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Venezia è sparita – di Carlo Pizzati

Venezia è sparita. Questo tu lo sai. Blub, blub, blub.
Il ghiaccio si è sciolto, su al polo nord, giù al polo sud, e in tutto il mondo la marea si è alzata di 35 metri. Lo avevano previsto ed è accaduto.

Niente Florida, le spiaggie adesso sono alle pendici dei monti Appalachi, in Georgia, le Montagne Rocciose fermano il Pacifico.

Quando sei nata la marea era già salita di 19 metri. Qui adesso vedi solo degli spuntoni di cemento, pensi che questi siano dei canali dove è facile andare in barca a vela perchè il vento è vigoroso, invece erano strade.

Le luci sono ancora accese, laggiù. Se guardi bene ti accorgi anche delle scritte.

Qui stiamo navigando sulla Quinta Avenue. Là c’era un negozio di giocattoli che ti sarebbe piaciuto, di fronte a un grande albergo, proprio all’inizio di quello che era Central Park.


Il palazzo si vede ancora, è quello bianco, solo che fino al decimo piano è tutto sommerso. E di qui si arriva a Madison Avenue, dove lavoravo. Scendiamo in fretta verso Gramercy Park, proprio dove finisce Madison, e se scendiamo ancora, dove c’era University Place ti mostro anche dove vivevo.
Quella terrazza, guarda bene, quella sommersa. Ho abitato lì.
Dovevo vivere a New York.

Non mi ero dato altro obiettivo che questo, all’inizio.
Volevo imparare a fare soldi, a guadagnare grazie a una trovata azzeccata, ben concepita e gestita. Non avevo idea di come l’avrei fatto.
Mi sembrava che New York fosse una città dove bisognava immediatamente mettersi a fare qualche cosa o si veniva fatti dagli altri, dalla città stessa, da tutti, da tutto.

Non mi preoccupava il grande interrogativo dell’essere. Chi ero, com’ero e perchè. Queste domande non mi scivolavano tra la mente e l’anima. Pensavo che per dimostrare a me stesso e agli altri che ERO qualche cosa o qualcuno avrei dovuto ottenere qualche COSA. Se non necessariamente soldi, comunque qualche cosa di concreto: un ristorante, un business, un posto in un ufficio con possibilità di salire l’incerta scala della carriera.
Sentivo di essere arrivato in una città dove si ritrovavano tutte le persone che la pensavano come me. Per questo, incrociandosi sui marciapiedi, camminando come spinti da una molla invisibile, non ci si guardava nemmeno e se per caso gli sguardi si abbracciavano per qualche velocissimo istante gli occhi subito tornavano a guardare giù o a fissare un punto indistinto, un frammento di taxi o di autobus.
Bisognava andare e fare, inutile sostare, pensare, essere. Quelli erano lussi che ci si poteva permettere in altri luoghi, in altri tempi. Tutti i ragazzi, gli uomini, le giovani e le donne della grande isola condividevano senza il vizio del dubbio questa tacita filosofia che nessuno aveva mai enunciato pubblicamente. Ma i riti di questa liturgia si svolgevano comunque dalle nove alle cinque del pomeriggio, dal lunedì al venerdì, e poi, il fine settimana, molto spesso si continuava con altri mezzi, altri approcci, si continuava l’instancabile battaglia per quell’evanescente idolo che porta il nome di Successo.
Francesi, inglesi, italiani delle notti newyorkesi: ci chiamavano eurotrash, spazzatura europea, per descrivere quei figli di papà scappati con la famiglia alla minaccia dei sequestri di persona e al terrore del sorpasso comunista. Giovani con soldi da sprecare in una città dedita al guadagno e allo spreco, un po’ come Las Vegas dove sui tavoli verdi i dollari si vincono e nei bordelli al piano di sopra si spendono. Ma tra i danarosi, nel corso degli anni, si erano infiltrati anche dei falsi giovani-ricchi-europei, ragazzi che facevano i camerieri abusivamente nei ristoranti italiani, senza permesso di lavoro, e che quando staccavano, all’una del mattino, finivano le serate in locali come Snail’s a ubriacarsi e a rimorchiare.

Serate sprecate. Per me, almeno. Restavo in un angolo, oppure seduto su uno dei divanetti rossi di stile vittoriano, a fumare. Non mi riusciva di fare l’estroverso, di ridere alle spiritosaggini poco convincenti che trascinavano tutti più per il rumore delle risate stesse che non per l’umorismo che le aveva provocate e che scarseggiava quanto la sincerità.
Le prime sere da Snail’s ero teso, carico ancora di quel senso di inferiorità che mi veniva quand’ero in pubblico a Gemonio, in via Italia. Con il passare dei giorni mi sono abituato all’atmosfera, alle star che ogni tanto apparivano, come il rockettaro nero e piccolino che ballava proprio come nei film, o l’attore maledetto con la barba di una settimana, la cicca che penzolava dal labbro, come nelle foto delle riviste. I pochi incontri con le ragazze americane non davano risultati entusiasmanti.

