Pornografia, politica e diete dimagranti

A pranzo con Fabrizio s’è parlato di pornografia, politica e diete.

La pornografia può servire a risvegliare le affaticate fantasie sessuali di coppie troppo abituate alla convivenza. Può trascinare all’astrazione e alla chiusura in sé e nell’ossessione maniacale per l’icona, preferita al reale. Ma può stimolare anche la capacità d’immaginare sé stessi in ruoli nuovi, salvando tanti matrimoni. Per questo, diceva Fabrizio spostando lateralmente il tema, la Chiesa non si è mai davvero opposta seriamente alla prostituzione e nemmeno alla pornografia. Proprio per il ruolo salvifico che puttane e pornostar svolgono nel ridare vita al vigore sessuale delle coppie. Operatrici socialmente utili. Molto più dei parlamentari.

L’ossessione per il dibattito politico che nutre di audience i talk show, che procura lettori ad alcuni quotidiani e che fa il record di click sui super-blog, viene vissuta in Italia più o meno allo stesso modo. Qui l’utente/lettore/spettatore, un po’ come nella pornografia, proietta una parte di sé, o un’immagine che ha di sé, non nella performance sessuale che ha di fronte, ma in quella politica. Anche in questo caso si eccita nell’immedesimarsi: diventa “un politico”. Al contrario della pornografia, su questo set lui (o lei) è più bravo degli attori che osserva. E allora s’irrita con loro, urla alla televisione, scrive commenti furibondi e adirati nei blog, guarda in cagnesco il lettore della testata avversa sul treno, nella metro, nel bus o in sala d’attesa.

L’ossessione per le diete replica lo stesso meccanismo mentale. Ci si proietta in quello stomaco a tartaruga o in quel gluteo marmoreo. Ci si eccita ad immaginarsi migliori, diversi, più attraenti, più vicini a un canone di perfezione il più delle volte inarrivabile. In questo caso ci si sottomette a un’ossessione maniacale per il concetto astratto di “peso forma”, si tende a conquistare la presunta perfezione di una cifra magica che si spera appaia tra i nostri alluci, uno di questi giorni, su quella bilancia.

Il corpo e la mente si frantumano così nell’immagine che ci fabbrichiamo di esse. Non è una questione di mezzi, solo di come vengono usati per creare questa realtà fantasmagorica.

Sessualità, presunta partecipazione all’interesse comune, salute e senso di sé vengono sfalsati da un’abbuffata di icone eccitanti che ci fanno credere di essere davvero immersi nella realtà, di partecipare, di essere informati.

E infatti lo siamo, in-formati: ben inchiavardati in una forma mentis costruita irretendoci con l’eros, il pathos e l’oneiros, il sogno.

(Fabrizio Andreella, editorialista del quotidiano messicano La Jornada, esperto di comunicazione, ha pubblicato un’indagine su corpo e gesto, linguaggio e sacro, anima e rito dal titolo “Il corpo sospeso: i gesti della danza tra codici e simboli” – Moretti & Vitali 2012)

Pubblicato anche su “il Post” a questo link Image“Il giardino delle delizie terrene” di Hyeronimous Bosch dal “Trittico delle Delizie”

Tamerlano contro Harry Potter a Boston

(pubblicato anche sul mio blog nel “Post” a questo link)

Oggi scrivo in quanto ex studente straniero negli Stati Uniti, ex bagnino di un’università americana ed ex borsista straniero in un’altra. Proprio come Dzhokhar Tsarnaev. Notando questi suoi dettagli biografici, ho cercato d’immedesimarmi in quelli che vedo come degli “studenti stranieri” che hanno cucinato chiodi ed esplosivo uccidendo un bambino di 8 anni, due donne giovani, mutilando e ferendo altri passanti alla maratona di Boston. Volevo capire.

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Il problema è che i fratelli Tsarnaev sono un ibrido, una sorta di mostruosa chimera che adesso preoccupa non poco l’anti-terrorismo americano. Le sparatorie sono finite, il cattivo è stato preso, applausi, sventolio di stelle e strisce. Ma c’è qualcosa che non quadra.

ImagePerché il folle Dzhokhar (pronunciato come il Joker di Batman, se nessuno se ne fosse accorto) e il fratello Tamerlan (proprio come il feroce e crudele conquistatore musulmano dell’Asia centrale che bruciava il Corano e si dichiarava più grande di Dio) sono figli di quel terrorismo fatto in casa con le pentole a pressione e con tanta rabbia testosteronica e voglia di gloria, mescolata a un’infarinatura jihadista masticata con tutta probabilità prevalentemente su Internet.

Tamerlan, s’è scoperto, aveva postato anche un video dell’Iman australiano Feiz Mohammed che predica contro Harry Potter. Gli esperti dicono che si tratta di nichilismo (accusa che già anche André Gluksmann aveva rivolto, sbagliando, a Eta e Al Qaeda). Ma siamo anche lontani dalla filosofia dell’ideologo che ha ispirato Osama Bin Laden, l’egiziano Sayyidd Qutb.

Siamo invece di fronte a un terrorismo dettato da una vita insoddisfatta. E con tutta probabilità con il sempre sottovalutato shock culturale di cui sembra più vittima Tamerlan che non il fratello minore, catturato nella notte e visto emergere sanguinante da sotto un telo di un battello, come la tigre di “Life of Pi”, o piuttosto come il ragazzo che fugge da quella tigre.

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Ma Dzhokhar è entrambi, di nuovo un ibrido, non davvero americanizzato, ma nemmeno ceceno (nessuno dei due fratelli ha mai vissuto in Cecenia), disadattato, ma almeno con qualche amico con cui andare alle feste e fumare (tutto documentato da Twitter).

