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Perché i giovani (disoccupati) devono leggere Turgenev (di Carlo Pizzati)

Ho due nipoti disoccupati di 21 e 23 anni. Non sono tipi da università e non hanno lavoro. Normale. Il tasso di disoccupazione giovanile è oltre il 40 per cento, se non sbaglio. Mi sono spesso ritrovato, negli anni, nel ruolo scomodo dello zio che dispensa consigli. Orrore. Riesce davvero difficile dare consigli pratici in questa realtà, ma l’altro giorno mi sono reso conto, forse per disperazione, d’essere passato ai consigli poco pratici.

A uno dei nipoti in cerca di lavoro e di una direzione nella vita ho detto: “Leggi ‘Rudin’ di Turgenev. Ti spiegherà l’importanza di prendersi in pugno la propria vita. No, non è un manuale di auto-aiuto. È letteratura russa.”

Non credo che lo leggerà, ma rendo pubblica qui la motivazione di questo consiglio esteso a tutti i figli degli anni ’90, alcuni dei quali incontro due volte la settimana, questo semestre, in un’aula universitaria.

Perché “Rudin”? In realtà Rudin finisce un po’ male. Anzi, il suo afflato verso l’azione, dopo una vita da inerte e ciarliero “uomo superfluo” lo porta a un epilogo tragicomico. Ecco, mi hai detto il finale, spoiler alert! spoiler alert! Tranquillo, nipote, l’importanza di leggere “Rudin,” il primo romanzo di Ivan Sergeevic Turgenev, ha poco a che vedere con “il plot.” Non è una serie tv.

Turgenev nacque il 9 novembre del 1818 in una Russia che ci ha regalato una delle più intense e utili letterature del mondo. Salvò dai debiti di gioco Tolstoj e aiutò Dostoevskij in frangenti simili. Poi si fece condannare a un mese di carcere per pubblicato a sue spese e contro il veto della censura, un ispirato necrologio per Gogol. Idolatria, fu l’accusa, per aver osato dire che bisognava chiamarlo “Grande Gogol,” come uno zar.

Il suo “Rudin” è un Romanzo che si dice rappresenti la generazione dei ventenni degli anni ’40 di due secoli fa. Cos’ha dunque tutto ciò a che vedere con i nostri ragazzi nati negli anni ’90, i cosiddetti Millennials? “Rudin” parla di carattere, di personalità, di tendenze umane che sono atemporali e nelle quali è ancora possibile riconoscersi (a tutte le età).

La morale di questa novella, come Turgenev la definì, è che ciò che sconta nella vita non è quel che conquisti, ma come vivi. Beh, la morale più semplicistica.

“Rudin” va in realtà molto più a fondo. I fatti di cui parla si svolgono tra la Guerra di Crimea e le rivoluzioni europee del 1848. Rudin è un trentenne con i vestiti troppo stretti, come se ci fosse cresciuto dentro (i corsi e i ricorsi della moda, sorella della morte, figlia della caducità, come scriveva il Leopardi!). Ha la lingua svelta e acuta, ma nonostante la sua eloquenza non riesce a realizzare ciò di cui parla. La scena chiave per capirlo è quando Natasha, figlia della padrone di casa dov’è ospite da mesi, gli rivela che la madre è contraria al loro nascente amore. Rudin, invece di combattere romanticamente per la relazione, come vorrebbe Natasha, le dice mesto mesto che devono “sottomettersi al destino” e obbedire a mammà. Natasha lo scarica subito, giustamente. E sposa un altro.

Rudin è “quasi un Titano a parole, ma un pigmeo nei fatti.” Quanti ragazzi possono riconoscersi in questa definizione? L’amico d’infanzia Leznehv gli si contrappone come l’uomo normale, senza grandi ambizioni. Noiosissimo. Un petit-beurgeois. Che infatti si sposa, fa soldi, conduce un’esistenza senza scosse: un uomo da bruciare, per i sorcini in ascolto.

Invece Rudin, quest’uomo superfluo, loquace e introspettivo, rappresenta il prototipo amletico che Turgenev sviluppa in un importante discorso tenuto nel 1860 su “Amleto e Don Chisciotte.” L’autore russo identifico in queste icone letterarie due tendenze caratteriali presenti in tutti noi. L’egoistico Amleto, troppo assorto nella riflessione per agire, e l’entusiasta e spensierato Don Chisciotte che è sempre pronto all’azione. Anche se insensata.

Sì, Don Chisciotte è il coraggioso rivoluzionario che rischia di diventare un “militonto,” un pazzo scatenato che vede draghi nei mulini a vento (gombloddisda, per capirci). Ha fiducia nella Verità e in qualcosa di Supremo. È un tipo sincero, guidato dalla forza di volontà. È comico, ma molto amato.

Amleto è la sua antitesi. Dovrebbe vendicare l’uccisione del padre, ma è roso dal dubbio, dall’inazione. Uccide lo zio quasi per errore. È troppo analitico per auto-immolarsi. O per rischiare. È come Rudin. Uno dei suoi pochi meriti è quello di riuscire a educare gli altri. Con il pensiero, non con l’esempio.

Così Rudin trasforma la sua vita. Decide, dopo aver abbandonato Natasha e la villa dov’era ospite, di agire. Un Amleto che vuol diventare un Don Chisciotte. Prova ad amministrare un podere per conto di un amico, tenta di drenare un fiume per renderlo navigabile, diventa insegnante. Per un po’. Prova con tutta la sua forza a “prendersi in pugno.” Cambiare: l’oppio di questa realtà. Il problema è che è troppo Amleto, per cui fa una fine donchisciottesca, senza aver trovato una giusta misura tra le due pulsioni. Per questo credo che Rudin sia una buona lettura per scardinare gli Amleti e per avvertire i Don Chisciotte.

Si dice che “i giovani non leggono” (tranne libri per “gggiovani,” naturalmente). Chissà se è davvero così. Entrare in una storia profondamente, lasciarsi coinvolgere, identificarsi, è un primo passo per salvarsi. Quando i nostri meccanismi sono così aderenti a quelli della narrazione, è più probabile che avvenga una mutazione, che nasca una nuova idea, un nuovo progetto. Così come l’eroe si trasforma, possiamo farlo noi.

Funziona anche così la magia alchemica della letteratura.

Può servire a capire come un Amleto può diventare un po’ più Don Chisciotte. O viceversa.

Senza farsi ammazzare sulle barricate della vita.

(pubblicato sulla pagina Cultura de il Garantista il 19 ottobre 2014)

turgenev finale

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