Appena scoprivano che la persona con cui parlavano era italiana, inevitabilmente, iniziava la filastrocca dell’anch’io sono stata in Italia a Firenze e a Roma che bel paese vorrei tornarci mi è piaciuto tanto e poi gli italiani sono così carini e simpatici. Al che io, come di regola, domandavo, visto che non mi veniva mai in mente niente di meglio, quale città le fosse piaciuta di più e la risposta era inutile perchè si finiva con il dire sempre quant’è bella Venezia d’inverno e i turisti non capiscono niente perchè ci vanno d’agosto mentre è più struggentemente romantica quando nevica.
Nel fumo, con la musica ritmata che mi faceva vibrare lo sterno, seduto nella poltroncina sotto l’abat-jour gialla, leggevo il giornale e sottolineavo con il pennerello nero i nomi dei ristoranti e degli uffici che richiedevano personale. Bevevo, a volte forse più di quanto necessario, ma nell’ubriachezza mi sembrava di riuscire a perdere l’io, perchè da ubriaco non dicevo mai “io”, ma parlavo all’infinito, come i primitivi nei film. ” Andare a casa”,  “finire festa”,  “mangiare amburgher”,  “pagare conto”.
La mattina dopo essermi alzato telefonavo in qualche ufficio e mi presentavo, giacca blu, camicia bianca e cravatta rossa a pallini bianchi, lavato, pettinato, imbrillantinato, con la faccia solo un po’ gonfia dal sonno perso irrimediabilmente, dall’alcol bevuto e dal tabacco fumato la sera prima.
Gran parte delle segretarie o dei manager dei ristoranti mi sorridevano e con gentilezza mi spiegavano che non potevano assumere stranieri senza regolare permesso di lavoro. Ho provato anche con gli italiani. Consolato e istituti mi giudicavano troppo giovane e sembravano soprattutto sconcertati dal fatto che un ragazzo italiano appena maggiorenne senza padrini nè zii potenti si trovasse da solo a New York, ma questo non li impietosiva abbastanza per darmi un lavoro.

È in quel periodo che mi sono chiesto con insistenza se valesse la pena di rimanere a New York. Pensavo ai miei compagni di scuola a Gemonio che continuavano la pacifica vita ovattata dell’università, le classi con 800 studenti tenute in un teatro o in un cinema per mancanza di aulee, i week-end di ritorno a casa dove si ritrovavano le consuete certezze, la mamma, la ragazza, il papà con il muso lungo perchè gli affari non andavano mai come voleva lui.

Poi, il lunedì, bisognava ripartire, magari con un barattolo di ragù al pomodoro cucinato amorevolmente dalla mamma, da spartire poi con gli amici nella squallida e fredda cucina dell’appartamentino che dividevamo a Milano. Davanti a sè poche sorprese, la consapevolezza che dopo la laurea unqualche lavoro come rappresentante, o in fabbrica, o in negozio lo si sarebbe trovato.
E invece ero venuto ad abitare qui, quando New York non ancora sommersa. E la domenica venivo qui, guarda, a Washington Square, che avevamo soprannominato parco dei narcotici. La domenica il parco dei narcotici, sovrastato dal grande arco di marmo bianco dedicato a George Washington, veniva invaso da una folla di acrobati, comici e attori che dall’interno di una fontana asciutta si esibivano per il pubblico. Qui si formavano, come per magia, qui pochi momenti di bellezza fotografica che si componeva sommando un fattorino nero in bicicletta a una signora impellicciata con cagnolino al guinzaglio, mentre passava un taxi strombazzando e sullo sfondo rimaneva sempre la presenza dei giganti, i grattacieli dai  mille occhi asimmetrici e gialli. Momenti di bellezza evanescente, che scomparivano con la stessa velocità con la quale nascevano, come il fumo che usciva dai tombini della fogna.
Ma guarda siamo ormai arrivati alle Torri Gemelle.

Una conchiglia.

Prendila.

Se la ascolti senti il rumore della Sesta Strada quando c’erano ancora i taxi che si rincorrevano come farfalle gialle in un prato di cemento.

Ma attenta, mentre tu ascolti la conchiglia, la conchiglia ascolta te.

Perchè le conchiglie ascoltano l’uomo per sentire il rumore del male.

(Carlo Pizzati © 1993)

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5 thoughts on “Venezia è sparita – di Carlo Pizzati

  1. Poesia? Drammatica attualitá? Solo il tempo dirá se il genere umano si è meritato il diritto di occupare questi spazi.

  2. Reblogged this on carlopizzati and commented:

    This 20-year old, unpublished short story is dedicated to my friends in New York, the city where I lived and worked from the age of 21 to the age of 27. It’s the voice of a father describing to his daughter the city that was, while rowing through its flooded streets, now canals lit from below. Dated 1993.

  3. leggerti nella grande mela mi fa’ venire la pelle d’oca, perche’ anch’io ero un oco da schio approdato nella big aple nell’ottobre 1979 a 21 anni…

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