il Macchinario ancora più violento, più ingiusto, più stupido eccetera – è possibile, è possibile. Ma la politica non riguarda l’essenza, riguarda i fenomeni, e interviene, quando può, su quelli. L’essenza, come dico nel libretto, la sfiorano semmai l’economia e l’amministrazione, che sono ben poco soggette alla politica.

Renzi dice che la politica è occuparsi delle cose belle. Rino Formica diceva “La politica è sangue e merda.” Aggiunge: “Ha ragione Formica, si capisce. Ma voi di quale dei due vorreste essere amico?” Cos’ha portato l’elettorato italiano, tradizionalmente scaltro e utilitario, a credere nell’ “amico” con un Atteggiamento Mentale Positivo? La disperazione?

Ma io non credo affatto che l’elettorato italiano sia tradizionalmente scaltro e utilitario. Senza mobilitare la psicologia delle masse, mi pare che ogni elettorato, ogni popolo, abbia bisogno di riconoscersi in qualcuno che dia speranza, e persino gioia – con quel tanto o quel poco di finzione che la speranza e la gioia portano con sé.

(pubblicato in Cultura, p. 15 de il Garantista il 17 marzo 2015)

Giunta su il Garantista

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