Ora si segue la pista cecena, la pista jihadista, quelle tre F dello shock culturale, la reazione che ha chi non si adatta all’humus sociale che lo circonda: Filter, Flight, Fight. Filtrare la realtà con i codici culturali di appartenenza (“Qui in America non hanno più valori” Tamerlan dixit). Fuggire dalla realtà che non si capisce (“Non ho neanche un amico americano” diceva sempre Tamerlan). E infine Fight, combatterla. Bombe. Pallottole. Strage.

I due fratelli erano come piromani che tornano a guardare l’incendio appiccato. Non abili terroristi con una serie di missioni da compiere fino alla morte. Questo è quello che preoccupa l’anti-terrorismo. Perché una cosa è riuscire a infiltrare i piani jihadisti post 11 settembre arrestando 204 residenti americani (di cui 3/4 erano cittadini U.S.A). Un’altra è trovare la macchina a raggi X dell’anima per bloccare ogni ventenne (età media dei complottisti arrestati dal 2001: 27) pieno di rabbia, voglia di vendetta per qualche umiliazione personale (Tamerlan non era riuscito a entrare nella squadra di boxe olimpionica americana), senso di umiliazione, desiderio di dimostrare la propria mascolinità e di prende parte a una battaglia epica con sete di gloria.

Qui la bomba emulativa che sta per esplodere potrebbe essere molto più pericolosa.

Lo Sri Lanka in un mare di guai di Carlo Pizzati

FORT GALLE, SRI LANKA – Tira una brutta aria per lo Sri Lanka in queste settimane. La risoluzione Onu che chiede al governo di Colombo di aprire un’indagine indipendente sulle ultime fasi della guerra contro le Tigri del Tamil nel maggio del 2009 è stata votata da molti paesi occidentali e anche dalla vicina e potente India. Il video di un documentario di Channel 4 che mostra la foto del figlio del leader delle Tigri prima vivo in un bunker e poi ucciso da una pallottola nel cuore hanno causato molta rabbia: il partito DMK del Tamil Nadu si è ritirato dalla coalizione di governo in India per protesta (volevano una risoluzione Onu che citasse la parola “genocidio” per il massacro di migliaia di Tigri del Tamil nel 2009). Poi due monaci buddisti singalesi sono stati picchiati nello stato del Tamil Nadu, dove molte scuole sono chiuse da dieci giorni per agitazioni e proteste che chiedono a Delhi di fare pressione sullo Sri Lanka per ottenere giustizia. I poster con la foto del figlio del leader delle Tigri con il petto insanguinato vengono sventagliati dai manifestanti tamil e si possono vedere a molti incroci tra le strade di Chennai.

Colombo è ad appena un’ora di volo da Chennai e sono andato a vedere di persona com’è la situazione laggiù. Pur non avendo visitato il nord (le strade sono ancora in fase di ricostruzione, dice il governo) ho potuto sentire il parere sia di un ex presidente e del leader dell’opposizione che del ministro della difesa e dello sviluppo urbano, fratello dell’attuale presidente, e noto come il vero Richelieu del governo. Quel che segue è il quadro che ne emerge.

Ho avuto il piacere di cenare con un personaggio politico ormai storico, l’ex presidente Chandrika Kumaratunga Bandaranaike, al potere dal 1994 al 2005. Sua madre Sirimavo nel 1960 divenne il primo premier donna della storia. Il padre di Chandrika Bandaranaike fu assassinato quando lei era appena 14enne, suo marito Vijaya Kumaratunga, attore, star e politico, fu ucciso a sua volta (il funerale fu uno dei più grandi della recente storia politica asiatica, accompagnato da alcuni suicidi di fan disperati, a quanto dice la storiografia).

L’elegante e composta signora ormai quasi 70enne siede accanto a me, mentre sorseggia la zuppa di piselli, l’occhio destro inespressivo a causa della cecità prodotta da un attentato alla sua vita da parte delle Tigri del Tamil nel 1999. Allo stesso tavolo siede anche Ranil Wickremasinghe, ex primo ministro e attuale leader dell’opposizione.

“Il problema del paese non è la fase finale della guerra nel 2009. La corruzione è peggiorata tragicamente e va dall’alto, dal livello più alto del governo, verso il basso. Il presidente è corrotto, e così il resto del governo. Non voglio certo dire che non ci fosse corruzione prima, anche durante il mio governo c’era, questo non si può negare, dove ci sono esseri umani c’è corruzione. Ma non a questi livelli, non con così tanta sfacciataggine. L’attuale livello di corruzione danneggia l’economia, vogliono spesso più del 50 per cento del valore di un progetto come bustarella. Non è sostenibile per una democrazia.”

Wickremasinghe interviene: “Democrazia? Quale democrazia? Non siamo più una democrazia. Qui c’è una famiglia che sta prendendo il controllo dell’intero paese.” Effettivamente i Rajapaksa hanno un fratello presidente, uno ministro, un altro presidente della camera, un nipote a dirigere la Sri Lanka Air e l’elenco continua. Il problema non è solo il familismo, cui lo Sri Lanka è abituato, ma un certo nazionalismo singalese sempre più ingombrante e minaccioso.

