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La casa madre dell’Assoluto: l’India si racconta. di Carlo Pizzati

PARMANKENI (Tamil Nadu) – Nelle librerie indiane sta uscendo una nuova serie di libri che raccontano l’India. Sono soprattutto testi che continuano a delineare una nuova India, l’India scintillante delle nuove speranze e del forte ottimismo che forse già non esiste più.
Raccontare l’India è un filone giornalistico e letterario con una storia che per gli europei inizia con Marco Polo. E non finisce più.
Esiste un’India reale, tangibile, annusabile quasi. Ed esiste un’India immaginaria, letteraria, sognata. Solo di quest’ultima mi sento di poter parlare, poiché in India sono rimasto troppo poco tempo, per periodi di massimo tre mesi, ma non ancora per anni, e non l’ho indagata nella sua vasta estensione geografica.

Eppure, nonostante questo, nel mio libro  “Tecnosciamani” ho sentito la necessità di scrivere di quest’esperienza. Anzi, metà libro è dedicato alla mio primo viaggio in India. Nel capitolo “In volo verso la casa madre dell’Assoluto” si parla di quell’India conosciuta prima di tutto nelle storie lette da ragazzo, attraverso Rudyard Kipling, il suo Phileas Fogg che vola tra Bombay e Calcutta, il “Siddharta” di Herman Hesse, Gandhi, Rabindanath Tagore, la musica mistica e ironica, il cibo, il dondolio del capo, le mille braccia della Dea Kalì con la sua lingua rosso sangue.

E poi le molte letture per prepararsi al primo viaggio in India: il viaggio mistico di Paul Brunton alla ricerca dell’India segreta e di un guru che non fosse un cialtrone; “L’odore dell’India” che resoconta il viaggio di Pier Paolo Pasolini con Elsa Morante e Alberto Moravia, e che riporta, appunto, un’India che è un concetto interiore, più che un vero paese: analisi a caldo, viziate da un filtro culturale e politico di cui non è forse nemmeno conscio, ossessionato com’è dalla borghesia e dal materialismo dialettico. L’India ovviamente è molto altro e per conoscerla ci vuole un’immersione più lunga.
È brevissima anche l’immersione di Giorgio Manganelli, che nel suo “Esperimento con l’India” crea un’altra India dei sogni, pur confrontandosi con la sua realtà. È lui che definisce questo paese: “la casa madre dell’Assoluto” ed è sempre Manganelli che impartisce una delle lezioni più utili su come affrontare la continua questua di cui è bersaglio un bianco tra le strade delle città: è sufficiente “fare l’indiano”, scrive Manganelli, ovvero guardare un punto indefinito all’orizzonte, esercitare il non-attaccamento e piano piano i mendicanti comprendono e ti lasciano in pace.

Si tratta sempre di un India letteraria, come quella di Antonio Tabucchi in “Notturno indiano”, opera già più onesta, perché non tenta di spiegare ciò che è così difficile da codificare per un italiano. Sulla sua scia s’incammina Emanuele Trevi nel commosso “L’onda del porto”, in cui l’autore s’aggira tra le macerie dello tsunami a incontrare bambini e altri personaggi di cui non tenta di fare un’analisi antropologica, ma che attraverso la descrizione delle persone viste come persone, punto e basta, non come “indiani”. C’è l’India economica di Federico Rampini, l’India mistica di Tiziano Terzani, e poi quella picaresca di “Shantaram”: ci sono tante Indie, spiegate a menti affascinate da quello che a volte si definisce più come uno stato mentale che una nazione, un luogo dove le porte verso la spiritualità sono più ampie, e dove il senso di appartenenza all’infinito e all’eterno è più vivo e vicino.
Scrivo di questi sguardi sull’India per arrivare a qualcosa di molto più concreto: a come gli indiani vedono se stessi e come si sono raccontati al mondo, e come, soprattutto, stanno raccontandosi in quella che è adesso l’ultima ondata di novità editoriali sul tema India.

