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“Io, profugo tibetano, sfidai l’Himalaya per salvarmi la vita” di Carlo Pizzati

KATMANDU (Nepal) – Le strade si rabbuiano nel ghetto tibetano di Jawalkhel, mentre io e il mio nuovo amico usciamo dal taxi. L’accordo con l’autista è che ci aspetti per un’ora, poi mi riporterà all’albergo. Avrei dovuto capirlo che un’ora non sarebbe bastata per vedere e ascoltare quel che m’aspetta: la storia di un profugo tibetano che per fuggire in Nepal è sopravvissuto alle fucilate dei frontalieri cinesi, all’assideramento, alla fame e molto di più.

L’amico Tsering Phuntsok mi porta attraverso i viottoli cupi di quest’improvvisato villaggio dentro la capitale, costruito con i contributi delle organizzazioni non governative. Proprio una Ngo britannica ha finanziato l’ospizio che visitiamo. Dieci anziani tibetani succhiano lentamente la loro zuppa per cacciar via l’umidità di un monsone ritardatario che non sembra proprio voler lasciar in pace Katmandu. Sul loro tavolo, ruote per la preghiera da girare con la mano, tra una cucchiaiata e l’altra. Mentre spio nel refettorio vedo visi sorridenti, e qualcuno accenna un breve inchino di saluto verso lo straniero. Non restiamo a lungo, c’è una storia più importante che ci aspetta. Camminando Phuntsok mi dice dei 18mila, forse 20mila profughi che negli ultimi 20 anni non hanno avuto nemmeno la possibilità di essere considerati tali. Arriviamo in una piazza.

“Cosa stiamo cercando?” mi chiede.

“Qualcuno che è scappato dal Tibet per venire fin qui,” gli rispondo.

Phuntsok mi indica una luce in fondo a un viottolo. Là troviamo una specie di negozietto, una drogheria ancora aperta. Due tibetani sorseggiano le loro tazze seduti su una panca sgangherata.

Phuntsok mi presenta un uomo di circa 35 anni, collo solido, spalle forti, sorriso lampeggiante. Mi dice il suo nome, ma quando gli chiederò di poterlo scrivere qui, mi pregherà di non farlo. Così, lo chiameremo R.

R. ci invita subito a casa sua e ci fa accomodare in uno dei tre materassi sistemati a terra accanto a un tavolo senza gambe di una camera/cucina/sala da pranzo. Sul davanzale c’è la batteria di un’auto collegata a due cavi che s’inerpicano lungo il muro finendo in una torcia portatile, improvvisato candelabro-black-out della povertà. Inizia a parlare e sarà impossibile per me infilare delle domane, mentre questo trentenne energico e sorridente mi racconta una delle storie più avventurose che abbia ascoltato in decenni di reportage e giornalismo in giro per il mondo:

“Mi ci volle un mese per arrivare dal Tibet orientale a Lhasa. Era il 1998. Eravamo in 48 profughi e ci guidava un uomo che aveva già fatto l’attraversata. Dopo Lhasa puntammo alle montagne, marciando per una settimana, ma solo di notte e all’alba, nascondendoci di giorno. Era dicembre quando finalmente raggiungemmo un grande fiume. Forse era il Brahmaputra, non posso dirlo con certezza. Ci volle un’ora e mezza per attraversare questo fiume mezzo ghiacciato. Fummo costretti a fermarci e aggrapparci a delle grandi rocce, nel guado, per riscaldarci un po’ prima di procedere e non congelarci. Saltavamo su e giù, facevamo circolare il sangue e strisciavamo di nuovo nell’acqua gelata, cercando di schivare i blocchi di ghiaccio che scendevano con la corrente.

Dopo aver raggiunto la riva udimmo delle grida nel buio. Guardie cinesi. Iniziarono a sparare verso di noi e verso i nostri compagni che erano ancora nel fiume. Rimasi al riparo mentre arrestavano 15 bimbi e anziani che viaggiavano con noi. Mi nascondevo con un amico sotto un cespuglio, quando un soldato cinese ci catturò. Mi puntò il fucile in faccia. Ero disperato e resistetti. Avevo appena 19 anni e agii d’istinto, senza pensare alle possibili conseguenze. Fu così che riuscii a sorprendere il cinese e a impossessarmi della sua arma.  Iniziò a urlare ‘aiuto! aiuto!’ Era furioso. Pensai che in questo modo gli altri agenti avrebbero dovuto abbandonare i 15 amici arrestati, per venire a darci la caccia. ‘Mi hanno preso il fucile!’ gridava il cinese. Lo lasciai urlare. Poi lo lasciai fuggire. Gettai via il fucile. Io e il mio amico ci nascondemmo sotto ai cespugli. Udii i soldati cercarci. Eravamo dritti sotto ai loro piedi. Avevo paura che il mio cuore avrebbe battuto così violentemente da farsi sentire. Ma riuscimmo a fuggire.