Geoffrey Dobbs, organizzatore del Festival della Letteratura di Galle e del Serendip Cost Festival che ha reso possibile questa cena, dice che il problema per i Tamil sussiste: “A Colombo,” dice Dobbs, “ho sentito persone dire che i Tamil e i musulmani non sono singalesi…” “Ma questo è terribile,” dice l’ex presidente Bandaranaike, “per fortuna che questa forma crescente di nazionalismo è circoscritto solo ad alcune elite di potere nella capitale. Questo sentimento non è arrivato al popolo. Non ancora. Siamo ancora in tempo per fermarlo, ma bisogna agire. E l’opposizione dovrebbe farsi sentire, anche perché ci sono stati scioperi dei giudici, degli insegnanti, la situazione è matura.”
Ma i fratelli Rajapaksa, cioè il presidente Mahinda e il fratello Gotabhayasa, ex generale e ministro della Difesa, che hanno fermato gli attacchi Tamil dichiarano di aver portato la pace, non è così? “La guerra poteva finire diversamente. Saremmo riusciti a fare le cose in un altro modo se fossimo restati al potere, dando alcune concessioni ai tamil, integrandoli nella società. Ma soprattutto non eravamo disposti a pagare il costo umano di eliminare degli innocenti, visto che il leader delle Tigri si era circondato da due fasce di famiglie di civili. Avevamo tenuto degli incontri segreti con la diaspora Tamil che finanzia le Tigri del Tamil e ci avevano assicurato che in cambio di un controllo parziale del territorio, avrebbero ritirato il sostegno al leader delle Tigei, Prabhakaran, e quindi la pace sarebbe arrivata comunque”.
Wickremasinghe sbotta: “E poi di quale pace stiamo parlando? La guerra non è mica finita e il massacro del 2009 non ha sradicato i problemi che erano alla base del conflitto e cioè che i Tamil erano e sono trattati come cittadini di seconda classe.”
Ma la risoluzione Onu serve a qualcosa? Risponde l’ex presidente Bandaranaike: “Serve eccome. Sia a creare pressioni esterne, ma anche a creare pressioni interne. Siamo a conoscenza di viceministri, parlamentari e persone in posizioni non primarie, ma comunque influenti che sono disposti a togliere il loro sostegno all’attuale presidente. Non è detto che si debba aspettare fino al 2016, quando si torna a votare.”

Due giorni dopo questo incontro, sono andato ad ascoltare cosa aveva da dire l’altra campana, sentendo il punto di vista ufficiale, del governo di Rajapaksa. Anche in questo caso il contesto è regalato dal Serendip Coast Festival organizzato dal geniale ed ecelttico Geoffry Dobbs, cittadino britannico di origini irlandesi-australiane proprietario di alcuni hotel come the Dutch House e the Sun House e promotore di attività culturali e di beneficenza (ad esempio una piscina per insegnare ai disabili a nuotare, dopo le molte morti causate dallo tsunami del 2004).

Siamo in una sala dell’ultimo piano dell’hotel Lighthouse con una squadra di guardie del corpo molto ridotta, considerato che anche Gotabayasa è sopravvissuto a un attacco suicida delle Tigri, quando un auto-ricksaw si è gettato contro il convoglio in cui viaggiava.
Armato di un libro appena uscito dal titolo “La guerra di Gota” e di molte diapositive, sale sul palco e snocciola dati e cifre senza guardare mai un foglio.

“L’altro giorno con mio fratello siamo andati a Jaffna,” esordisce così, “poi di notte ci siamo trasferiti per un lungo tratto di strada a visitare una centrale elettrica. E mi sono ripetuto ‘stiamo viaggiando di notte, su strada, con il presidente del paese e senza nessuna paura’. Fino a pochi anni fa sarebbe stato inconcepibile in questa zona che era sfuggita al nostro controllo. Purtroppo cerca gente sembra aver dimenticato com’era la situazione prima. La gente viveva con la paura costante di essere attaccata dai terroristi, specialmente a Colombo. Decine di politici e di leader sono stati assassinati dai Tamil, presidenti del nostro paese e di altri paesi, come Rajiv Gandhi. Centrali elettriche, aeroplani, aeroporti, banche. Hanno ucciso migliaia di persone e ferito centinaia di migliaia di civili. Lo Sri Lanka viveva in uno stato di costante tensione e paura. Quelli dell’LTTE, le Tigri del Tamil, non erano una piccola banda di terroristi, ma un’ampia organizzazzione terroristica con contatti in tutto il mondo. Avevano 25mila soldati e una base di ausiliari ancora più grande. Erano armati con armi moderne e potenti ed avevano anche, cosa unica al mondo per un’associazione terroristica, una flotta marina, le Tigri del Mare. Avevano infulenza su due terzi della costa del nostro paese e controllavano direttamente un’altra parte del paese. Il presidente ha annunciato il suo mandato prima di essere eletto. Poi ha invitato LTTE al dialogo, e LTTE ha reagito colpendo obiettivi militari e uccidendo civili. Quindi, dopo che le Tigri hanno bloccato una diga togliendo acqua a 15 mila persone abbiamo deciso di lanciare un’operazione militare. Adesso, grazie alla macchina di propaganda della diaspora Tamil paesi come Regno Unito, Francia e Stati Uniti cercano di fermarci e di danneggiarci. Per fortuna l’Onu non è più quello della Guerra fredda e oggi possiamo contare sull’aiuto della Russia e della Cina, e anche di altri nostri alleati regionali.”

