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Storia pecoreccia in salsa chutney di Carlo Pizzati

La storia rientra nella categoria del pecoreccio. Ma non è la storia di una pecora. Piuttosto di un porco. Un porco impegnato, eh, non un porco qualsiasi. Ma pur sempre un porco. Dietro i pruriti erotici di un giornalista 50enne di grande successo si nasconde una storia importante per capire l’India contemporanea. Diciamo che la metafora zoofila più appropriata sarebbe quella su una delle più scioccanti scoperte dei naturalisti: i delfini stuprano i delfini.

Solo con questa bizzarra immagine si può forse capire perché la storia di Tarun Tejpal, fondatore e direttore della rivista di inchieste più potente dell’India, “Tehelka”, sia finita e per settimane sulle prime pagine dei quotidiani e nei i talk-show di punta. L’attuale epilogo di ciò che sto per raccontarvi è che per gli istinti illeciti di Tejpal, la capo-redattrice centrale Shoma Choudhury si è licenziata e così anche metà della redazione, mentre Tejpal, dopo abili manovre per schivare la polizia, si trova agli arresti in una cella di Goa, in compagnia di due ceffi accusati di omicidio. AmitabBahchanRobertDeNiro002

Tutto comincia per colpa di Robert De Niro. Beh, a esser giusti non è davvero colpa di “Bob,” come lo chiamava con forse eccessiva confidenza Tejpal. Ma è “Bob” e sua figlia Drena che vengono affidati alle cure di una giovane e anche bella giornalista indiana che scrive inchieste sulla violenza contro le donne e si occupa di diritti civili per la rivista. È lei che deve proteggere la star italo-americana dalle folle di fans al “Think” Festival di Goa organizzato un mese fa da “Tehelka”. Questi dettagli li scrive la stessa giornalista in un lungo j’accuse che circola clandestino online poche ore dopo averlo inviato alla capo-redattrice per chiedere giustizia dell’episodio di cui è vittima.

Questa in sintesi è la ricostruzione dell’episodio pecoreccio:

“Entro in ascensore e Tarun si mette a pigiare più tasti contemporaneamente per mandare in tilt il circuito e bloccarci. L’ascensore è in stallo. Siamo tutti e due un po’ ubriachi. Tarun tenta di baciarmi. Lo respingo. Allora si mette in ginocchio, mi strappa le mutande, cerca di praticarmi sesso orale. Lo spingo via. Gli dico di smetterla, che sono amica di sua figlia, di sua moglie, che lui è amico di mio padre. È come se fosse sordo. Tenta d’infilarmi le dita tra le gambe. Ha entrambe le mani su di me, così l’ascensore si sblocca. Si aprono le porte al pianterreno dell’hotel. Scappo.”

La reporter si nasconde in una stanza dell’hotel con tre colleghi che promettono di dare le dimissioni in blocco “appena finito il Festival.” All’1 e 17 Tejpal manda un sms ricordandole quello che ha appena fatto e che dice solo: “I polpastrelli.” Ci dormono tutti sopra. La giornalista porta pazienza, ma la sera dopo – e qui nessuno ha più l’alibi dell’alcool – Tarun Tejpal trascina di nuovo la ragazza in ascensore, agguantandola per il polso. E ci riprova. Lei scappa. Ma questa volta la ragazza confessa tutto alla figlia del direttore, il quale si irrita con la giornalista, la sgrida. Lei capisce che rischia il posto e decide di scrivere una lettera che invia alla capo-redattrice, chiedendo ufficialmente che venga istituito subito il comitato anti-stupro previsto per legge. sdf-960x450 Piccola parentesi: la legge indiana prevede che si istituisca un comitato di tre persone, due dipendenti e un osservatore esterno, per esaminare le denunce di stupro nei luoghi di lavoro. Inoltre, dall’uccisione della fisioterapista 23enne stuprata a Delhi pochi mesi fa, una nuova legge prevede che qualsiasi tipo di penetrazione, anche parziale, anche con dita o oggetti, se non è consensuale è considerata stupro. E non “molestie.” Si rischiano fino a 10 anni di carcere.

Tarun Tejpal, su pressione della collega Shoma, sua compagna di molte battaglie giornalistiche, scrive la “lettera di scuse” richiesta dalla giovane giornalista. Ma è un testo talmente pomposo e auto-assolutorio che un commentatore l’ha definito: “più simile a un discorso di accettazione di un premio.”

Tejpal si auto-sospende dalla direzione per 6 mesi. Questa non-ammissione e questo suo “ricursare” il ruolo in realtà aggrava la situazione. I media partono all’attacco, desiderosi di sbranare quello che fino a quel momento era stato il segugio più assetato di sangue di tutti. Fu “Tehelka” appena fondata da Tejpal a causare nel 2001 le dimissioni di un ministro dell’allora governo. Proprio grazia a una delle sue inchieste. Da allora “Tehelka” ha fatto tremare i palazzi del potere, senza indugi e timori. Carte alla mano. È una rivista di sinistra, molto attiva nella battaglia per i diritti delle donne, un giornale dal 100 per cento femminista. In teoria. Delfini che stuprano delfini.

