CP

72 ore 20 minuti 1 pezzo

Nella casella postale mi arriva questo messaggio:

“ciao Carlo
Nelle prossime 72 ore avrai il privilegio di sceglierti 20 minuti per te (solo per te). Al tuo segnale, riceverai la traccia via mail per scrivere il tuo pezzo.”

Ci sto. Dopo qualche ora, quando sono sceso dall’auto e mi trovo in un posto tranquillo scrivo: “Sono pronto”

Mi arriva la traccia:

“Salire su una corriera (un treno, un auto) e perdersi nel rincorrersi dei mondi al finestrino. Diario in forma di lieve trance di uno spindoctor collezionista di shamani”

Vado:

“Il gobdlygook del grammelot della signora seduta di fronte a me si mescola con il tukerituk delle ruote sui binari, mentre lo sguardo scivola satvico shivaitico fuori da quel vetro. Tutto è blue azzurro grigio ghiaccio acciaio freddo, anche quei fili dell’alta tensione che corrono insistenti accanto a me e salgono e scendono e salgono e scendono e salgono e il mento li segue come in un qualsiasi Wimbledon ipnotico. Fisso un punto fermo e il gioco del tukerituk avviluppato al grammelot non è che la litania di un bhajan di un kirtan di un zioccàn bestemmiato mestamente nel lontano di un ricordo che sboccia da quell’Aleph fermo nel movimento dei cavi, degli alberi, delle case partorite da menti parsimoniose dove a Polariod mi appaiono un bimbo che fa pipì sul muro di un cortile, una donna appoggiata al parapetto che fuma guardandomi…Per quello scatto d’istante ci fissiamo, o così mi pare, io e lei nell’illusione di un tutto vorticoso caotico danzante gioioso e splendente nel freddo di quell’azzurro acciaio. Mentre ci fissiamo ci siamo già fissati perché troppo rapido è il treno di questo viaggio, di questa corsa, di questo sguardo che mentre è infiltrato ancora dagli occhi di quella donna non più giovane e annoiata ora rientra ad ascoltare la litania di quella voce che è qui adesso in questo presente caldo di un treno che non esiste se non nell’immaginazione di un uomo in una stanza in riva a un mare equatoriale, mare cui volta rigoroso le spalle per poter scrivere tutto questo, con appena il 7 per cento di batteria in uno schermo scheggiato di fresco, dopo una notte senza molto sonno, con troppa luna e zanzare e conta nella mente il tempo che gli ci è voluto per vivere tutti questo, solo, in fretta, nell’immaginazione, nella libertà impudica di non dover correggere e rivedere, lavare nelle acque dello Stige quest’imperfetto Achille, consegnato a un’indecorosa battaglia, in cui le frecce sono i vostri occhi, che sono i miei.

Il respiro si fa più calmo, quel treno della mente rallenta, si sovrappone adesso il tukerituk al vento che soffia costante da ieri e che mi vuole far perdere la calma, ricordandomi il perché di un auto esilio obbligatorio per me da sempre: non salire su quel treno mi è impossibile. La mente torna a riportarmi in viaggio. Agli occhi di una donna immaginata solamente, che fuma sul balcone di una periferia di un ricordo inesistente e reinventato da chi sa vivere solo così, sposando ciò che è con ciò che potrebbe essere, sarà o sarebbe fino a quando suona la tromba fastidiosa e cacofonica di un timer, di una sveglia e mi ritrovo in un altro sogno. Ho solo 20 minuti per raccontarlo. Salgo su una corriera e il bigliettaio mi spiega che oggi non si paga perché è il suo compleanno. L’autista chiude le porte e schizza via oltre il limite orario nella direzione che tutti noi passeggeri sappiamo non è quella prevista…”

Questo “pezzo” va ad inserirsi in un progetto collettivo che ha chiesto a una serie di scriventi, nell’arco di 72 ore, di creare di getto, per una durata massima di 20 minuti, un pezzo di un insieme che trovate sul sito dell’editore gallizio.

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