Gota snocciola i dati dei propri ministeri e dipartimenti di statistica. Dati opinabili, ma comunque ufficiali. “Il terrorista Prabharakan ha trascinato con sé 300 mila civili che ha utilizzato come scudi umani. Noi abbiamo usato la minima entità di forza necessaria per garantire la minimaà entità di vittime, visto il contesto”. L’ex generale dice che LTTE ha sparato ai suoi stessi soldati che cercavano di fuggire. Ma questo non spiega certo la cifra di 40 mila vittime di cui parlano le organizzazioni Tamil nel mondo, le tombe di massa di cui viene accusato questo governo e su cui l’Onu vuole fare chiarezza. Gota allora tira fuori una tabella: “Enumerazione di eventi vitali nelle province settentrionali dello Sri Lanka per il 2009. Morti per cause non naturali: 7896″.
“C’erano 25 mila quadri dell’LTTE. Si sono arresi in 12mila, alcuni sono fuggiti, molti sono morti e sì, ci sono stati civili uccisi nel fuoco incrociato e come danni collaterali”.

Poi elenca i dati della ricostruzione e dei profughi, dicendo che i campi profughi erano ben attrezzati e che è già iniziata la ricostruzione e il ricollocamento delle persone nelle loro zone di origine anche tra gli ex quadri LTTE che si sono arresi. Il problema, sostiene questo ministro, è la macchina della propaganda della diaspora Tamil. Sono voti importanti in alcuni paesi come Canada, Regno Unito e Stati Uniti. “Milliband mi ha detto che lui ha bisogno di quei 3000 voti Tamil nella sua circoscrizione per essere rieletto,” svela con un sorrisetto parlando di una delle voci più critiche contro l’attuale governo dello Sri Lanka. Poi riprende: “I cosiddetti ‘campioni dei diritti umani’ hanno accettato donazioni anche dai sostenitori dell’LTTE” e mostra una foto in cui Amnesty International Canada riceve un assegno di 500 mila dollari dai Tamil canadesi, attività di lobbying completamente trasparente.

“Fate il paragone tra l’ieri e l’oggi. Oggi non c’è più combattimento, non c’è più violenza, tutti ci hanno guadagnato”. A parte i Tamil dello Sri Lanka, naturalmente. Ma questo non sembra disturbare il ministro. “Alle pressioni internazionali rispondiamo dicendo: questa è una democrazia, e i politici eletti come il presidente Mahinda rispondono solo al popolo del proprio paese non a interessi esterni. E se anche vogliono provare a imporre sanzioni, ricordo che abbiamo paesi come la Russia e la Cina dalla nostra parte e quindi si può creare un equilibrio di potere anche su questo tema.” La Cina infatti ha importanti interessi commerciali sull’isola, ha fornito finanziamenti e armamenti al governo singalese e tiene molto alla costruzione di un nuovo porto nella costa meridionale del paese.

La conferenza è finita, mi avvio per le scale dell’hotel, devo tornare all’aeroporto a prendere un volo per l’India. Mi ferma una signora inglese un po’ sovrappeso e molto agitata: “Mi scusi ma io devo dirlo a qualcuno, devo sfogarmi oppure non so cosa mi succede. Quello che ha detto il ministro sulla ricostruzione al nord, le case, le strade…ma è semplicemente falso. Io faccio l’educatrice e lavoro a progetti di insegnamento tra i Tamil del nord. Ci sono appena stata. Non ci sono case, ci sono quattro pareti di cartone con un tetto raffazzonato di foglie. Non ci sono strade, non ancora, le stanno forse costruendo. Ma tutta questa armonia e serenità non li ho proprio visti. Anzi, ho fatto scrivere un tema ai bambini Tamil chiedendo loro come vedono il loro futuro. E uno di loro sa cosa mi ha portato? Un foglio completamente oscurato da inchiostro nero. E mi ha detto: nel mio presente e nel mio futuro vedo solo questo.”

fine

(versione integrale del reportage pubblicato a pag. 17 del Fatto Quotidiano il 6 aprile 2013)

Il filosfo del terrore islamico

Dieci anni fa pubblicai questo testo che analizza la filosofia di Sayyid Qutb, ideologo che ha ispirato Osama bin Laden e Al Qaeda. Dopo aver visto di recente “Zero Dark Thirty”, avere letto della condanna definitiva di tre islamici che pianificavano una serie di attentati in territorio britannico nel 2005 e il recente attentato a Hyderabad, in India, ho pensato di ripubblicare qui quest’analisi, visto che non è più disponibile in rete. All’epoca fu un testo discusso e dibattuto, sia in conferenze che in rete.

L’analisi si conclude con un invito all’Occidente a dare una risposta che non sia solo politica, economica e militare, ma poiché il contrasto nasce su una base filosofico-religiosa, anche la risposta sarebbe dovuta venire dalla filosofia.

A dieci anni di distanza, gli attacchi continuano, la risposta non è arrivata.
Il filosofo del terrore islamico
di Carlo Pizzati

S’è parlato di morte e ci sono stati morti. S’è parlato di guerra e c’è stata la guerra. Ma la nostra vera preoccupazione non è nata dalla guerra in Iraq, è iniziata l’11 settembre 2001. E’ causata dal terrorismo, non dalle battaglie in Medio Oriente.
La nostra nuova preoccupazione, dopo la fine della Guerra Fredda, inizia quel settembre di due anni fa. Le conseguenze di quel gesto ci hanno accompagnato per mesi prima dell’attacco all’Iraq. Continueranno ad accompagnarci anche dopo.

Al Qaeda c’era prima della guerra in Iraq e c’è sicuramente anche adesso, dopo la caduta di Saddam Hussein. Per questo è importante cercare di capire cosa c’è alla base ideologica e teologica di questo gruppo terroristico di fondamentalisti islamici.
Le radici di Al Qaeda, le radici ideologiche, non risiedono né nella povertà – come spesso si tende a credere – né nell’antiamericanismo, ma nelle idee di un pensatore egiziano che da ragazzo ha vissuto un periodo negli Stati Uniti, un teologo importante per il radicalismo islamico, morto nelle carceri del presidente Nasser in Egitto, nel 1966: Sayyid Qutb.
Qutb
Per lui, il vero problema del mondo moderno è causato dalla cristianità e l’unico modo per guarire dall’angoscia creata da quello che lui ritiene un antico errore dei “seguaci di Cristo” è il martirio.
L’interpretazione del Corano del filosofo di Al Qaeda unisce i tre rami dell’internazionale dell’estremismo islamico: gli Arabi Afghani di bin Laden e le due fazioni egiziane, Il Gruppo Islamico e la Jihad Islamica egiziana.

