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Lettera da Allumiere (da “Il passo che cerchi” – Edelweiss Edizioni) di Carlo Pizzati

E’ mattina. Leggo il giornale di ieri, con la giusta prospettiva, quindi. Il Paese “incattivito”, la nascita di un nuovo partito, i cittadini si guardano in cagnesco, le morti bianche.

Nella casa di pietra dove mi trovo c’è molto silenzio. Non è vero: basta ascoltare e sento i corvi, i cani, le api e gli asini che ragliano come editorialisti in prima pagina.

Le sporadiche visite al paese di Allumiere mi riempiono di illusioni. I giornali e la tv mi rimandano il ringhio di un Paese immaginario deprimente e sfiduciato, guidato da una classe di litigiosi e arruffa-popoli.

La panettiera sorride sempre e se il pane che sta per vendermi è troppo secco va di là e mi porta quello fresco. Il geometra Stefano che ha in cura questa casa in affitto mi ha lasciato usare la sua linea telefonica già due volte quando necessitavo di un collegamento Internet.

L’idraulico Adalberto mi ha spiegato al telefono come smontare la pompa e rimontarla.
Pieno di fiducia nelle mie nuove capacità, ho anche cambiato un rubinetto da solo.

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Il signor Sinori cui ho dovuto telefonare tre volte prima che trovasse il tempo di venire a rifornirmi d’acqua, si è quasi risentito che qualcuno avesse tagliato un ramo dell’antico acero di fronte alla finestra dell’unica stanza da letto della “vecchia casa”, così chiamano in paese la casetta in pietra in cima alla collina, attorniata dal bosco, lì dove vivevano i minatori nel ‘600 e, come dice il prof. Simonetto, mio  saltuario vicino di casa, apicoltore e allevatore di cavalli, dove vivevano anche le popolazioni proto-villanoviane.

“Questi aceri hanno centinaia d’anni, è un peccato rovinarli,” mi ha detto Sinori. Mi sono fatto spiegare allora le specie d’albero e fiori su questa collina. Acero, cerro, quercia, frassino, corbezzolo e tanti altri che ora ho già dimenticato.

“Sì, possono tagliare gli iris, anzi, questo fa bene alle piante e quel fiore viola in realtà è un pisello selvatico,” così Sinori.

“Quell’agave non è autoctona,” mi spiega, mentre inclina il letto del camioncino per svuotare la cisterna. “Invece le rose sì”, dice, “guardi qui,” e infila la mano in tasca tirando fuori un petalo di rosa – “guardi cosa ho trovato oggi”, dice, “senta che profumo” – e mi porge la rosa che annuso e accarezzo – “Certo, peccato per quel ramo d’acero…”

“E’ stato Erasmo”, dico, senza prendermi la responsabilità di chi ha dato il consenso ad Erasmo che questi boschi li dovrebbe conoscere, ci è cresciuto, mi ha detto, mentre segava il ramo per darmi un po’ di legna per il caminetto, ci ha dormito in questi boschi, ha cacciato il lupo e il cinghiale.

“E se incontro un cinghiale che mi carica cosa devo fare?”, chiedo ad Erasmo.

“Cosa devi fare?”

“Uso la roncola? Scappo?”

Erasmo risponde: “Cosa fa un animale quando gli corri incontro?”

“Fugge”.

“E cosa credi faccia il cinghiale?”

“Scappa?”

“Certo che scappa. Ti dirò una cosa. Qui, l’unico animale…è l’uomo.”

Mi guarda, aspetta, poi aggiunge: “E non t’ho fatto nemmeno pagare per dirti questa cosa”.

Ripiego il giornale. Per fortuna l’ha dimenticato qui un amico e non l’ho comperato.

 (La raccolta di racconti brevi “Il passo che cerchi” può essere acquistata sul sito dell’editore cliccando qui)

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