Arrivammo in cima a una collina e scrutammo una zona ben illuminata, giù a valle. C’erano i nostri amici arrestati. Li tenevano dentro a grandi gabbie, come allo zoo, illuminate dai fari delle jeep. Li vedevamo, potevamo riconoscerli uno per uno, tanto eravamo vicini. Così decidemmo di salire sempre più in alto e camminammo tutta la notte. In cima alla collina udimmo di nuovo delle voci. Cinesi? No, disse il mio amico, sono dei nostri. Trovammo altri 3 del nostro gruppo e all’alba, per paura di essere visti nella luce del giorno decidemmo di nasconderci, mentre all’orizzonte individuammo un altro gruppo che arrivava in lontananza. Erano altri 7 dei nostri e ci raggiunsero con l’oscurità.

Così ricompattati dovevamo decidere cosa fare. Niente soldi, niente cibo, niente più bagagli. Ma determinati a raggiungere il Nepal. Per farlo avremmo dovuto attraversare un altro fiume ghiacciato. In lontananza altre jeep e motociclette cinesi pattugliavano le rive del fiume. Impauriti ci stendemmo subito a terra e coprirci di rocce, rimanendo perfettamente immobili. Faceva molto freddo. Poi ci raggiunsero altre 4 persone. Ci rendemmo conto che stavamo per essere accerchiati perché diversi gruppi di agenti, in lontananza, venivano verso di noi. Così ci spostammo di 3 chilometri e infatti vedemmo che la polizia aveva scoperto dove ci eravamo nascosti tutto il giorno.

La terza notte decidemmo d’attraversare il fiume, ma i cani abbaiavano e la polizia pattugliava quindi decidemmo di raggiungere un villaggio dove trovammo del cibo. Non avevamo più da mangiare, ma avevamo soldi per acquistare qualcosa. Una delle due ragazze che era con noi era riuscita a salvare una palla di foglie di the nel panciotto del gilet, così riuscimmo a preparare un pranzo per tutti noi. Rinvigoriti, marciammo per altri 10 chilometri senza fermarci, fino al fiume. Iniziammo la traversata all’alba. Era molto profondo ed eravamo immersi fino alle guance. I pezzi di ghiaccio che scendevano con la corrente ci tagliavano il viso. Vedevo nelle luci del mattino nuvole di sangue spandersi nell’acqua attorno a noi. A riva, due spie tibetane urlavano alla polizia, indicandoci. La polizia ci aspettava dall’altro lato, ma lasciandoci trasportare un po’ dalla corrente riuscimmo ad evitare la cattura e ci mettemmo a correre verso le montagne più vicine. La situazione peggiorava. Non avevamo più soldati alle calcagna ed era chiaro il perché. Entravamo in una terra troppo desolata. Senza cibo, senza niente. Dormivamo sulla neve.

Stavamo per morire di fame e decidemmo di mangiare il fango che si scioglieva nelle nostre mani. Diventammo così esperti di fango che sapevamo consigliare quale aveva un sapore migliore dell’altro. Ma le cose si misero molto male per me. Non so se fu il fango o il freddo congelante, so che il giorno dopo mi svegliai e mi resi conto che non potevo muovere il corpo. La mente continuava a pensare, ma il corpo rifiutava di rispondere ai miei comandi e restai disteso lì, a terra. Ero quello messo peggio nel gruppo. Vidi due anziani che controllavano il battito cardiaco di un altro profugo e ricordo che urlai di venire da me, che avevo bisogno di aiuto. Ma sembravano ignari della mia voce, facevano finta di non sentirmi. Solo allora capii che non stavo urlando. Volevo, pensavo di farlo, ma il mio corpo non rispondeva ai miei ordini. Fu in quel momento che cominciai a spaventarmi davvero perché ero sicuro che sarei morto. Finalmente gli anziani si avvicinarono e controllarono il mio battito. Poi trovarono dello sterco di vacca e riuscirono a bruciarlo, massaggiandomelo sulla schiena e sullo stomaco e così mi riportarono in vita. La mattina riuscii di nuovo a camminare.