Il pensiero di Sayyid Qutb si sviluppa negli anni ’50 quando Gamal Abdel Nasser prende il potere in Egitto, detronizzando il vecchio re Farouk. E’ una rivoluzione nazionalista alla quale si uniscono anche i radicali come Qutb. Spesso nella preparazione dei colpi di stato i giovani ufficiali ribelli hanno bisogno di una figura paterna, di un uomo più vecchio di loro che giustifichi le loro azioni, che faccia da ideologo, da riferimento. Quest’uomo, per i Liberi Ufficiali, per i colonnelli Gamal Adb-Nasser e Anwar Sadat (i due presidenti dell’Egitto post-monarchico) è proprio Sayyid Qutb.

Ricordiamo che i più radicali tra i Pan-Arabisti (rappresentati oggi nell’ala più estrema e violenta dal partito Baath di Saddam Hussein) ammirano apertamente i nazisti e immaginano un nuovo califfato che dimostrasse la vittoria della razza araba su tutti gli altri gruppi etnici.
Qutb invece, vede la resurrezione di un califfato come pura teocrazia dove applicare rigorosamente la sharia, il codice legale del Corano.
Appena ottenuto il potere, Nasser s’impegna a reprimere le attività politiche dei radicali della Fratellanza Musulmana alla quale appartiene Qutb. Molti fuggono dall’Egitto, fra questi Muhammad Qutb, fratello di Sayyid, che si trasferisce in Arabia Saudita dove diventa un distinto professore di studi islamici. Anni più tardi, tra i banchi delle sue lezioni, si può intravedere uno studente dagli occhi languidi, figlio di buona famiglia saudita, che risponde al nome di Osama bin Laden.

Sayyid Qutb, rimasto in Egitto, viene quindi incarcerato da Nasser. Vive in una cella con altri 40 prigionieri, gran parte criminali comuni, passando 20 ore al giorno in loro compagnia e ascoltando da enormi altoparlanti le registrazioni dei discorsi di Nasser. Ma, rifiutando di emigrare in Iraq o in Siria dove gli era stato offerto asilo, Qutb accetta il martirio, rifiuta persino di chiedere la grazia a Nasser, e va incontro alla sua esecuzione nel 1966. In punto di morte, Qutb ha usato i suoi anni di prigionia per scrivere e far pubblicare di nascosto i suoi scritti. Il più importante, la base del suo pensiero, è “All’ombra del Corano”.
Qutb scrive che, in tutto il mondo, gli esseri umani hanno raggiunto una situazione di “crisi insopportabile”. La razza umana ha perso il contatto con la sua natura. Questo è un punto molto importante, che contraddistingue il mondo orientale, teso ad un rapporto armonico con la natura, da quello occidentale, che spesso vede la natura come una forza da domare, da controllare e da conquistare.

Qutb sposa quel concetto islamico chiamato tawhid (la singolarità di Dio, e quindi dell’universo). Per lui “l’universo non può essere ostile alla vita, o all’uomo; né può la “natura”, così come viene chiamata oggi, essere considerata come antagonistica all’uomo, opposta a lui, impegnata contro di lui. Piuttosto – scrive Qutb in “Giustizia Sociale nell’Islam” – lei è un’amica il cui scopo è lo stesso della vita e dell’umanità. E il compito degli esseri viventi non è di combattere la natura, poiché essi sono cresciuti nel suo seno, e lei ed essi insieme formano parte di un singolo universo che procede da una singola volontà”. Secondo alcuni musulmani, il fatto che prima della preghiera ci si lavi le mani con l’acqua e in assenza di questa, si usi la terra o la sabbia è proprio la dimostrazione di questo contatto con la natura prima del dialogo con Allah.

La disobbedienza a questa singola volontà divina è ciò che crea il disordine dell’esistenza attuale: questo è il convincimento del filosofo egiziano. L’ispirazione dell’uomo, la sua intelligenza e moralità stanno degenerando.
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Perché tutto ciò? La causa è la jahiliyya, l’ignoranza pagana della guida divina, e tutti i meravigliosi comfort e invenzioni di alta tecnologia non diminuiscono questa ignoranza. “La Jahilliya si basa sulla ribellione contro la sovranità di Dio sulla terra – sostiene Qutb – trasferisce all’uomo uno dei più grandi attributi di Dio, cioè la sovranità, e fa degli uomini dei signori sugli altri”. Ma questa disobbendienza alla volontà divina si manifesta in forme nuove, assume le sembianze della “rivendicazione del diritto di creare valori e regole di comportamento collettivo e di affermare che il diritto di scegliere il proprio modo di vivere è una prerogativa dell’uomo, senza considerare ciò che Dio ha prescritto. Il risultato di questa ribellione contro l’autorità di Dio è l’oppressione delle sue creature”.

I rapporti sessuali stanno deteriorando ad un livello “più basso delle bestie”. L’uomo è divenuto un essere miserabile, ansioso, scettico, che sprofonda nell’idiozia, nella follia e nel crimine. Sembra quasi di leggere Thomas Bernhard. Nella loro infelicità, la gente si rifugia nella droga, nell’alcol, nell’esistenzialismo: di questo è convinto Qutb. La ricchezza e la scienza non servono a salvare la razza umana. I paesi più ricchi, infatti, sono i più infelici.