Pietra miliare del racconto dell’India post coloniale è una trilogia che inizia con “Un’area di tenebra” di V.S. Naipaul, anno 1964. Perché mentre la vecchia Europa era occupata a descrivere quella scioccante India della miseria e della povertà, dell’ingiustizia e delle caste, oppure quell’India spirituale, antica e misteriosa, l’India cambiava, cresceva, ed entrava a far parte dei G20. Il germe di quell’India Naipaul l’aveva individuato già negli anni ’60, e poi l’ha documentato di nuovo in “Una civiltà ferita: l’India” nel 1977, per arrivare a vedere la miriade di “piccoli ammutinamenti” che minacciavano il caos, ma che stanno facendo anche la fortuna dell’India moderna. Nel 1990, in “India: un milione di rivolte”, il premio Nobel Naipaul ha raccontato un paese sull’orlo del capitalismo, ma anche sull’orlo di un risorgimento economico.

Questa era pur sempre un’India fatta d’incontri, aneddoti e luoghi, un Paese tangibile, visibile, vero. Invece, il primo libro della serie che continua a rinvigorire, a ondate, il mercato editoriale è uscito nel ’99. “L’idea dell’India” di Sunil Khilnani si misura non solo con l’idea di democrazia che penetra nel paese, ma anche con l’India come idea che si fa strada nel mondo, un po’ come in “Immaginare l’India” di Ronal Inden dove si parla di India come concetto che esiste già nell’immaginazione, prima ancora che nella realtà, proprio come l’idea stessa di “nazione”.

Da allora l’ossessione che gli autori indiani hanno per spiegare ai lettori indiani cos’è l’ ”India” è diventata una moda (un po’ come in Italia con le varie inchieste che si succedono da decenni per raccontare – piuttosto inutilmente, ma lucrativamente per chi le fa – il malcostume politico, economico e sociale).
Al punto che il critico letterario Amit Chaudhuri si chiede: “Sarebbe possibile, come fece George Perec scrivendo ne ’La disparition’ un intero libro senza la lettera ‘e’, scrivere oggi un libro, in India, evitando la parola India?”.

Per ora pare impossibile. Di India spirituale parla “Nove vite,” dato alle stampe l’anno scorso dallo storico William Dalrymple, discusso organizzatore del Festival di Letteratura di Jaipur. Subito dopo è uscito “India: 1.2 miliardi di persone” di Patrick French che guarda con occhio imparziale a possibilità e difetti dell’attuale fase indiana, e quasi contemporaneamente è stato pubblicato anche “India calling” di Anad Giridharas che riporta una visione più rosea del presente. Qualche mese fa, mi sono trovato a chiacchierare con Ramachandra Guha alla presentazione a Chennai del suo “The makers of modern India,” una serie di ritratti di quelli che secondo lui sono i padri della patria (elenco, mi diceva, molto contestato per ragioni politiche: ognuno ha la sua idea su chi merita l’accesso all’Olimpo).

Questa costante auto-indagine nazionale, e il fatto che i libri abbiano un discreto successo, sono forse il segnale di un paese che cambia e che vuole conoscersi, una tendenza editoriale che dimostra come un’introspezione positiva possa aiutare a correggere i “dolori della crescita” di una potenza economica internazionale.

Nella narrativa, invece, per la categoria “ve la spiego io, l’India” resta immortale “I figli di mezzanotte” che l’autore Salman Rushdie presenta ora come film, in uscita a novembre in Europa. Importante anche “Il dio delle piccole cose” di Arundhati Roy, scrittrice di successo internazionale che dopo la letteratura si è dedicata a una serie di pamphlet e analisi anti-captialismo e contro il neoliberismo che hanno causato molto dibattito in India. Ma la narrativa di successo si è dedicata soprattutto all’India criminale che dalla “Tigre Bianca” di Aravind Adiga, bestseller internazionale, passa alla Bombay di “Maximum City” di Suketu Mehta, romanzi che hanno preceduto il film “Slumdog Millionaire”, padre di quella che oggi è una nuova moda anche nell’India televisiva e di Bollywood: raccontare “la vera India,” non più solo palazzi di ricchi e balletti nei campi verdi, ma la verità degli “slum”, e non nella versione edulcorata della “Città della Gioia” della Calcutta di Dominique Lapierre, ma in quella dei corpi fatti a pezzi nei boschi accanto alle strade statali del Tamil Nadu, in quella Nuova India di cui scrive invece Akash Kapur nel suo “India Becoming”: l’India che, ricalcando la definizione di Albert Einstein degli americani, non “è” mai, ma sta perennemente “diventando”.

(luglio 2012 © Carlo Pizzati)

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