C’era un sacerdote, un lama, nel nostro gruppo. Sono convinto che sapeva in anticipo quel che stava per accaderci. Per questo eravamo riusciti ad evitare ben due imboscate dei soldati. Ed era ancora con noi quando finalmente raggiungemmo un rifugio di montagna dove viveva una famiglia tibetana. Avevano un’intera pecora scuoiata appesa nella ghiacciaia. Era il cibo per il loro inverno e non volevano vendercelo. Ma alla fine cedettero e ci mangiammo l’intero animale. In lontananza vedemmo avvicinarsi un’auto della polizia di frontiera. Avevano un patto con la famiglia di quel rifugio. Se il capofamiglia si affacciava sentendo la jeep che pattugliava si fermavano per il te. Se non si faceva vedere, tiravano dritti. Così il capofamiglia rimase nascosto con noi.

Ripartimmo nel nostro cammino nella neve. Il lama era molto malato. Era vegetariano ed era stato costretto a mangiare la pecora. Stava vomitando sangue. Disse: ‘lasciatemi qui, e mandatemi qualcuno quando avrete superato le montagne.’ Ma nessuno volle abbandonarlo. Perdemmo un giorno a decidere e facemmo come aveva detto lui.

Finalmente, da lassù nella montagna, avvistammo dei fuochi di un piccolo accampamento, laggiù in lontananza. Erano due guide di montana che conoscevano bene i passi tra Nepal e Tibet. S’incamminarono per salvare il lama, ma prima c’indicarono la nostra scalata finale. ‘Dovete raggiungere la cima del ghiacciaio prima delle 9 di mattina,’ ci avvisarono, ‘o tutto comincerà a scivolarvi sotto ai piedi, perché il ghiaccio si scioglie nella luce del mattino.’

E infatti ci incamminammo prestissimo su una salita molto verticale, tra neve e ghiaccio. Ma dovevamo sgattaiolare su in fretta, perché come ci era stato detto, mentre l’orologio si avvicinava alle 9 del mattino vedemmo che tutto cominciava a scivolare a valle e a mezzogiorno stava sciogliendosi tutto e rotolando giù velocemente. Quindi riuscimmo ad arrivare al passo e iniziammo la discesa dall’altra parte verso una zona finalmente più verde. Vedemmo segni del passaggio di animali, e in lontananza un grande gatto, e forse dei tigrotti, non so dire con certezza. Mentre scendevamo, ci trovammo di colpo fuori dalla giungla e sulla pista di atterraggio di un aeroporto. Eravamo una banda disperata di straccioni, sporchi, puzzolenti, con il sangue raggrumato sui capelli e sui vestiti e ci trovammo circondati dalle jeep della polizia e da soldati a piedi. Polizia nepalese!”

Il lama sopravvisse, racconta R. Non arrivò mai in Nepal e oggi è un leader molto rispettato in un monastero tibetano. R. abita nel ghetto di Katmandu da allora. Non ha documenti, non ha possibilità di lavorare legalmente fuori da Jawalkhel. “Ci sono così tante storie come la mia,” dice “Così tanti che non ce la fanno, che vengono uccisi dai soldati o dalla polizia al confine, come una monaca nel Nanga Prabat di recente. E tante storie come queste che finiscono male e di cui non sappiamo nulla. Non c’è nessuno che ne parli, nessuno che lo racconti. Una volta che una spedizione come questa fallisce ed è fermata dai fucili o dalle acque gelate del fiume o dalla fame, nessuno ne parla più. Noi fummo fortunati. Ma c’è gente che muore ogni mese su quei sentieri dell’Himalaya.”

(pubblicato sulle pagine culturali de “il Garantista” il 14 febbraio 2015)

Tibetano profugo pg 12 il garantistaTibetano profugo pg 13 il garantista

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2 thoughts on ““Io, profugo tibetano, sfidai l’Himalaya per salvarmi la vita” di Carlo Pizzati

  1. Caro subcomandante Carlo, da ieri sono informato: hai pubblicato per GianGiacomo!!!!
    Non immagini la gioia.
    Lo dico da una vita, la tua penna e’ eccelsa, bravo!!!

    A tal proposito, dato che io ti riconosco come uno scrittore di racconti e non di romanzi (i tuoi romanzi sono una collezione imperdibile di racconti), riesumo una vecchia chiaccherata fra Bruno Arpaia e Luis Sepulveda, nella quale, facendo un paragone boxistico, si sosteneva come un romanzo possa vincere per ko tecnico, mentre un racconto debba necessariamente vincere per ko.

    Sei veramente capace.

    Hasta
    Zac

    http://www.zacforever.wordpress.com

    • Caro Zac (forever!),
      che belle, come sempre, le tue parole. Grazie e mi sa che hai proprio colto nel segno con la tua analisi su racconti e romanzi. Spero che quando avrai letto mi farai sapere cosa ne pensi. O di leggerlo su Zacforever!
      Un abbraccio
      Carlo

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