Il grande errore
Quando ha inizio tutta questa miseria morale? A questa domanda Nietzsche e altri filosofi nel ventesimo secolo rispondono indicando nelle origini della civiltà occidentale, nell’antica Grecia il momento in cui l’uomo commette quello che Qutb definisce “il fatale errore”. Un errore filosofico prima ancora che teologico che consiste nel porre una fede arrogante nel potere della ragione umana.

Ed è proprio questa fede che ha creato i tempi moderni nei quali la “tecnologia tiranneggia sulla vita”.

E’ un’analisi affrontata dai filosofi del ventesimo secolo e riproposta anche recentemente da molti pensatori contemporanei. François Raspail conia un aforisma che condensa in una frase l’idea di “scienza, sola religione dell’avvenire”. E sono molti che vedono addirittura avvicinarsi un altro scisma, non solo quello tra la scienza e Dio, ma anche quello tra l’uomo e la tecnologia. Come scrive Paul Virilio nell’”Incidente del Futuro”: “Dopo millenni, non tanto di umanesimo quanto di antropocentrismo (greco-latino e giudaico-cristiano), si prepara un grande scisma, di cui viviamo solo gli inizi”.
Secondo la tradizione cabalistica la “morte di Dio” è legata alla fabbricazione del Golem, quindi la tecnologia soppianta la spiritualità. E ora, con inquinamento, incidenti, cibernetica, fertilizzazione in vitro, protesi di vario genere, computer e Internet che sostituiscono la memoria e spesso l’immaginazione, il Golem-tecnologia potrebbe minacciare l’uomo.
Il concetto è stato illustrato perfettamente in un film di successo come “Matrix” in cui gli esseri umani sono trasformati in “pile di energia” per nutrire le macchine: fantascienza che riflette una delle paure dell’uomo contemporaneo. E le stesse paure, formulate diversamente le esprime Qutb.

Torniamo al filosofo di al Qaida e allo scisma tra ragione e spirito, così come venne concepito nell’antica Grecia.
Qutb differisce dall’analisi dei filosofi occidentali poiché non individua l’errore nel pensiero dei filosofi ellenici bensì punta il dito sull’antica Gerusalemme.
Furono gli ebrei, i primi seguaci di Gesù Cristo, scrive Qutb, ad operare quella scissione tra mente e corpo, tra ragione e fede.

Secondo Qutb la persecuzione dei cristiani impedì che il messaggio di Gesù Cristo, che l’Islam considera solo un profeta e non il Messia, fosse comunicato ed esposto accuratamente. I Vangeli, “risultato di fraintendimenti ed improvvisazioni, non sono accurati ed affidabili”, dice Qutb.

I Cristiani, secondo Qutb, enfatizzarono il messaggio divino di spiritualità e amore portato da Gesù, ma rifiutarono il sistema legale dei Giudaismo, il codice di Mosè che regolava ogni momento della vita quotidiana.
Al suo posto, i primi cristiani importarono nella loro teologia la filosofia dei Greci, la convinzione che l’esistenza spirituale sia completamente separata dalla vita fisica, che esista una zona di puro spirito.

Ecco un esempio di ciò che dice Qutb: nel IV secolo dopo Cristo, l’imperatore Costantino si converte e così tutto l’Impero Romano si cristianizza. Ma fu una conversione – dice Qutb – fatta con opportunistico spirito pagano, dominata da scene di lussuria, ragazzette semi-nude, gemme e metalli preziosi. La Cristianità, avendo abbandonato il codice Mosaico, non poteva difendersi né essere difesa moralmente. E quindi i cristiani, inorriditi dagli usi e costumi dei romani, si difesero dal deliquio imperiale con il culto dell’ascetismo monastico.

Ma per Qutb anche questo è un errore perché l’ascetismo dei monaci cristiani è in conflitto con la qualità fisica della natura umana. In questo modo la Cristianità ha perso il contatto con il mondo fisico.

Il codice mosaico, con le sue leggi sull’alimentazione, l’abbigliamento, il matrimonio, il sesso e tutto il resto, comprendeva il divino ed il terreno in un unico concetto, che era il culto di Dio. La Cristianità ha diviso queste cose in due: il sacro da una parte, il secolare dall’altra. “Date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio”.url-1

La scienza
Ora siamo nel VII secolo. Arabia. Dio porta la rivelazione al suo profeta Maometto che stabilisce la relazione corretta a e non distorta con la natura umana. Maometto detta un codice legale molto severo, che mette la religione in armonia con il mondo fisico. Le profezie di Maometto, nel Corano fanno dell’uomo il “vice-reggente” di Allah sulla terra: lo incaricano di occuparsi del mondo fisico, non semplicemente di viverlo come qualche cosa di alieno alla spiritualità o come una stazione di sosta sulla strada dell’aldilà cristiano.

Ed è per questo che gli scienziati musulmani del Medio Evo prendono talmente sul serio questo invito da cominciare un’analisi sulla natura della realtà fisica. Così nelle università islamiche dell’Andalusia e ad Oriente, gli scienziati musulmani, approfondendo questa ricerca, scoprono il metodo scientifico o induttivo, che apre le porte a tutto il successivo progresso scientifico e tecnologico.
Il califfato tracolla, sotto l’attacco dei crociati, dei mongoli e di altri nemici. Qutb dice che è perché i musulmani dimostrano di non aver abbastanza fede nelle rivelazioni di Maometto. “Non riuscirono a trarre il massimo dalla brillante scoperta del metodo scientifico”.

