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I selvaggi e la pulizia dei fatti (di Carlo Pizzati)

Indiani crudeli. Stupratori. Selvaggi. Retrogradi.

In questi mesi si sta costruendo ad arte un subdolo collegamento: gli indiani sono crudeli e disumani, quindi non hanno diritto di giudicare i marò. Come se questo gioco potesse alimentare sdegno, da trasformare in pressione su governo e opinione pubblica italiani e rendere così più minacciosi i toni di Roma verso Nuova Delhi. Lasciamo perdere la gestione pasticciona e contraddittoria del caso marò sia da parte indiana (vergognosa), sia da parte italiana (spiazzante). Intendo qualcos’altro.
“Indiani crudeli, quindi assetati di sangue che vogliono uccidere i nostri marò…” Questo è il collegamento che si tenta di creare nell’opinione pubblica grazie a una rappresentazione volutamente filtrata delle notizie che arrivano dall’India. In realtà si tratta di nient’altro che falsature razziste e dozzinali nei confronti di un paese che è un continente di 1 miliardo e 200 milioni di abitanti. Rendersi conto di questo non è bieco relativismo, è analisi.

Fatti veri: in India succede che si stuprino delle bambine e le si dia fuoco. Si getta acido sul viso delle donne. E c’è la pena di morte. L’anno scorso a Delhi, folle inferocite chiedevano il capestro per gli assalitori di una 23enne, morta per le conseguenze dello stupro a bordo di un autobus. La conclusione: gli indiani sono degli incivili. Ma lo stupro e il lancio di acido non sono un’esclusiva specifica indiana. Questi episodi accadono anche in Italia. Ma questo è il ragionamento che troppi italiani infilano nel  grezzo berciare su giornali, social network, tv. Ed è invece questo sragionare che a me appare becero, aggettivo che mi rendo conto si adatta bene a gran parte del dibattito nazionale in questo periodo.

In Italia come si fa ad aspettarsi uno sguardo misurato su un tema che tocca le corde delle emozioni? Invece ci si continua a lasciarsi andare a quella passionalità di cui si è così orgogliosi, senza capire che è l’humus che rende così facilmente manipolabili.

Eppure basterebbe concentrare il dibattito su quel che dicono, che so, i protagonisti principali della storia. Parlo dei marò stessi. Ho letto, ad esempio, che recentemente uno dei marò in stato di fermo a Delhi ha chiesto ai giornalisti italiani di “raccontare la verità.” Ha ragione. Ha accennato a due inchieste aperte. Lo ha sottolineato e ha fatto capire cosa intendeva. Si sostiene in una delle teorie, avallata da una testimonianza, che i due marò abbiano solo sparato in acqua, ingaggiando alla lettera le procedure richieste. Lo scontro a fuoco si sarebbe verificato nel porto di Kochi e sarebbero state le armi dei guardacoste indiani a uccidere i due pescatori quando, nel porto, la loro imbarcazione tentava di assalire la petroliera. È una versione legittima. Possibile. A quanto pare, però, l’autopsia rivela che un pescatore è stato colpito con un unico proiettile alla testa e l’altro dritto al cuore. Quanto è probabile che in un confuso scontro a fuoco nel porto si possa uccidere con tanta precisione? Non lo so. Ma quanto è probabile che da una petroliera si riescano a uccidere con altrettanta precisione due pescatori in un’imbarcazione in movimento? Neanche questo è nelle mie competenze. Ma è di questo che sarebbe giusto parlare, di questo si dovrebbe dibattere oltre all’ingiustizia di tenere così a lungo in stato di fermo, senza capi d’imputazione, due persone che hanno dimostrato di non volersi esimere dall’indagine. Parlare di fatti, testimonianze, prove che riguardano il caso specifico.

