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“Sì, la festa è finita. Per fortuna”

Intervista ad Akash Kapur su “India Becoming” Riverhead Books 2012
di Carlo Pizzati   per East 43 (versione integrale)

AUROVILLE (Tamil Nadu) – È notte. Guido nel silenzio di una sterrata buia, frenando ogni tanto per non investire qualche ciclista che sbuca, turbante in testa, da qualche stradina secondaria. Nell’oscurità di un parcheggio, seduto sulla sua motocicletta, mi attende Akash Kapur. È facile perdersi ad Auroville, la comunità a tre ore da Chennai dove Kapur, sua moglie Auralice e i due figli Aman e Emil abitano in una casa elegante, costruita con pazienza negli anni.
 Appena arrivati, ordiniamo una pizza da asporto e ci mettiamo a chiacchierare nel cortiletto, spruzzandoci su caviglie e collo dello spray anti-zanzare. “Mi è già venuto una volta il dengue malarico, e mi è bastato,” dice il giornalista e scrittore figlio di un’americana e di un indiano. Akash Kapur, magro e un po’ curvo, è una persona affabile e intelligente, dal sorriso disponibile e l’indole flemmatica, a tratti guizzante.
Sono incuriosito dal suo “India Becoming – un ritratto della vita nell’India moderna” perché è uno dei primi libri su questo paese che fa i conti con i danni del recente sviluppo, invece che cantarne come bardi impazziti le incredibili potenzialità.

Nel libro lei chiede, a proposito dell’ottimismo degli ultimi anni di boom economico: “Ma la festa è finita?” Ha una risposta definitiva a questa domanda?

In un certo senso la festa è finita, ma in senso positivo. Le prospettive a lungo termine per l’India sono formidabili e notevoli e ci sono molti motivi per festeggiare. Ma negli ultimi dieci, vent’anni il paese è apparso spesso come volutamente cieco di fronte agli ostacoli che rimanevano e di fronte a tutti i problemi che persistavano durante la liberalizzazione economica, a tratti causati proprio dalla liberalizzazione. Ignorare questi problemi ha generato a volte una sensazione di libertà, stimolando quella tendenza festaiola cui mi riferivo. Il mio paese sta inizando a essere molto più realistico sulle proprie prospettive e il realismo è sempre positivo: anche se è spesso meno allegro della fantasia.

Molte pagine di “India Becoming” danno voce a un genere di persona che sembra in via d’estinzione, l’ex latifondista tradizionalista e di casta superiore Sathy. In un passaggio importante dice: “La mia sensazione è che tutta questa modernità sta uccidendo molta gente”.  Quanto condivide questa dichiarazione? E l’India ci ha rimesso o guadagnato?

Parte di questa dichiarazione è vera: io scrivo dei molti modi in cui l’India e gli indiani stanno soffrendo a causa della modernità. Ma voglio sottolineare che questa dichiarazione è vera in parte e che anche il suo opposto è molto vero: milioni d’indiani hanno beneficiato enormemente dalla modernità e dal recente boom economico. È molto difficile valutare ciò che è andato perduto in rapporto a ciò che si è guadagnato e tirare le somme finali. Lo sviluppo è un fenomeno molto complicato, e il progresso è un concetto molto complicato, anche se spesso se ne scrive in termini semplicistici, come se da una parte tutto fosse meraviglioso e dall’altra tutto tremendo.
Io provo un forte senso di ambivalenza a proposito della transizione dell’India e ritengo che molti indiani condividano questo senso di ambivalenza. La trasformazione del paese per molti versi è stata meravigliosa, ma è stata anche terribile in molti altri modi. La nozione di “distruzione creativa” è utile quando si pensa a quello che accade in India oggi. C’è sia una tremenda creatività e distruzione che agiscono contemporaneamente in questa nazione. Ed è parte di ciò che rende l’India un paese intensamente affascinante per chi deve scriverne e analizzarlo. Naturalmente l’India è sempre stata un luogo complicato. Ma penso davvero che oggi quella complessità sia esacerbata.

Una delle persone a cui lei dà voce, il socialista Vinod, descrive il neoliberismo come una nuova Compagnia delle Indie, simbolo del colonialismo inglese. Tattiche simili, dice: rompere il sistema tradizionale, prendere il controllo dei mercati indiani e schiavizzare i suoi lavoratori. Visto che la schiavitù oggi prende forme molto più sottili, quanto di quest’analisi condivide e perché?