Le scoperte dei musulmani giungono in Europa. Qui, nel XVI secolo, il metodo scientifico islamico inizia a dare risultati e nasce la scienza moderna.
Ma la Cristianità, con la sua insistenza sulla divisione tra mondo fisico e spirituale, non gestisce bene il progresso scientifico, e quindi questa scissione dilaga nella cultura e forma l’atteggiamento della società verso la scienza.

Secondo Qutb, gli europei iniziano ad immaginare Dio da una parte e la scienza dall’altra, la religione di qui, la ricerca intellettuale di là. Da una parte la naturale propensione dell’uomo per la ricerca di Dio e per una vita ordinata da regole divine, dall’altra il desiderio umano di conoscenza dell’universo fisico. La Chiesa contro la Scienza e gli Scienziati contro la Chiesa. Ecco l’errore della cultura giudaico-cristiana, nell’analisi di Qutb.

Il dominio dei progressi scientifici permette all’Europa di dominare il mondo e gli europei infliggono “l’odiosa schizofrenia” su genti e culture in tutti gli angoli del globo.
E’ l’origine della moderna miseria: l’ansia della società contemporanea, il senso di sbando, la mancanza di motivazione, di senso, il desiderio per i falsi piaceri.

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Imperialismo occidentale
Questa crisi della vita moderna viene percepita da ogni persona in grado di pensare nell’Occidente cristiano. Ma la leadership europea sull’umanità – secondo Qutb e successivamente secondo i suoi seguaci – impone questa crisi su ogni persona anche nel mondo musulmano. I cristiani in Occidente subirono la crisi della vita moderna come conseguenza della loro stessa tradizione teologica, il risultato di circa 2 mila anni di errore ecclesiatico. Ma i musulmani hanno dovuto subire la stessa esperienza perché è stata imposta loro dai cristiani, il che fa pesare questa esperienza doppiamente: all’alienazione si aggiunge l’umiliazione.

Qui Qutb tocca un tema facilmente riconoscibile: quella sensazione che la natura umana e la vita moderna siano in qualche modo in contrasto. Che la vita moderna crei chiusura, paure, sensi di colpa, complessi, freddezza, incapacità di comunicazione.

Già dagli anni ’50, Qutb riesce ad identificare il tipo di agonia personale che Mohamed Atta e i terroristi suicidi dell’11 settembre devono aver vissuto nel loro tempo, nelle loro vite. L’angoscia che viene dal vivere un mondo moderno di idee liberali mentre si crede che la vera vita esista altrove, in un mondo coranico di obbedienza alla legge divina. Il presente contro il passato, il secolare contro il sacro. E’ da questa confusione, da questo contrasto – generato dall’errore dei Cristiani, secondo Qutb – che nasce la rabbia terrorista.

I colpevoli
Nella visione di Qutb i colpevoli di tutto questo sono non solo i cristiani nel loro errore, ma anche gli ebrei, che lui vede come ingrati a Dio, senza scrupoli, arroganti quando al potere. Il sionismo è parte dell’eterna campagna degli ebrei per distruggere l’Islam. Ma ancora più pericolosi degli ebrei sono i musulmani che vanno a braccetto con l’errore cristiano, quelli che hanno inflitto la “schizofrenia” cristiana al mondo islamico, come ad esempio la Turchia di Kamal Ataturk.

Per rispondere a questo errore, per punire i colpevoli e riconquistare il ruolo della legge divina nella vita quotidiana Qutb ha un piano, un piano rivoluzionario per rimettere l’uomo in contatto con il mondo naturale e con Dio, togliendogli le angoscie del vivere…

In sintesi, lo sguardo filosofico e teologico di Qutb sulla realtà e sulla storia rispecchia in qualche modo la riflessione di gran parte della critica sociale e filosofia moderna, ma riviste attraverso il filtro del commento coranico, della visuale musulmana. Ciò gli ha permesso di proporre una serie di contromisure che nessun pensatore occidentale oserebbe considerare e prendere sul serio.

L’America e l’Islam
Qutb critica gli Stati Uniti non perché questa nazione fallisca nel tentativo di essere una società liberale, ma proprio perché E’ una società liberale. La sua critica riguarda la riuscita divisione tra STATO e CHIESA. E’ di nuovo qui l’errore. Non si tratta di una critica politica, ma teologica, o ideologica.

“Il conflitto – scrive Qutb – non è economico, politico o militare, spostare su questo piano l’analisi serve a far apparire noi islamici che insistiamo nel parlare di religione come dei fanatici, dei retrogradi”.
“Ma in realtà il confronto non è sul controllo del territorio, sulle risorse economiche o sul dominio militare: se crediamo sia questo, cadiamo nelle mani del nemico e non avremmo nessuno da incolpare per le conseguenze tranne noi stessi”.

Per Qutb l ‘esigenza dell’Occidente, guidato dall’America, è sempre stata quella di eliminare l’Islam per salvare le proprie dottrine dall’estinzione. Ed è per questo che Crociati e Sionisti si sono coalizzati nell’attacco al mondo islamico. Non un attacco militare, non un attacco sui territori: la gente con idee liberali cerca di “restringere l’Islam ai riti emotivi e rituali, impedendogli di partecipare alle attività della vita per contenere la sua completa predominanza su ogni attivita umana secolare, una preminenza che si guadagna in virtà della sua natura e funzione”.

