CP

“Qui in Nepal chi viene dal Tibet conta meno di zero” di Carlo Pizzati

kunsangdechenscan

KATMANDU (Nepal) – Incontro Pasang Phayul in un ristorante nel centro. I camerieri affaccendati tra i tavoli versano caraffe d’acqua ghiacciata e riempiono tazze di caffè americano senza però distoglierci dall’intensità della conversazione. Pasang mitraglia con gli occhi i tavoli attorno per esser sicuro che non ci sia gente in ascolto e a metà dell’intervista se la prende con sé stesso per non essersi ricordato di togliere la batteria al telefono, precauzione necessaria per non farsi intercettare.

Eppure è un cittadino nepalese, figlio di padre del Nepal e di madre tibetana. Incarna perfettamente la situazione che rappresenta nel ruolo di presidente del Congresso dei Giovani Tibetani del Nepal. Ha solo 26 anni e vuol finire gli studi di legge per difendere i profughi.

“La situazione tra gli attivisti tibetani è molto intensa in questo momento. Abbiamo un’intera generazione di tibetani senza documenti. Non esistono, secondo il Nepal. Ma sono qui. Posso rappresentarli perché non mi possono ricattare e intimidire ricacciandomi in qualche ghetto. Ho un passaporto nepalese e qualche diritto. Ma se sei tibetano, qui in Nepal, come ovunque nel mondo, o ti danno lo status di rifugiato oppure non sei nessuno, visto che il nostro paese è stato invaso.”

Pasang dice che non c’è stato alcun progresso da parte del governo nepalese nel fornire documenti ai tibetani fuggiti dall’occupazione cinese attraversando le Himalaya. “E ora c’è ancora meno speranza di una soluzione. Nessuno si vuol prendere questa responsabilità.”

Invece, il problema dei profughi del Bhutan è stato risolto in fretta. L’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU ha trovato casa a 90mila dei 120mila profughi bhutanesi negli U.S.A., in Canada, Australia e Regno Unito. “Allora perché non riescono a risolvere il problema di 18mila tibetani?”

Perché, come confermano i miei incontri con altri membri della comunità tibetana di Kathmandu, la più numerosa in Nepal, il governo di Kathmandu cede alle pressioni di Pechino.

“I cinesi non vogliono che lasciamo il Nepal. Se ce ne andiamo e arriviamo in India o in Occidente possiamo aiutare a organizzare gli altri tibetani. Senza pressioni cinesi il nostro problema sarebbe già stato risolto. Invece migliaia di noi, soprattutto i più giovani che sono nati qui da genitori senza documenti o che sono scappati qui negli ultimi 20 anni, vivono senza diritto alla scuola, al lavoro, senza possibilità di avere una patente, aprire un conto in banca. Per far tutto questo ci vuole la cittadinanza. Anche per avere un lavoro vero. Gli unici lavori per i tibetani senza documenti sono nei negozietti all’interno della nostra comunità. Senza una Carta del Profugo non ci danno documenti, senza documenti non c’è educazione, quindi non c’è lavoro ben pagato non c’è garanzia di poter acquistare proprietà, non c’è futuro. Siamo intrappolati qui, non abbiamo opzioni. La nostra generazione è in una fase frustrante in un ambiente frustrante. È una bomba a orologeria. L’unica domanda è: quando esploderà?”

Ci interrompe l’arrivo di due soldati in uniforme che decidono di sedersi accanto al nostro tavolo. Pasang se ne accorge, mentre sta per dire qualcos’altro. Si alza di scatto, impaurito, anche se forse è solo una coincidenza. Scompare in pochi secondi, mentre mi attardo a pagare il mio cappuccino e il suo frappé. Lo trovo ad aspettarmi nell’oscurità del parcheggio, dove riprendiamo il nostro dialogo.

“La polizia ha in pugno la comunità tibetana. Ci controlla, ci segue, ci spia. Ci sono il ministero degli Interni, la polizia, la Vigilanza Nazionale, le spie locali e le spie tibetane infiltrate dai Cinesi nella nostra comunità. Abbiamo paura  di manifestare, siamo troppo occupati a nasconderci. Se il presidente cinese annuncia una visita qui, tutti i membri dei direttivi delle nostre associazioni vengono arrestati preventivamente, come precauzione. Vivo con la paura che mi accada in ogni momento. Mi hanno già interrogato due volte in commissariato.”

Ma perché il Nepal non vi concede la Carta del Profugo, l’agognata Refugee Card?

“Il Nepal ci usa come pedine tra Cina e Stati Uniti. Siamo utili. Ma in questo gioco un’intera generazione si sta sprecando. Non c’è futuro qui per un 18enne tibetano senza documenti. Non c’è nemmeno rappresentanza legale. Non abbiamo bisogno di soldi dall’Occidente. Abbiamo bisogno dei documenti e poi gli aiuti possono servire. Ma i soldi senza i documenti, non aiuta a lungo termine. Ma il problema adesso è che sempre più tibetani stanno cominciando a scappare negli Stati Uniti o in Europa prendendosi dei rischi enormi. Viaggiano illegalmente in modi molto pericolosi, rischiano continuamente la vita. Se in 5 o 6 anni tutto questo non cambia, la situazione potrebbe diventare violenta. Tenere migliaia di persone in una situazione così…non sarà un problema solo per il Nepal, sarà un problema internazionale.”

Mi pare un po’ senza speranza.

“La speranza?” ride, “La speranza c’è, ma meglio non contarci!”

(pubblicato sulle pagine culturali de “il Garantista” il 14 febbraio 2015)

Advertisements

4 thoughts on ““Qui in Nepal chi viene dal Tibet conta meno di zero” di Carlo Pizzati

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s