Penso che questo punto di vista sia un po’ estremo e non posso dire di condividerlo pienamente. D’altra parte, però, capisco cosa intende dire, e anch’io ho seri dubbi sulle costanti incursioni del capitalismo e della multinazionali in ogni aspetto delle nostre vite. Come tanti altri, la mia fiducia nel sistema è già andata a pezzi con gli avvenimenti di questi ultimi anni. È anche importante dire che mentre non condivido pienamente le opinioni di Vinod, lui sta articolando un sentimento che è molto diffuso qui in India: forse non da una maggioranza, ma certamente da una significativa minoranza, ma è una prospettiva importante da riconoscere e includere.

Lei accompagna il lettore in un viaggio attraverso lo “slum” di Dharavi, a Mumbai, reso famoso dal film “Slumdog Millionaire”. Pur mettendo in guardia contro i clichès quando si parla di povertà, lei cita Vinod: “Se vuoi il cambiamento devi ingoiare la tua rabbia”. Cosa ne pensa di questa frase in rapporto all’ineguaglianza che lei descrive in “India Becoming”?

Non credo che Vinod stia dando sfogo all’espressione standard e clichè che gli indiani siano tutti passivi e che accettino il loro fato per via del karma ecc. Credo che stia dicendo, piuttosto che il modo migliore per operare il cambiamento sia di lavorare da dentro il sistema, non attraverso la rivoluzione radicale. Sta parlando a favore di un cambiamento che avviene attraverso piccoli passi incrementali e certamente non-violenti.
È un punto molto importante, questo, per la democrazia. E credo che spieghi come mai l’India, nonostante le sue terribili ineguaglianze e povertà, non abbia vissuto il genere di rivoluzioni che si sono viste in molte nazioni non-democratiche del Terzo Mondo. La democrazia funziona come una sorta di valvola di sicurezza, sfiatando giusto quella pressione e insoddisfazioni necessarie da smussare lo scontento popolare che potrebbe altrimenti esplodere in una rivoluzione. Ciò non significa, naturalmente, che la democrazia cancelli tutta la povertà e l’ineguaglianza, lungi dal farlo. Ma forse può calmierare le cose, o almeno regalare a chi sta nel gradino più basso l’illusione di avere una voce: così da pacificare le cose, in un certo senso.

In uno degli ultimi capitoli del suo libro lei descrive molto bene la goondagiri, la mentalità del crimine organizzato, dalla piccola alla larga scala. Come pensa che questa tendenza possa essere invertita, se è possibile farlo, naturalmente.

Beh, per chiarire, goondagiri non è sempre crimine organizzato: parte di questo fenomeno è proprio il fatto che è spesso uno stato di cose caotico e senza leggi, caratterizzato da violenza randomica e non pianificata. Ma in entrambi i casi, che sia organizzata o meno, l’aumento di violenza e di fuorilegge è molto reale. Può essere bloccato e invertito? La riforma della polizia naturalmente potrebbe aiutare, come anche la velocizzazione del sistema dei tribunali indiani, molto responsabile ma intasato di cause. Spesso la gente passa alla violenza perché pensa che anche se saranno catturati, il processo potrebbe protrarsi per anni e che potranno uscire su cauzione in poco tempo. Così la legge e il sistema dell’ordine costituito non sembrano essere un gran deterrente.

Lei descrive gli ultimi anni in India come anni di “silenzio stupito”. Questa “nazione con il fiato sospeso” è il simbolo del mondo intero di questi anni, oppure è specifico dell’India? Per che cosa l’India sta trattenendo il respiro? Quest’immobilismo è un’opportunità per correggere gli errori conseguenti al cambiamento o viceversa un’opportunità per il peggioramento di quei difetti che lei descrive in “India Becoming”?

Non credo che gli anni di rallentamento economico (che si sono manifestati sia in India che nel resto del mondo) abbiano cambiato fondamentalmente l’atteggiamento dell’India verso il capitalismo e la prosperità economica. Non credo che abbiano scosso la fiducia dell’India nel modello che sta seguendo, o più genericamente non penso abbia indebolito la fiducia in sé e nel suo potenziale. Quindi, no, secondo me la crisi economica in sè non migliorerà i problemi di cui scrivo nel libro. Detto questo, penso che a molti indiani si siano aperti gli occhi su alcuni dei mali degli anni recenti. La gente è diventata più sobria, e più coscia degli aspetti più sordidi dello sviluppo. Ma quella consapevolezza che è in aumento non è necessariamente dovuta al rallentamento economico. Secondo me è in realtà una risposta ad altri influssi nel paese: ad esempio un’attenzione più viva da parte dei media per la corruzione, o l’esperienza individuale più diffusa per l’aggressione verso l’ambiente e la mancanza del rispetto delle leggi che hanno accompagnato lo sviluppo. La vita quotidiana può essere molto caotica e difficile. Solo un cieco potrebbe andarsene in giro convinto che l’India sia scintillante e il cammino che persegue tutto meraviglioso.

fine

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