Ma il mostro mediatico è sguinzagliato. Nell’obiettivo c’è ora Tarun Tejpal: la barbetta bianca tenuta corta, il cranio spelacchiato, ma i pochi capelli tenuti lunghi e raccolti in un anacronistico codino. Scompare. Non parla, non si trova. Parlano per lui gli avvocati che smentiscono tutto. Anche la lettera di scuse. Tarun nega tutto. È a Delhi, dicono. No, è a Goa. La polizia lo vuole arrestare. Escono inchieste contro “Tehelka.” È finanziata da società minerarie di Goa che hanno acquistato le azioni dell’editrice a 13mila rupie l’una nello stesso giorno in cui Tejpal le comprava a 10 rupie l’una per rivendergliele…

C’è del torbido in questo cavaliere. Opaca la sua armatura. La polizia di Goa lo cerca a Delhi. La moglie è abbottonata. Lo avvistano all’aeroporto con l’intera famiglia. I detective lo raggiungono e salgono in aereo con lui. Si vola a Goa, ma non per far festa. Dopo un giorno e una notte di udienze e interrogatori scatta l’arresto. Per 6 giorni, anche se la polizia ne chiede 14. Ci resta dieci e poi il giudice ne conferma altri 12.

“Tehelka” intanto rischia di chiudere. E l’India si interroga su questo annus horribilis per le donne, che inizia con lo stupro-omicidio a Delhi, continua con molte denunce, alcune eclatanti come quella contro un giudice pochi giorni fa, e si chiude con lo stupro in ascensore di un direttore di sinistra e pure femminista.

Ma chi è innocente, nel mondo del potere dei media? Se lo chiede con grande onestà Vinod Metha, fondatore di un’altra importante rivista “Outlook.” Lui Tejpal lo conosce bene. Ci ha lavorato assieme per anni. “Di questo genere di comportamenti si potrebbero accusare alcuni dei più grandi luminari del giornalismo indiano,” scrive, “chi essi siano è ben noto sia a chi è del mestiere che a chi non lo è. È ora di rompere questo vergognoso silenzio.” Il trombone suona, ma non fa nomi.

Questo è ciò che più colpisce, però, in questa storia pecoreccia. Non solo che una generazione di 20enni abbia sfidato gli idranti per chiedere giustizia per una loro “sorella” a Delhi, ma che oggi la categoria privilegiata dei giornalisti non faccia quadrato attorno a uno dei loro. I più pavidi volano bassi, certo, non commentano, temono ancora il potere di Tejpal. Ma tanti, invece, non accettano.

“Qui da noi,” mi scrive un amico del FirstPost, giornale on-line di punta, anche se smaccatamente pro-Modi, “hanno subito istituito il comitato previsto dalla legge. Era da un anno che se ne parlava. E nessuno, come avrebbero fatto fino a 1 anno fa, si è sognato di scrivere o dire che la ragazza se l’è cercata, che era ubriaca anche lei, che era vestita in modo provocante. Nessuno ha dubitato di lei. Ci vorrà però una nuova generazione di giudici e di poliziotti perché avvenga un vero cambiamento. Ma già da ora non sarà più così facile nascondere le accuse di stupro sotto al tappeto.”

La storia è seria. Lo scrive anche la giornalista attaccata in ascensore in un importante intervento pubblicato su tutti i quotidiani. “Questa non è una storia di manipolazioni politiche come qualcuno insinua. Di trappole o trabocchetti. Questa è una discussione molto importante sui sessi, il potere e la violenza.

Mi verrebbe in mente “La follia delle ninfe” di Roberto Calasso. In un passaggio formidabile di questo bel libricino, Calasso descrive la scelta del filosofo di uscire dalle mura della città (la civiltà, la ragione) per avventurarsi innamorato nei boschi alla ricerca della ninfa, ben sapendo che così facendo “perderà la ragione.” Ma lo fa perché perdere la ragione è divino, mentre mantenerla è così umano.
“Sulle rive dell’Eliso, sotto un alto platano, quando Socrate, rapito dalle Ninfe, aveva parlato a Fedro di come, attraverso «giusto delirare», si possa raggiungere la «liberazione» dai mali. E a un tratto aveva detto, con la rapidità di chi scocca la freccia ultima, che «la mania è più bella della sophrosyne», di quel sapiente controllo di sé, di quell’intensità media […] che i Greci si erano conquistati […]. Ma perché la mania è più bella?: «perché la mania nasce dal dio», mentre la sophrosyne «nasce presso gli uomini».” (pg. 46, Adelphi 2005).
Mi verrebbe in mente Calasso, Socrate, Fedro, la Ninfa, i Greci, dicevo. Ma non è così. Non si tratta di un filosofo invaghito di una ninfa e delle propria pazzia. Si tratta di un 50enne di sinistra un po’ trafficone e infoiato che ne approfitta del proprio potere (ce ne sono tanti anche in Italia) e tenta di stuprare l’amica della figlia, una giornalista con una dignità personale e professionale, in un ascensore d’albergo, come fosse un Dominique Strauss-Kahn qualsiasi.
Sarà pure paragonabile allo scoprire che i delfini stuprano i delfini, cioè che anche chi si batte per punire gli stupratori può essere lui stesso uno stupratore, ma alle fine di questa storia resta l’impressione che si tratti semplicemente di una porcata.

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