“Gli indiani, gli indiani.” È più facile credere a uno stereotipo confuso e consunto, “i selvaggi”, quelli che non hanno un sistema giuridico funzionante. Gli stupratori.
La nuova legge anti-stupro emersa dal notorio episodio di Delhi dell’anno scorso è durissima. Ne ha pagato le conseguenze il direttore della rivista di inchieste “Tehelka” Tarun Tejpal. Le molestie sessuali a una giovane collaboratrice non-consenziente in ascensore rischiano di costargli 10 anni in prigione, dove si trova attualmente. Un importante giudice è indagato di un crimine simile. Non era mai accaduto prima. E in entrambi i casi nessun giornale o tv ha osato dire che la vittima “se l’era cercata,” come si continua invece a dire in Italia in questi contesti in certi ambienti. Civiltà vuol dire anche leggi severe contro il cosiddetto “femminicidio”. E approvate in tempi rapidi. Attenzione sempre viva da parte dei media sul problema della violenza sessuale. Questo è un giornalismo evoluto che partecipa al bene pubblico. Questa è, anche, l’India del 2014. Si può dire lo stesso dell’Italia? Mi pare di no.

Qualche ingenuo osservatore scrive: nonostante la nuova legge, in India sono aumentati gli stupri. A volte i fatti non bastano, bisogna capirli. Ci sono stati il doppio degli stupri denunciati. Questo accade grazie alla legge, non nonostante la legge. Le donne hanno meno paura di denunciare questi episodi. C’è stata una vera evoluzione, anche culturale. E rapida. L’India in realtà ha un alto tasso di condanne per stupro in rapporto alle denunce. Nel Regno Unito solo il 7 per cento di condanne, in Svezia il 10 per cento, in Francia il 25 per cento. In India, paese ancora in fase di sviluppo con molteplici sfie, il 24,2 per cento.

La pena di morte è da selvaggi. Come lo è negli Stati Uniti. Questo è un punto su cui val la pena discutere e sul quale è giusto far pressione assieme a tutta l’Europa contro tutti paesi che ancora la adottano. Si tratta di un’irrazionale vendetta ufficiale. Le statistiche continuano a dimostrare che nei paesi o negli Stati americani dove c’è la pena di morte non c’è riduzione nel tasso di omicidi. I fatti dicono che le sedie elettriche, le iniezioni letali, le impiccagioni servono solo a placare un biblico senso di vendetta, non sono un deterrente al crimine. Di questo si dovrebbe parlare.
Ma no, qui mi pare si stia tutti a gridare degli “indiani” cattivi, come se gli italiani fossero cowboys che devono andare a riprendersi due prigionieri legati al totem per un sacrificio umano.

Per questo è paradossale dichiarare, come ha fatto il ministro degli Esteri Emma Bonino a Zapping 2.0 su Radio Uno che: ”Sul dossier dei marò e sull’inaffidabilità del regime indiano io credo che serva un’unità italiana. Lasciamo per dopo la ricostruzione su cosa è successo, su chi ha sbagliato. Per ora tutto il Paese è teso ad affermare la dignità e lo stato di diritto applicato ai nostri due marò”. È giusto condannare la mala-giustizia indiana (tema che ricorda quello che dice Amanda Knox della giustizia italiana dopo 7 anni di processo per omicidio), ma non dire: ai fatti pensiamoci dopo. Contano. Anche perché è proprio sui fatti che si sbagliano tribunali e ministeri indiani (legge anti-pirateria? Contro due militari che possono aver sbagliato, e di grosso, ma non di certo con intenti pirateschi, no?).

Italia e India sono due democrazie giovani, nate nello stesso periodo come Repubbliche, senza più re, senza più imperi e imperialisti. Hanno anche un sistema politico simile, costituzioni apparentate dallo spirito di quei tempi. Se dobbiamo confrontarci su un caso giudiziario, gestito anche male, come vengono gestiti malissimo tanti casi giudiziari in Italia, non facciamolo con il desueto e imbecille metro del razzismo per cui siamo famosi nel mondo (e su Google), ma confrontandoci con la pulizia dei fatti.

(pubblicato su Il Post il 4 febbraio 2014)

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