Per fermare tutto ciò, per fermare l’invasione delle idee liberali dell’Occidente e degli Ebrei, aiutati dai musulmani “moderati” – scrive Qutb nel libro che gli causa la condanna a morte: “Pietre Miliari”- all’Islam non resta che formare una “avanguardia” (termine che gli viene probabilmente da Lenin, anche se Qutb pensa piuttosto ad un piccolo gruppo animato dallo spirito di Maometto e dei suoi Compagni all’alba dell’Islam).

Questa “avanguardia” di veri musulmani inizierebbe il rinnovamento dell’Islam e della civiltà in tutto il mondo. Si ribellerebbe ai falsi musulmani e agli ipocriti, facendo come fece Maometto, e cioè fondando un nuovo Stato, basato sul Corano. Da lì l’avanguardia farebbe risorgere il califfato per portare l’Islam in tutto il mondo, proprio come Maometto.
L’avanguardia riporterebbe la shariah, il codice musulmano, che diventerebbe il codice legale di tutte le società.
“Una vita per una vita, un occhio per un occhio, un naso per un naso, un orecchio per un orecchio”.

Qutb non accetta di considerare queste punizioni come barbare o primitive. La sharia, nella sua visuale, vuol dire liberazione. Altre società, ispirate a principi non coranici, costringono la gente ad obbedire alle leggi fatte da altri uomini, li assoggetta a dei padroni. Ma nella sharia, nessuno è costretto ad obbedire a dei semplici umani: la sharia, nelle parole di Qutb, significa “l’abolizione delle leggi fatte dagli uomini”, il sistema islamico significa “la completa e vera libertà di ogni persona e la piena dignità di ogni individuo nella società”.
In altre parole “in una società in cui alcune persone sono i signori che creano leggi e altri sono gli schiavi che obbediscono, non c’è vera libertà, nessuna dignità per ogni individuo.”

E’ qui che Qutb crea una sorta di sincretismo tra la sua interpretazione di ciò che significa l’obbedienza alla legge del Corano e l’uguaglianza tra gli esseri umani. Forse la sua filosofia viene influenzata – o forse è un tentativo di contrapporsi – dal socialismo di Nasser, ma in sintesi il suo richiamo è per una vera uguaglianza dinanzi alle regole irremovibili e severe del Corano, e non di fronte alla manipolabilità delle leggi umane, usate solo perché alcuni controllino altri. Solo uno Stato islamico potrebbe porre fine alle ingiustizie.

Per arrivare a questo, al ritorno di un califfato islamico nell’intero mondo, per combattere l’alienazione del mondo moderno basato sulla disarmonica divisione tra Dio e legge c’è solo un modo: la jihad, la guerra santa, la lotta, la violenza, così scrive Qutb.
Ed è per questo che secondo Qutb questa avanguardia dev’essere disposta al martirio così come viene declinato nella sura della “Vacca” nel Corano.

“Coloro i quali rischiano le loro vite e vanno a combattere, coloro i quali sono pronti ad offrire le proprie vite per la causa di Dio sono persone piene di onore, puri di cuore e benedetti nell’anima. Ma la grande sorpresa è che quelli tra di loro che saranno uccisi nella lotta non devono essere considerati o descritti come morti: essi continuano a vivere, come Dio Stesso chiaramente specifica”.

L’assenza di una risposta filosofica dell’Occidente
E’ proprio attraverso questi ragionamenti che Qutb sceglie di sacrificarsi per rispetto ai tremila seguaci egiziani che credono nella sua parola. E infatti alcuni di quei tremila divennero poi le basi del terrorismo egiziano degli anni ’70, la decade successiva alla sua esecuzione. Gruppi che poi confluirono nella formazione terroristica di bin Laden, fornendo ad Al Qaeda la dottrina fondamentale.

Ed è dal ceto sociale di Qutb, dalla media borghesia, che il terrorismo musulmano continua ad arruolare adepti. Non sono i poveri disperati a farsi saltare in aria, a dirottare aerei e buttarsi contro i grattacieli, ma persone con un’educazione, studenti, “talebani” che conoscono il Corano e che sono stati conquistati da questa filosofia, da questo credo. Sono persone che credono di poter dare una spiegazione all’infelicità del mondo, basata secondo loro su secoli di errore teologico, e che credono di lottare per riportare l’umanità ad una società perfetta.
La saggezza, la pietà, la morte e l’immortalità sono, nella loro visione del mondo, la stessa cosa.
Per quanto malsane dal nostro punto di vista, queste sono serie basi filosofiche e teologiche dalle quali sferrare un attacco.

E noi? Siamo in grado di rispondere con altrettante certezze o profondità? I nostri presidenti rispondono con gli eserciti. Questo è il loro ruolo in una società che ha ancora bisogno della logica della guerra. Eppure Bush dopo l’11 settembre aveva promesso una guerra di idee. Ma non è all’altezza e idee non ne ha portate. Ha cacciato Saddam Hussein dal potere, dice di avere tagliato i finanziamenti di Al Qaeda, ha dato una dimostrazione della forza. E’ sufficiente? No, non è sufficiente. La crisi dell’Occidente indicata da Qutb esiste, ne parlano filosofi e leader religiosi da decenni. Ma quando finirà il pensiero debole che sembra voler cantare la ninna nanna del crepuscolo di una civiltà?
Siamo di fronte all’esigenza di trovare una nuova etica che ci permetta di vivere nella libertà conquistata con la democrazia ma senza indebolirci. E non bastano le promesse di una politica morale che emergono dal Dipartimento di Stato americano e i corsi di Etica ai quali vengono sottoposti i cadetti di West Point. E’ il mondo intellettuale e spirituale che dovrebbe rispondere in questo momento. E’ altrettanto importante che difendersi dal terrorismo.

16 maggio 2003
(Carlo Pizzati ©)